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Giovedì, 01 Dicembre 2011
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RUMORE DI ACQUA

Il primo racconto di traversata che ho ascoltato a Mazara, nella sede della San Vito Onlus, è stato quello di una minuta, coraggiosa donna tunisina: timida, col suo italiano spezzettato tra i denti, faceva fatica ad alzare gli occhi. Ho cambiato il suo nome in Jasmine, ho trasfigurato la sua storia mantenendone gli aspetti essenziali. E’ la prima che ho ascoltato ed è anche l’unica storia, tra quelle evocate dal generale, che riguarda non un annegato o uno scomparso, una morte, ma una vita che si salva. Si salva davvero? Siamo innocenti noi? Sono innocente io? Di tutte quelle tragedie che avvengono altrove, lontano dalla mia casetta, posso ritenermi non responsabile? Che c’entro io con la morte di mio fratello?
Marco Martinelli

Rumore di acque è come un oratorio per i sacrificati ei Fratelli Mancuso lo hanno arricchito con le loro potenti voci di satiri antichi, che sembrano gridare il dolore dell’umanità dal fondo di un abisso.

Rumore di acque è la seconda tappa del trittico del Teatro delle Albe Ravenna-Mazara 2010 - a cura di Marco Martinelli, Ermanna Montanari e Alessandro Renda - ovvero tre opere che in maniera differente prendono Mazara del Vallo come simbolico luogo di frontiera e punto di partenza per un affresco sull'oggi.

Giovedì, 01 Dicembre 2011
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IL MISTERO BUFFA NELLA VERSIONE POP 2.0

Se Gesù Cristo tornasse oggi chi sarebbe? Cosa potrebbe fare? Saremmo in grado di riconoscerlo e seguire la sua rivoluzione, i suoi dogmi, i suoi miracoli? Clandestino allora come tanti oggi nel nostro paese fu accolto, ammirato, perseguitato e poi giustiziato. Un Gesù raccontato da un giullare, da Giuda, da Maria e dal popolo. Oggi, per paradosso, ognuno di noi è un povero cristo, ognuno di noi è “in fila alla biglietteria del cinema Italia”.

Il Mistero Buffo nella versione pop di Paolo Rossi è un omaggio al maestro Dario Fo, ed è anche un’avventura, uno spettacolo che si allontana il più possibile dalla versione originale diventando un contenitore unico, dove i misteri originali e quelli nuovi si uniscono e si miscelano, come accade nel teatro popolare. Ogni sera diverso, recitato con il pubblico e non per il pubblico, è uno spettacolo ricco di cambi di registro, è un’allegoria che confonde i generi, la finzione con la realtà, i sogni del popolo con la cronaca. Un viaggio corale in cui la musica di Emanuele Dell’Aquila si fa personaggio e drammaturgia, in continua interazione con l’azione scenica.

Giovedì, 01 Dicembre 2011
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MALAMORE - ESERCIZI DI RESISTENZA AL DOLORE

In scena un’attrice, Lucrezia Lante della Rovere, capace di viaggiare tra i volti, i suoni e i sapori di una narrazione multipla senza perdere di vista il senso di un racconto civile che parla al tempo presente senza deroghe o digressioni. A lei risponde il suono di un pianoforte e la sensibilità di una musicista, Vicky Schaetzinger, che trova tra le note, altre suggestioni, altre storie.
Ed è così che prende corpo l’universo femminile di Concita De Gregorio, direttore dell’Unità e donna dalla grande sensibilità: si racconta di donne comuni, vittime della violenza di padri, mariti, estranei, che vanno incontro alla vita, capaci di sopportarla con lievità e determinazione.
Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell'accettazione del male le risorse per dire, per fare quel che altrimenti non avrebbe potuto. Sono, alla fine, gesti ordinari. Sono esercizi di resistenza al dolore…”
Concita de Gregorio

Giovedì, 01 Dicembre 2011
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MANGIAMI L'ANIMA E POI SPUTALA

"Gesù ha sofferto le carni della donna e dell'uomo e sa benissimo che il desiderio e il piacere sono alla base della creazione. Quindi la donna sarà il frumento della sua casa, quindi la donna sarà il pane quotidiano, quindi la donna sarà il male e la pietà del male, il bene e la pietà del bene. Quindi la donna avrà in sé tutte le contraddizioni care a Gesù: la tenerezza e l'oblio, la condanna e l'assoluzione, il parto e il figlio, la luce e la tenebra.”
Alda Merini

La donna, il femminile, avanza lentamente fino a rivelare il suo volto.
L'uomo, il maschile, è appeso a un grande crocifisso, immobile, capelli lunghi e panno bianco. Aspetta. La preghiera di redenzione che innalza la donna fa compiere il miracolo inatteso: Cristo muove la sua testa fino a incontrare lo sguardo della disperata.
Questo incontro, questo cortocircuito genera un'esplosione e una deframmentazione del concetto d'amore e di religione, di anima e di corpo, che si fronteggiano e si fondono in una grottesca storia d'amore e di purificazione. A suggellare il tutto c'è una sorta di formulario del kitsch, che domina il senso religioso del sud, tra altarini-museo e riti personali, trasformando la scena in una discarica religiosa.

