mercoledì, 23 ottobre, 2019
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RIGOLETTO - regia Daniele Abbado

"Rigoletto", regia Daniele Abbado "Rigoletto", regia Daniele Abbado

Musica Giuseppe Verdi                                     
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
dal dramma Le Roi s'amuse di Victor Hugo
Prima rappresentazione Venezia, Teatro La Fenice, 11 marzo 1851
Direttore Daniele Gatti
Regia Daniele Abbado
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Scene e Luci Gianni Carluccio
Costumi Francesca Livia Sartori ed Elisabetta Antico
Regista Collaboratore Boris Stetka
Movimenti Coreografici Simona Bucci
PRINCIPALI INTERPRETI
IL DUCA DI MANTOVA Ismael Jordi / Ivan Ayon Rivas 13, 18
RIGOLETTO Roberto Frontali / Sebastian Catana 13, 18
GILDA Lisette Oropesa / Claudia Pavone 13, 18

SPARAFUCILE Riccardo Zanellato
MADDALENA Alisa Kolosova
GIOVANNA Irida Dragoti
*
IL CONTE DI MONTERONE Carlo Cigni
MARULLO Alessio Verna
MATTEO BORSA Saverio Fiore
Il
CONTE DI CEPRANO Daniele Massimi / Antonio Taschini 11, 13, 15, 18
LA CONTESSA DI CEPRANO Nicole Brandolino
USCIERE DI CORTE Leo Paul Chiarot / Fabio Tinalli 11, 13, 15, 18
PAGGIO DELLA DUCHESSA Michela Nardella / Stefania Rosai 11, 13, 15, 18
* dal progetto "Fabbrica" Young Artist Program del Teatro dell'Opera di Roma
Orchestra e Coro del Teatro dell'Opera di Roma
Nuovo allestimento
Roma, Teatro dell'Opera di Roma dal 2 al 18 dicembre 2018

www.Sipario.it, 14 dicembre 2018

Il sipario si apre sulle note dell'ouverture, ed ecco apparire uno scenario brumoso con le luci appena soffuse traverso le quali si intravedono, qua e là, grandi palazzi. Al centro vi è il protagonista di una delle più celebri opere verdiane: Rigoletto. È seduto e attende d'esser abbigliato per recarsi a svolgere il suo compito: il buffone di corte. Ha uno sguardo assorto, triste, quasi presagisse ciò che il destino – crudele e impietoso – gli riserverà. Quando il costume e il trucco sono ultimati, eccolo entrare in azione.
La scena si illumina. Ma non ci troviamo nel XVI secolo a Mantova. L'epoca è molto più vicina a noi: la Repubblica di Salò. Anche i costumi rispecchiano il tempo. Daniele Abbado, regista di questo nuovo allestimento di Rigoletto, ha operato tale scelta per maggiormente accentuare il senso di isolamento del personaggio verdiano. A guardarla, si ha l'impressione che questa versione proceda su due binari paralleli: quello della scenografia – con palazzi che creano un'illusione di protezione e invece non son che trappole pronte a stritolare gli uomini – e i personaggi assieme a tutto ciò che s'agita nel loro animo. Elemento, questo, che demarca ancor più il senso di isolamento e separazione insanabile fra il singolo e la società in cui vive ma della quale non sente di far parte. Unici contatti possibili che Rigoletto ha col suo mondo: la maledizione lanciatagli da Monterone, il rapimento della figlia il suo disonore e la sua uccisione per mano di Sparafucile.
Il baritono Sebastian Catana tratteggia un Rigoletto che a tratti vorrebbe essere crudele ma non riesce. Più forti divengono in lui la disperazione e il dolore, e più il suo canto si fa contenuto. Anche negli acuti: volutamente controllati e non cantati a voce piena lasciando vibrare in maschera tutti gli armonici. Perché egli non può manifestare in modo netto e deciso ciò che prova: per dignità ma anche – e soprattutto – per proteggere se stesso e sua figlia.
Caratteristica, questa, che in parte lo accomuna al Duca di Mantova interpretato dal tenore Ivan Ayos Rivas. Ma qui gli acuti trattenuti assumono colorazioni diverse: dovendo egli fingere in quanto squallido maramaldo, non può esprimersi in tutto il suo essere ed in ogni armonico.
Unico personaggio a non dover celar nulla di sé: Gilda, che in questa versione è interpretata da Claudia Pavone il cui canto è ben sostenuto e accompagnato in tutta la sua limpidezza. Ciò perché, dell'opera verdiana, è la sola a poter essere sincera e chiara. Al punto che Abbado, sul finale, la fa morire in piedi ma – trovata scenica interessante – coperta da un cono di tenebra mentre, tutt'intorno, le luci permangono immutate.
Un Rigoletto tutto sommato buono, la cui modernità è ben messa in luce malgrado manchi – nel disegno di regia – una metafora scenica in grado d'imprimersi nella memoria degli spettatori: tanti Rigoletti forzatamente prigionieri d'una solitudine che mai hanno cercato e della quale, difficilmente, riusciranno a liberarsi.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Sabato, 15 Dicembre 2018 01:25

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