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STRADA CHE VA IN CITTÀ (LA) - regia Iaia Forte

Valentina Cervi in "La strada che va in città", regia Iaia Forte Valentina Cervi in "La strada che va in città", regia Iaia Forte

regia di Iaia Forte
di Natalia Ginzburg
con Valentina Cervi
opere Giovanni Frangi
costumi Francesca Di Giuliano
scenografia Katia Titolo
tecnico disegno luci e audio Gianluca Meda
video Stefano Bergomas e Marco Falanga
Pierefrancesco Pisani – Infinito Teatro
Coop. CMC Nidodiragno
in collaborazione con Riccione Teatro
Cortile del Museo del Garda, Ivrea, 18 giugno 2022

www.Sipario.it, 20 giugno 2022

Ci sono romanzi che a teatro sopportano attente ma sostenute manipolazioni; ce ne sono poi altri, invece, da maneggiare con cura per non intaccarne l’originale forza ed alterarne il valore di un impianto narrativo privo di fronzoli. A questa seconda categoria appartiene di buon diritto La strada che va in città, romanzo d’esordio del 1942 di Natalia Ginzburg che Valentina Cervi diretta da Iaia Forte fa rivivere in un reading teatrale estremamente rispettoso dell’originaria architettura, presentato a Ivrea come titolo d’apertura del cartellone Morenica_NET estate 2022.
Scrivi romanzo d’esordio e pensi ad un’opera ancora acerba, attraversata da vizi e deformazioni tipiche dei primi esercizi di scrittura: in realtà nel racconto di Delia, ragazza di umili origini pronta a sacrificare non senza rimpianti l’amore vero per un matrimonio di interesse, percorrendo “la strada verso la città”, già risplendono le cifre distintive di un’autrice simbolo del Novecento italiano, donna dalla personalità complessa che ha legato il suo nome ad una stagione d’oro del panorama letterario. Su tutte l’essenzialità di una scrittura che non scende a compromessi, diretta ed asciutta, incedere tra le cui pagine non c’è spazio per alcun orpello proprio come la resa scenica immaginata con un leggio a centro scena, luci piazzate e di taglio, un fondale su cui proiettare le videproiezioni di Giovanni Frangi per il commento visivo ad un racconto che accompagna le tappe di un’esistenza contrastata e vissuta tra “quel che sarebbe potuto essere” e “quel che è”.
E se nella biografia della Ginzburg è possibile cogliere più di un accenno ad una sorta di rifiuto del suo universo familiare, di vera e propria chiusura si può parlare per Delia, straniera in casa sua che fatta eccezione per l’amato Nini, simbolo di libertà con i suoi bicchieri di grappa e libri da divorare, finirà per rifugiarsi tra le braccia di Giulio, il miraggio cittadino a cui affidare il proprio desiderio di emancipazione: corollario alla narrazione saranno le apparizioni di tanti pirandelliani fantasmi, dalla sorella Azalea alla suocera con il mento lungo per arrivare a quel figlio neanche voluto cui si troverà, suo malgrado, a dar la vita senza aver poi neanche la forza di poterlo sfamare con il proprio latte.
Valentina Cervi, occhiali spessi e outfit vintage, merita gli applausi ricevuti al termine di un’intensa ora che definire “lettura” è forse riduttivo: certo l’azione scenica è ridotta al minimo, i teneri e malinconici gesti sono simbolici accenni più che azioni compiute, ma tutto va inquadrato in un’operazione tributo a pagine di assoluta attualità, ad un romanzo fuori dal tempo che rende la Delia della Ginzburg donna a noi prossima, umanissima creatura ingenuamente convinta di poter trovare piena realizzazione senza dover scender a patti con i disegni del destino e con la spiazzante logica del compromesso.

Roberto Canavesi

Ultima modifica il Giovedì, 30 Giugno 2022 09:36

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