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METAMORFOSI - NEL LABIRINTO DELLA MEMORIA - regia Massimo Munaro

"Metamorfosi - Nel labirinto della memoria ", regia Massimo Munaro. Foto Marina Carluccio "Metamorfosi - Nel labirinto della memoria ", regia Massimo Munaro. Foto Marina Carluccio

Teatro del Lemming
Con Alessio Papa, Diana Ferrantini, Fiorella Tommasini, Katia Raguso, Marina Carluccio, Silvia Massicci, Massimo Munaro
Frammenti poetici da Publio Ovidio Nasone, Bino Rebellato, Nina Nasilli, Massimo Munaro,
Rainer Maria Rilke, Dante Alighieri, Alda Merini, Marco Munaro
Musica, drammaturgia e regia: Massimo Munaro
Prima nazionale dal 15 al 25 settembre 2022, Teatro Studio, Rovigo
Visto il 20 settembre

www.Sipario.it, 30 settembre 2022

Il “teatro dello spettatore” del Teatro del Lemming: il senso di questa (auto) definizione sfugge se non si prova l’esperienza delle messe in scena del gruppo. Dove lo spettatore è chiamato a un rapporto perturbante con gli attori, con lo spazio, con la luce, con la concezione stessa di spettacolo teatrale. Un rapporto che viene definito dalla stessa disponibilità dello spettatore a interagire. Non a “partecipare” secondo quelle modalità, piuttosto diffuse, che in molti casi lasciano perplessi perché sembrano attingere ai cascami delle tecniche dell’animazione, ma proprio a interagire, secondo il grado e la temperatura del carattere di ciascuno. Se questo tipo di interazione nello spettacolo canonico avviene soltanto nella mente dello spettatore seduto, e nel corpo nella misura in cui, ormai pare assodato, i neuroni specchio agiscono sul sistema nervoso replicando come miniaturizzate le azioni cui l’individuo assiste, negli spettacoli del Lemming lo spettatore è totalmente mobilitato: non costretto nel protettivo involucro della poltrona, egli viene chiamato a seguire gli attori, condotto, a volte trascinato o sospinto. Il tipo di mobilitazione che gli è richiesta nel momento in cui non lo si lascia passivo non risponde a stimolazioni periferiche, lo ingloba del tutto, così che la sua reazione si avvicina alla modalità con cui egli risponde ai fatti della vita. Ciò richiede allo spettacolo una struttura, una tessitura delle azioni estremamente complessa, nella quale viene rispecchiata secondo proporzione la complessità, l’indecidibilità ultima, l’inesauribilità ermeneutica del flusso degli eventi che esperiamo nella vita – di veglia e di sogno. Lo spettacolo (per soli cinque spettatori a replica) ci sembra raccontabile solo per immagini, per barbagli improvvisi di senso e suono, per convergenza di corpi e memoria, per sovrapporsi di riferimenti visivo-letterari ed erranza dello sguardo-corpo spettatoriale, in una struttura a stanze, a visioni concentrate e telluriche: la Dea Madre che s’incarna del grande corpo nudo di Fiorella Tommassini; l’invito a cercare se stessi attraverso l’oblò di uno specchio che in mano al partecipante inquadra la figura di un’attrice muta-interrogante; il passaggio carponi sotto una bassa apertura di quinta per trovarsi quattrozampe su un fondo di terriccio mentre un attore (Alessio Papa) che ci appare gigantesco, manovrando un badile cala la terra su un piccolo bambolotto: sintesi folgorante di nascita-morte, gattonare come fosse la prima e l’ultima delle fasi di vita. Il contatto con un’attrice che ci porta sotto il velo che le cinge la testa e si approssima al nostro volto così vicina che la si potrebbe baciare e sussurra “toccami la faccia”, così che un paesaggio tattile intensissimo si somma a tutto il resto della vertigine. Una donna che dona il suo bimbo-bambolotto e ci invita a deporlo nella culla: siamo alla paternità-maternità come archetipo e come gioco. Un soprassalto e un tuffo nel buio fondo e siamo nella penombra di una stanza, sdraiati con un’attrice sopra un materasso circolare, sovrastato da uno specchio. Prodromi di un possibile contatto erotico? Ci si guarda nello specchio insieme alla donna e si diventa di colpo attori a se stessi, si sposta improvvisamente il quadro dall’osservazione implicita all’osservazione esplicita, che chiama in causa. Rapiti nel mondo visionario a stanze di mondo del Lemming si vorrebbe ripetere l’esperienza più volte. E infatti, ci spiega il regista Massimo Munaro, il percorso non è lo stesso per tutti. Ciascuno coglie solo una parte, uno spicchio, del flusso generale delle azioni, precisamente regolato dal continuum di una colonna sonora di testi poetici montati su un mutante-inquietante fondo elettronico.

Franco Acquaviva

Ultima modifica il Martedì, 04 Ottobre 2022 22:45

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