Giovedì, 01 Dicembre 2011
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BOBO RONDELLI in L'ORA DELL'ORMAI

L’ora dell’ormai è l’ultimo album di Bobo Rondelli con 13 inediti in cui il geniale cantautore struggente e divertente si mette a nudo con potenza poetica tra flussi di sentimenti, riflessioni malinconiche e stati di grazia da innamoramento: «l’amore si racconta bene anche naif».
L’Ora dell’ormai, nelle parole di Rondelli, non è una resa, ma un momento importante in cui si può ripartire dopo la fine d’un amore, è il canto di un irrequieto ai suoi figli, l’urlo di un arrabbiato reattivo.
L’Ora dell’ormai è il concerto che porterà in tournée Bobo Rondelli nel 2012.

Giovedì, 01 Dicembre 2011
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DIVINA COMMEDIA - IL PURGATORIO

E così da quel remoto 1300 la Divina Commedia appartiene all’Umanità, amata a qualunque latitudine ha superato il suo tempo, vivendo in eterno.
Partendo dalla fine dell’Inferno arrivando all’inizio del Paradiso, lo spettacolo che abbiamo creato è ambientato soprattutto in Purgatorio, uno dei libri meno sondati della Divina Commedia, nel quale Dante e Virgilio si muovono visionari all’interno di una scenografia fatta di aria, quasi impalpabile, che gonfiandosi e sgonfiandosi in perenne movimento assume forme e colori che danzano insieme ai protagonisti accompagnati dal testo originale della Divina Commedia, filo conduttore di una messa in scena moderna e multi linguaggio.
Una Commedia (la nostra!), Divina (quella del sommo poeta!)
Un viaggio fantastico attraverso la cantica del Purgatorio, luogo comparabile alla nostra vita terrena, sospesa tra il bene e il male, barcollante tra valore e viltà, modestia e vanità, incontro e scontro con personaggi, condannati o beneficiati secondo le loro colpe o i loro meriti, in un’epoca di corruzione, di perdita di valori…

Sabato, 05 Maggio 2012
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Der Rosenkavalier (Il Cavaliere Rosa)

Zubin Mehta inaugura la 75° edizione del Maggio Musicale Fiorentino riproponendo uno dei capolavori della cultura musicale mitteleuropea, quel Rosenkavalier di Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal, che manca da Firenze dal 1989. Collaborano con l’illustre direttore, al suo debutto nel Rosenkavalier, il regista Eike Gramss, ben noto al pubblico fiorentino per un fortunato Ratto dal serraglio mozartiano, lo scenografo Hans Schavernoch e la costumista Catherine Voeffray, anch’essa impegnata nel Ratto, tutti artisti di fama internazionale, quali la preziosa partitura straussiana impone. L’allestimento ricrea il clima della Vienna di Maria Teresa attraverso architetture settecentesche che mutano di prospettiva grazie ad efficacissimi giuochi di specchi, che richiamano il gusto barocco della “maraviglia”. È difficile immaginare due personalità così diverse per stili e concezioni di vita e gusti personali ed artistici, quali il raffinatissimo, estenuato esteta Hugo von Hofmmansthal e il sanguigno, vitalistico, geniale Richard Strauss. Eppure, fra entusiasmi e dissapori, questo eccezionale binomio dette vita ad una serie di opere se non di uguale qualità, certo di altissimo livello drammatico e musicale. Der Rosenkavalier è, nelle intenzioni degli autori, una commedia che vuole celebrare la Vienna settecentesca di Maria Teresa: andata in scena a Dresda il 26 gennaio 1911 riscosse un immediato successo di pubblico, mentre parte della critica, Adorno in testa, censurò aspramente il compositore accusato di aver rinnegato il linguaggio innovativo dei suoi primi lavori. Ma Strauss non tradisce se stesso: se il Rosenkavalier non ha la violenza tellurica di Salome o Elektra, l’omaggio al Settecento mozartiano non si risolve né in imitazione, né in rivisitazioni neoclassiche e la sua musica si rivela di una tersa modernità, mobilissima e ricca di sfumature psicologiche, screziata da sottili pulsioni erotiche e dal ritmo incalzante e ricorrente del valzer, capace di rendere con eguale pregnanza tanto i momenti deliberatamente comici, quanto la nostalgia per la giovinezza espressa dalla Marescialla con accenti di struggente malinconia. Certo l’archetipo sono le Nozze mozartiane, tanto per il gusto per l’intreccio, quanto per l’assonanza fra certi personaggi: la Contessa e la Marescialla nella rievocazione della passata gioventù, Octavian e Cherubino, entrambi sostenuti da una cantante che, en travesti, interpreta il ruolo di un giovane che si camuffa da donna, e pervasi dalla stessa, giovanile, incostanza nell’amore, perfino il Conte ed il ben più rozzo Barone Ochs, entrambi a caccia di amori ancillari. E dunque Der Rosenkavalier è insieme omaggio alla Vienna teresiana, alla sua cultura e civiltà, ma, soprattutto nello splendido finale, canta anche la rinuncia all’amore, nella consapevolezza del tempo che passa inesorabile, quando la Marescialla lascia, non senza rimpianto e malinconia ma con aristocratico contegno, che il suo giovane amante Octavian sposi Sophie. Siamo nel 1911, quell’omaggio e quella rinuncia suonano anche come una premonizione: tre anni dopo inizierà “l’inutile strage” del primo conflitto mondiale, alla fine del quale il mito dell’Austria felix, durato dal Settecento di Mozart e Maria Teresa, tramonterà definitivamente e un grande impero continentale scomparirà a ritmo di valzer.

