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SIMON BOCCANEGRA - regia Giorgio Gallione

Simon Boccanegra Simon Boccanegra Regia Giorgio Gallione

Ottavia restituita al trono
musica di Giuseppe Verdi
direttore: Michele Mariotti
regia: Giorgio Gallione, scene e costumi: Guido Fiorato
con Roberto Frontali / Marco Vratonga, Carmen Giattanasio / Sofia Mitropoulos, Giacomo Prestia / Carlo Cigni
orchestra e coro del teatro comunale di bologna
Bologna, Teatro Comunale, dal 13 al 20 novembre 2007

La Stampa, 15 novembre 2007
"Simon Boccanegra", una rotonda
sul mare per il doge che muore

Ogni grande personaggio verdiano possiede un'essenza drammatica attorno a cui gravita tutta la sua personalità. Quella di Simon Boccanegra consiste nell'essere un uomo di pace e, per sottolinearla, Verdi rifece nel 1881 la partitura del 1857, aggiungendo la strepitosa scena politica del consiglio del Doge che vede Boccanegra ergersi con dolente superiorità sulle fazioni in lotta tra loro, sulla volontà di guerra, e sulla sommossa popolare che irrompe dall'esterno. Calma, severità.

Senso della vanità del tutto: non è facile costruire un personaggio così, ma il baritono Roberto Frontali ci è riuscito assai bene in un cast in cui primeggiano le voci maschili. Il nobile e austero Jacopo Fiesco è il basso Giacomo Prestia, la voce più bella della serata per rotondità e pienezza; Paolo Albiani, lo scellerato traditore, è percorso dall'energia di Marco Vratogna; Gabriele Adorno vive nel lirismo del tenore Giuseppe Gipali. Un po' costretta nei limiti di una parte difficile e di una voce che accusa qualche stridore è parsa Carmen Giannattasio nella parte di Maria Boccanegra.

Nel complesso la compagnia ha trasmesso i valori essenziali di questo contorto e difficile lavoro verdiano. Il merito va anche al giovane Michele Mariotti, che guida l'orchestra in modo teso e contrastato. Meno felice lo spettacolo del regista Giorgio Gallione e dello scenografo Guido Fiorato: le scene realistiche del consiglio e del giardino sono accettabili, ma non legano con quelle astratte di una Genova medievale a strisce bianche e nere. Peccato poi far morire il doge al centro di una rotonda sul mare e non nel suo palazzo: significa uccidere quella poesia dell'intimità cui Verdi teneva sopra ogni cosa.

Paolo Gallarati

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 10:49
La Redazione

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