giovedì, 17 agosto, 2017
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con Paola Borboni
Corriere Lombardo, 13 novembre 1964

Fossero altri tempi, il successo ottenuto ieri sera da Paola Borboni avrebbe costituito uno di quei capitali morali che un'attrice si portava dietro per metà della propria carriera, tale da far parlar di sé una generazione. Qualcosa di analogo, per fare un paragone che ha in comune la medesima radice vernacola, a quello che fu, per Dina Galli, Felicita Colombo. Con la differenza che la commedia che Luigi Santucci ha ricavato dal suo bel romanzo – Il velocifero, è assai più solida e meno banale di quella che il povero Giuseppe Adami trasse dalle convenzioni del palcoscenico.

Andatevela a godere, questa nostra attrice mai soddisfatta e sempre imprevista, che ha scelto di vivere sul rischio e sulla provocazione; e che, non contenta di averci rimesso tutto il suo per realizzare il proprio sogno di superba interprete pirandelliana, non paga dell'ardimento di essere stata la prima, insuperata e copiata, poi, a tutto spiano, ad acclimatare in Italia il gusto del cosiddetto recital, elevando il monologo a nobile e rigorosa forma d'arte, suscitando addirittura un repertorio illustre, facendosi dare, da impresari e capocomici dalla corta vista, letteralmente della pazza, e s'è visto come e quanto si sbagliassero; nella piena maturità, quando qualsiasi altra sua collega avrebbe avuto mille e una ragione di starsene comodamente e prudentemente tranquilla, a godersi i frutti meritati della propria fama, a sessantaquattro anni, con l'entusiasmo e l'energia di venti, si fa interprete di Brecht e di Beckett, e, ora, persuasa di levarsi, una volta tanto, il modesto capriccio di un'evasione in dialetto, scolpisce un personaggio indimenticabile con una verità tanto più schietta e commovente quanto più aspra e concisa, controllata direi quasi con ferocia, da un'intelligenza violenta, lucida e severa, posta di sentinella al magistero di un mestiere smagliante, individuando e bloccando ogni facile offerta patetica che il personaggio le poteva suggerire.

Risparmiatemi, vi prego, il consueto discorsetto pregiudiziale sui rischi e le inevitabili limitazioni di costringere nella proporzione, nella progressione, e nell'angustia del teatro, un romanzo ben riuscito e dalla fisionomia definita. Questa volta, se non altro, avendolo fatto lo stesso proprietario, è sperabile che le accademiche Minerve del luogo comune, non trovino niente da dire. Certo, Santucci, per primo, s'è reso conto di ciò a cui avrebbe dovuto rinunciare ed ha accettato e calcolato il sacrificio a ragion veduta. Quanto a noi, pensiamo che il merito di avere regalato all'esangue repertorio del teatro milanese una commedia ben calibrata e solidamente costruita, dove si avverte il gusto e lo scrupolo del vero scrittore, e che ha tutto per poter rimanere in repertorio, ripaghi dell'inevitabile falcidia alle meditate estensioni morali, alle allegorie ideali, alle prospettive di costume, soprattutto a quel ripensamento neo cattolico di un mondo di ieri, che recupera, attualizzandola, l'atmosfera del realismo lombardo fine di secolo, e che, a mio avviso, costituisce l'originalità del romanzo.

Si potrà, se si vuole, dire che, da un romanzo nuovo, è uscita una commedia vecchia: dove, tanto per intenderci, sembrano mescolarsi curiosamente il verismo di Carlo Bertolazzi col sentimentalismo di Giacinto Gallina; ma già il fatto di far venir alla mente, sia pure alla lontana, questi due nomi, più che un segno di retrodatazione costituisce, mi pare, un titolo di nobiltà per il copione; poiché il guaio della nostra letteratura in genere e del nostro teatro in modo particolare, è sempre stata la noncuranza, anzi la dissipazione delle precedenti esperienze e conquiste, col risultato di impedire il formarsi di una vera tradizione e, con ciò, privando la nostra cultura di una sua autentica storia interna in continua e coerente evoluzione, unica garanzia di continuità.

In tre atti, dal titolo L'arca di Noè, vengono ristretti e rimpiccioliti con accentuazione umoristica, i casi della famiglia del farmacista Lorini, antico seguace di Garibaldi; con le sue due figlie: la pinzochera e zoofila Ermelinda, tutta canonica e prurigine morale, nella sua alacre, buffa malinconia di zitella benefica; e la levatrice Betta, in perenne estasi di patetica sensualità per il marito Panfilo, sentenzioso mangiapreti, collezionista di letti, mitico campione di neghittosità, nel suo pigro far niente elevato ad ideale di vita, che è un'invenzione comicamente favolosa del racconto. Alcuni altri personaggi importanti risultano soppressi, altri menomati, altri rinvigoriti, come la fedele serva Marietta – la Borboni – che finisce col prevaricare, assurgendo a indiscusso protagonista.

Dopo l' autunnale vampata d'amore che la getta alla mercé del tristo Reginaldo, garzone di farmacia, il quale, approfittando dell'indebolimento mentale del padrone, sta per mettere sul lastrico la famiglia, sarà lei, tornando, figliol prodigo della scopa, nell'antica casa, a rimettere le cose a posto e a ristabilire la giustizia, provvidenziale dito di Dio in umile veste. E non importano molto, anzi provvedono ad accattivare il pubblico, alcune insistenze patetiche marginali.

A cominciare dalle deliziose scene di un poetico gusto retrospettivo dello scaligero Nicola Benois, come dire, venendo al minuscolo Gerolamo: dalla Cappella Sistina, alla miniatura, ieri sera è stato un susseguirsi di applausi: all'autore, al regista Pippo Crivelli che ha lodevolmente ordinato lo spettacolo con disciplinata discrezione, a Piero Mazzarella che non ho mai sentito recitare con altrettanto controllo, sobrietà e sottigliezza umoristica, alla Pogliani, alla Borgo, alla Possenti, al Silveri, al piccolo Orsini, alla Rainer che cantò con gran garbo i couplets musicati dal Carpi, all'Allegranza, autorevolmente truccato come uno dei boiardi del Boris coi russi del Bolscioi. Intanto, la Borboni tirava sempre più fuori le unghie, il pubblico perdeva la testa ed è stato il suo trionfo.

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 08 Dicembre 2014 23:25
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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