martedì, 11 dicembre, 2018
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La Redazione

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Martedì, 04 Dicembre 2018
Pubblicato in Sinopsi testi

ENRICO SOLO
di Alfonso Liguori

ENRICO - Veda, ciò che conosciamo di noi è soltanto una piccolissima parte di ciò che siamo a nostra stessa insaputa

Sono passati venticinque anni dalla chiusura di sipario sulla tragedia Enrico IV di Luigi Pirandello (1922). Un uomo si è autorecluso nella pazzia, la famiglia lo ha sequestrato in una villa isolata dal mondo. Fuori c’è la dittatura fascista, e poi la guerra, e poi la lotta di liberazione, la fine della monarchia e la nascita della Repubblica. Ma “Enrico” sa poco o nulla di tutto questo, perché niente gli è stato possibile sapere. Nella nuova democrazia italiana, una troupe della radio raccoglie le strane storie degli anni bui appena superati. Giunge così fin dentro la villa per registrare la testimonianza di questo curioso signore. Egli racconterà la sua storia finalmente in maniera libera e alla luce di un quarto di secolo di riflessioni. Nasce così il ritratto di un uomo che ha preso coscienza del suo dramma, delle sue colpe e degli errori, ma che ha conservata la bellezza del pensiero, dell’ironia e del gioco: un’identità che si era dissolta, frantumata nella tragedia venticinque anni prima, si ricompone pazientemente dinnanzi agli spettatori, nella volontà di essere sempre e comunque nella vita. Quello di “Enrico” resterà come un grido di speranza verso la possibile ricostituzione di un IO disgregato, ricostruzione che passa attraverso la Parola e il Teatro, attraverso la presa di coscienza della caducità umana e della pietà che può in ogni momento sostenerci.

Martedì, 04 Dicembre 2018
Pubblicato in Sinopsi testi

AVVISO DI CHIAMATA
di Dino Di Moia

Ubaldo Milani ha una straordinaria capacità che mostra già da bambino: pronosticare la data esatta della morte di ognuno, dote che gli procura numerosi problemi durante l'infanzia. Finiti gli studi, Ubaldo diventa ingegnere e progetta macchinari innovativi che sono costantemente rifiutati dalle aziende produttrici. Anche in questo campo il ragazzo mostra doti straordinarie, ma le sue abilità sono troppo avanzate e l'industria farmaceutica sarebbe penalizzata finanziariamente se mettesse in pratica le sue invenzioni. Precauzionalmente, l'establishment lo isola mediante accuse false e nella banca dati dell'Interpol Ubaldo viene inquadrato come sospetto terrorista. Trovatosi quindi disoccupato, e dietro consiglio dell'attivissimo padre, ritorna a sfruttare il superpotere che aveva sfoggiato da piccolo, ossia quello dei pronostici mortuari. Ubaldo si iscrive a un circolo di anziani, dove dapprima mostra di azzeccare la data di diversi funerali e successivamente si propone come Mago, ossia come colui che non solo prevede, ma può anche posticipare l'ultimo passaggio. Qualcosa va storto e Ubaldo finisce in galera, con una lunga pena pari a 7 anni. Durante la permanenza in carcere studia medicina, e nel momento della liberazione decide di utilizzare solo le sue capacità di ingegnere, creando una nuova macchina straordinaria che appare utilissima per il Servizio Sanitario Nazionale. Qualcosa di meno innovativo rispetto agli inizi, ma certamente più concreto. Questo apparecchio, a prima vista di facile realizzazione, procura guadagni milionari ad Ubaldo Milani e la Corte dei Conti. prudentemente, procede alla denuncia penale. Troppi soldi per qualche circuito elettronico, che ci sia sotto altro? E' così che ha luogo il processo giudiziario. I protagonisti sono un Giudice Supremo, una Pubblica Accusa insistente e zelante, e come difensore stavolta Ubaldo sceglie il migliore avvocato che ci possa essere per un essere umano: il proprio genitore. Il quale, anche se non possiede la laurea in Legge, ha un lungo passato da contrabbandiere e quindi è esperto di processi e galere. Non a caso, mostrerà spirito di iniziativa e tanta perspicacia, le quali suppliranno alle sue carenze in materia legislativa e porteranno alla sospirata assoluzione dell'ingegnere Ubaldo Milani.