Sabato, 05 Maggio 2012
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The Four Temperaments e Verklarte Nacht

Due capolavori del Novecento storico per MaggioDanza. Dapprima l’inquieta, febbrile Notte trasfigurata op. 4 (1902 nella versione per Sestetto d’archi; 1914 in quella per orchestra d’archi), quasi l’esordio compositivo di un Arnold Schönberg non ancora approdato alla Dodecafonia, ma già capace di un linguaggio musicale personalissimo, seppur conscio della lezione di Wagner e Brahms. Dei due grandi maestri, che i più zelanti seguaci dell’uno o dell’altro volevano antitetici, Schönberg è un sincero ammiratore, ma non appunto un imitatore: è invece capace di cogliere da entrambi ciò che può aprire nuovi orizzonti alla musica, portando il cromatismo wagneriano al limite della tonalità e l’arte brahmsiana della variazione ad insospettati esiti formali. Diverso e più sereno, quasi un divertimento, è il clima espressivo de I quattro temperamenti, balletto in 4 variazioni di Paul Hindemith, presentato a New York nel 1946, durante il soggiorno americano del compositore che aveva abbandonato prima la Germania per l’ostilità dei nazisti verso la sua musica considerata “degenerata” e poi l’Europa a causa della guerra: scelta che, per sfuggire al nazismo ed alle leggi razziali, aveva compiuto anche Schönberg. Dopo le asprezze degli anni giovanili, Hindemith sviluppa un linguaggio musicale di originale modernità, che ha alla base uno spirito polifonico e che abbandona progressivamente ogni tentazione atonale. Per la Notte schönberghiana il Maggio propone una nuova creazione di Susanne Linke, coreografa di fama internazionale, accanto a Pina Bausch e a Reinhild Hoffmann esponente di spicco del nucleo femminile storico del Tanztheater tedesco. Per il capolavoro hindemithiano, MaggioDanza ripropone una delle coreografie più celebrate di un maestro indiscusso della danza del Novecento: George Balanchine. Un temibile banco di prova per ogni compagnia di ballo che metta in scena i suoi lavori

Sabato, 05 Maggio 2012
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La Metamorfosi

