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Leonardo SCIASCIA - I mafiosi (da Giuseppe Rizzotto)

Il Tempo, 23 marzo 1966

Chiunque sia stato a scriverli: Gaspare mosca come pare ormai accertato oppure Giuseppe Rizzotto come vuole il manifesto, o magari tutti e due come non è improbabile, I mafiosi, rappresentati dal Piccolo Teatro di Milano, non appartengono né all’uno né all’altro, essendone stato totalmente stravolto il tono e capovolto il senso col far dir loro tutto il contrario dall’attuale rielaboratore: Leonardo Sciascia che ne va considerato il vero autore a tutti gli effetti e a tutte le responsabilità. Qui non è questione dei diritti o dei limiti di riduzione d’un copione estremamente modesto che non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare ad essere manomesso; è piuttosto, questione di domandarsi la liceità e lo scopo di trasformare disinvoltamente un copione promafia in un copione antimafia. L’interrogativo è tanto più sconcertante dovendo escludere che il recupero di questo fossile del teatro siciliano sia stato dettato da ragioni di validità artistica, mentre è stato suggerito, penso, unicamente da considerazioni per così dire documentarie, in obbedienza all’invadente criterio di “storicizzare” un problema.

Pare, dunque, che il Mosca, un maestro elementare palermitano, patito del teatro, oltre che perseguitato dalla polizia borbonica per aver partecipato ai moti del ’60, dopo essersi divertito al racconto delle imprese e delle prepotenze galeotte, in un certo senso una rivolta contro il dominio borbonico, di un emerito camorrista – e qui occorrerebbe distinguere tra camorra e mafia – detto Jachino Funicazza, mettesse insieme un breve copione il cui titolo primitivo suonava: La Vicaria (cioè il carcere) di Palermo e lo consegnasse, anno 1862 o ’63, all’attore Giuseppe Rizzotto, ex-impiegato nella burocrazia di Stato, anche lui patriota, datosi anima e corpo all’impresa di creare dal nulla un teatro vernacolo siciliano.

In seguito al successo: migliaia di repliche e traduzioni in mezza dozzina di altri dialetti; e probabilmente anche, sembra, sotto la pressione delle proteste di certi ambienti, a causa dell’aperta simpatia per l’Onorata Società indi il popolaresco bozzetto traboccava, ad opera non si sa bene di chi, presumibilmente del Rizzotto, il copione cominciò a gonfiarsi come un fungo mostruoso. Vi fu aggiunto un terzo e poi un quarto atto e poi ancora un prologo, per finire addirittura in una trilogia.

Che ci si racconta nel nucleo primitivo, le scene del carcere che, col folcloristico realismo della loro ingenua semplicità da stampa popolare, rimangano le uniche degne di un certo interesse? A prova dello spirito che vi circola, cito dalla “Storia del Teatro Siciliano” di Francesco De Felice: “… domina ‘u zù Funicazza che è andato in galera una prima volta per ragioni politiche ed un’altra volta perché offeso nell’onore, Egli è leale, coraggioso, fiero e pretende che la giustizia sia rispettata e quindi si erige a difensore di essa con fierezza e magnanimità proprie dei paladini antichi…”. Giustizia e magnanimità non impediscono a questo precoce “pezzo da novanta” di imporre “la tangente” agli altri carcerati, di spadroneggiare, di sfregiare un gregario indisciplinato e di far assassinare un “traditore”. Ad attenuare di molto la portata di un atteggiamento che potrebbe apparire vera e propria apologia di reato, occorre tener conto che la mafia, seppure c’entra, c’entra unicamente da mediatrice del tema comico che è sostanzialmente quello del gergo dei carcerati, e comunque non è nemmen lontanamente sospettata nel senso morale e nel peso sociale intesi oggi. Vi figura come una specie di bulla e generosa cavalleria e niente di più. Tant’è vero che, nella prima aggiunta, si ritrovano il nostro eroe e i suoi degni accoliti tutti chiesa e bottega e famiglia, convertiti all’onestà del sano lavoro proletario da un misterioso benefattore incognito, forse un recluso politico conosciuto in carcere e, naturalmente, ammirato quale ribelle al governo.

Bene, è proprio a questa svolta che lo Sciascia compie il suo cambiamento a vista. Nella sua versione li ritroviamo, rimpannucciati e burbanzosi, consociati in una cosca mafiosa politica, occupata a raccoglier voti, senza esclusione di colpi per far eleggere deputato un sinistro barone affamapopolo che, guarda combinazione, è proprio il magnanimo redentore della versione originale. Che, niente niente, si sia voluto alludere a Crispi?

Spiace dirlo, trattandosi di uno scrittore serio che, riscrivendo in lingua la prima parte, dimostra controllo e discrezione pur nel mutar chiave alla storia; ma la goffaggine dell’ultimo gioco di bussolotti scende al rango poco più che d’uno sketch da avanspettacolo.

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 22 Dicembre 2014 15:28
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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