Martedì, 04 Dicembre 2018
Pubblicato in Sinopsi testi

CATERINA LA TYGRE
di Luciana Guido

Sul palco si avvicendano due attrici che impersonano Caterina Sforza, signora di Forlì, in momenti diversi della sua esistenza: una Caterina anziana si alterna ad una più giovane nei flashback in cui si presentano gli episodi più salienti della sua esistenza a Roma e a Forlì. La scena principale si svolge a Firenze, nel 1504, nel salotto della villa medicea nella quale Caterina, poco più che quarantenne, ha trovato rifugio dopo aver lasciato le segrete di Castel Sant’Angelo, dove era stata a lungo prigioniera di Papa Alessandro Borgia. La sconfitta infertale da Cesare Borgia, figlio del Papa, l’ha privata della signoria di Forlì ed ora nel contenzioso con il cognato Lorenzo de Medici, oltre a ciò che resta dei suoi beni,Caterina rischia di perdere la tutela di Giovanni, il più piccolo ed il più amato tra i suoi figli, nato dall’amore profondo per il suo terzo ed ultimo marito, Giovanni de Medici. Caterina sta raccontando a Bianca Bona, sua ancella ed accolita, un fatto avvenuto vent’anni prima: la sua resistenza a Castel Sant’Angelo, dai cui spalti, armi in pugno, aveva tenuto sotto scacco Roma e l’esercito dei vescovi prima di essere costretta alla resa. Viene introdotto Frate Nicola, illustre rappresentante della curia romana, entrato a più riprese nei momenti cruciali della sua vita. Il frate si dichiara preoccupato per la salute di Caterina e le fa pressione perché confessi i peccati di cui si è macchiata nel suo burrascoso passato. Sotto la quieta apparenza delle buone maniere, tra i due s’innesca una tensione crescente, una lotta senza risparmio di colpi nella quale i due contendenti rievocano i momenti salienti della vita di Caterina: lo stupro che ha subito all’età di dieci anni ad opera del primo marito, lo sfarzo della vita romana, l’ eroica resistenza dagli spalti della Rocca di Ravaldino, a Forlì, quando Caterina ha mostrato la vulva ai nemici che volevano sottrarle la signoria dopo averle assassinato il primo marito, la passione carnale per il secondo consorte, la rabbia violenta e sanguinaria dopo il suo assassinio ed infine l’amore pieno e totale per Giovanni, il suo terzo ed ultimo marito, che è spirato tra le sue braccia, e lo strazio provocato da questa perdita. Caterina rivela al frate di essere convinta che dietro a questa morte, così come a molte altre delle sue sventure, si celi la longa manus di un nemico insidioso che si nasconde nell’ombra: confessa il suo desiderio di vendetta e chiede l’assoluzione per questo peccato. L’altro protagonista della scena è un liquore preparato da Caterina, che è esperta erborista. La duchessa lo offre a più riprese al frate e lei stessa ne beve un po’ per vincere la resistenza del prelato, il quale in un primo momento appare molto restio a servirsene ma se ne dimostra poi entusiasta e ne accetta in dono due ampolle, una per sé ed una per Papa Alessandro. Il frate si congeda subito dopo e Caterina dichiara a Bianca Bona il suo disprezzo per quell’essere immondo, nel quale identifica il nemico occulto che ha tessuto le trame della sua rovina, inclusa la morte di Giacomo, e che ora ritiene connivente con suo cognato Lorenzo. La scena si conclude con Caterina che si allontana con Bianca Bona; si stanno recando nel laboratorio dove Caterina conduce i suoi “experimenti” : prepareranno un vaso di unguento per Isabella d’Este, che le ha allertate circa l’arrivo del frate Nicola, ma vogliono soprattutto verificare gli effetti di un veleno lento e potente sui topi che tengono in gabbia.

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