Prosegue anche nel 75° Festival, quello che ormai è un appuntamento tradizionale del Maggio: la commissione di un opera nuova ad un compositore italiano, a testimonianza di un convinto impegno alla diffusione della musica contemporanea. Quest’anno è la volta di Silvia Colasanti, giovane compositrice formatasi all’Accademia di Santa Cecilia a Roma e successivamente perfezionatasi con Fabio Vacchi, Wolfgang Rihm, Pascal Dusapin e Azio Corghi, che ha ricevuto una lunga serie di riconoscimenti. Della sua musica, eseguita nelle più prestigiose istituzioni musicali italiane e europee, Guido Barbieri ha scritto: “Se la si taglia ‘in sezione’, come un minerale, la musica di Silvia Colasanti rivela una complessa, magmatica stratificazione di figure contrastanti. Nello strato più profondo una tensione costante verso la saturazione dello spazio acustico, ottenuta sia attraverso la massima densità che attraverso la massima rarefazione degli oggetti sonori. Poi, nello strato immediatamente superiore, l’alternanza strutturale tra crescendo / diminuendo e accelerando / rallentando, rappresentazione ‘fisica’ del respiro corporeo e della sua ansietà. Salendo di un gradino, il ricorso frequente al procedimento dell’ostinato ritmico, traduzione temporale di una turbata patologia del ricordo. Infine, sulla superficie del minerale, i frammenti di un lirismo lancinante che emerge dal magma denso del suono. Le figure, insomma, di un irrequieto, non pacificato ‘suono dell’inquietudine’”. Per questa sua nuova opera, si è ispirata a La metamorfosi, testo eponimo, si direbbe, di Franz Kafka e momento saliente di quella cultura mitteleuropea che il Maggio 2012 indaga in profondità. Scritto nel 1912, il racconto, com’è noto, narra la storia del commesso viaggiatore Gregor Samsa che una mattina si sveglia trasformato in un insetto mostruoso, ma conservando le capacità intellettive, fra l’orrore dei familiari, che progressivamente lo emarginano: non essendo più in grado di mantenere la famiglia, viene chiuso a chiave nella sua camera e abbandonato. Quando viene trovato morto dalla cameriera e spazzato via, padre, madre e sorella tirano un sospiro di sollievo.
La straordinaria qualità della scrittura kafkiana rende indimenticabile l’atmosfera di incubo in cui si svolge la vicenda, mentre la metamorfosi di Gregor sembra alludere al rifiuto di un lavoro ingrato e alla materializzazione della speranza di sfuggirvi: un insetto infatti non può lavorare. Ma alle radici di questa trasformazione sta la famiglia, che ha sfruttato Gregor e che vede riflessa nella sua mostruosità il proprio disumano egoismo. L’allestimento proposto dal Maggio è di altissima qualità, contando su uno specialista della musica contemporanea come il direttore Marco Angius e su un regista, scenografo e costumista come il fiorentino Pier’Alli, uno dei protagonisti del teatro di prosa e lirico italiano.

Sabato, 05 Maggio 2012
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Il Mandarino Meraviglioso / Il Castello Del Duca Barbablu’

Nel nome di Bartók, un’occasione preziosa. In collaborazione per regia e coreografia con Jo Kanamori ed in coproduzione con il Festival Saito Kinen, il giovane direttore d’orchestra ungherese Zsolt Hamar, già Direttore principale ospite della Filarmonica Nazionale d’Ungheria, più volte sul podio dell’Opernhaus di Zurigo per importanti produzioni e prossimo Direttore principale dell’Hessischen Staatstheater di Wiesbaden, profondo conoscitore del repertorio musicale operistico e sinfonico del Novecento, affronta dapprima le sinistre atmosfere notturne e l’incalzante tensione erotica, che la musica di Bartók evoca nel balletto Il mandarino meraviglioso, in una scrittura di eccezionale potenza evocativa e di agghiacciante valenza espressionistica. Segue l’unica opera scritta da Bartók, Il castello del Duca Barbablù, non meno inquietante nel suo universo simbolico. L’inesausta volontà di sapere di Judit, che la condurrà ad un tragico destino, si snoda attraverso un percorso, dal buio delle scena iniziale alle tenebre finali, che da ambienti claustrofobici si apre all’esterno, ma su tutto, interni ed esterni, domina un senso di morte, la presenza del sangue e un sottile gioco erotico. Ogni porta chiusa cela un frammento di verità, ma all’aprirsi di esse non muta il panorama di violenza che intride il castello, sia che si sveli la stanza della tortura o il lago di lacrime. E ben presto Judit è conscia di ciò che l’attende, ma deve condurre fino in fondo il suo percorso di conoscenza, finché dietro alla settima e ultima porta, appaiono tre mogli: quella del mattino, del mezzodì e della sera. Judit sarà quella della notte: il suo destino è segnato; seguirà le tre compagne dietro quell’ultima porta che definitivamente si chiude alle sue spalle. L’orchestra di Bartók, mobilissima e ricca di sfumature, accompagna con assoluta precisione ogni momento dell’azione e l’alternarsi di luce e tenebra, con pianissimi che ritornano con insistenza, alternati a scoppi di straordinaria potenza sonora, quale quello che erompe all’aprirsi della quinta porta, la sala del regno. Al di là delle atmosfere inquietanti che accomunano le due parti di questo dittico, un altro elemento appare comune: l’indicibile vincolo che lega la vittima al suo carnefice.

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