sabato, 07 dicembre, 2019
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STRANIERA (LA) - regia Mateo Zoni

 "La straniera", regia Mateo Zoni. Foto Michele Monasta "La straniera", regia Mateo Zoni. Foto Michele Monasta

Melodramma in due atti di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini
Prima rappresentazione Milano Teatro alla Scala 14 febbraio 1829
Edizione critica a cura di Marco Uvietta. Casa Ricordi Milano
Con il contributo del Teatro Massimo Bellini di Catania
Nuovo allestimento Versione 1829

Personaggi e interpreti
La Straniera Salome Jicia
Arturo Dario Schmunck
Valdeburgo Serban Vasile
Isoletta Laura Verrecchia
Il Priore degli Spedalieri Adriano Gramigni
Osburgo Dave Monaco
Il signore di Montolino Shuxin Li
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Fabio Luisi
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Regista Mateo Zoni
Scenografia Tonino Zera e Renzo Bellanca
Costumista Stefano Ciammitti
Luci Daniele Ciprì
Firenze, Teatro del Maggio 14 maggio 2019
Altre date (16 e 19 maggio 2019)

www.Sipario.it, 16 maggio 2019

Rimasta insoluta nella vuota regia di Mateo Zoni e nella timida lettura di Fabio Luisi La Straniera di Vincenzo Bellini presentata al 82o Maggio Musicale Fiorentino 2019

L'evento era atteso: un titolo di rara esecuzione con il maestro Fabio Luisi, responsabile musicale del Maggio Fiorentino, che avocava a sé la conduzione dell'opera. Era annunciata, nel momento in cui era stato presentato il cartellone generale delle stagioni dell'Opera di Firenze, la regia di Marco Tullio Giordana, che evidentemente ha lasciato spazio ad un giovane regista portoghese, Mateo Zoni, documentarista più che regista di finzione. Il tutto annunciato come uno spettacolo dalle forti connotazioni cinematografiche. Non si può di certo affermare che tale sostituzione, certamente soppesata, sia stata la concausa dell'esito poco entusiasmante approdato sul palcoscenico fiorentino. Gli applausi, e anche calorosi, da parte degli spettatori che hanno riempito il teatro, non sono mancati, più di stima nei confronti della bella e fluida direzione di Luisi, che del risultato scenico. All'uscita in proscenio qualche contestazione, di soppiatto, si è alzata nei confronti dello staff registico, che ha fatto bene a non riproporsi per il saluto finale generale. E' stata un azzardo affidare a chi non possiede una consolidata pratica di regia teatrale, e nella specie regia lirica, la cura di un titolo fuori da consolidato repertorio. Non è da tutti i registi essere registi di opera. Proprio l'aspetto visivo è stato deficitario, compromettendo qualsiasi comprensione da parte del pubblico e lavoro interpretativo sui cantanti: una regia che si è limitata alla gestione delle entrate e uscite in palcoscenico con esiti anche maldestri e banali. Doveva essere un allestimento che puntava sull'effetto cinematografico, essendo regista, costumista (Stefano Ciammitti), scenografo (Tonino Zera e Renzo Bellanca) e luci (Daniele Ciprì) provenienti dal mondo del set. Proponimenti che non si sono visti in palco con l'unica prospettiva visuale puntata sulla ricercatezza dei costumi delle parti femminili riccamente rivestite in stile rinascimentale con un gioco di maschere ornate, di contro uomini con tuniche e corazze da medioevo barbarico. Gli effetti di luci si sono limitati a qualche riflesso giocato sugli elementi argentati dei coristi, o sulla corazza (stile centurione romano) di Arturo; altrettanto di pessimo gusto la mascheratura arborea e il costume, da diavolessa fatto indossare dalla protagonista, al momento del processo. Palcoscenico pressoché vuoto con qualche pannello da fondale; si salva la formazione della foresta del primo atto e la capanna rifugio della Straniera, ma nulla più. Certamente la difficoltà di definire l'ambito narrativo è data anche dalla complessità del libretto che ci racconta di amanti esiliate, spose promesse non amate, amori ritrovati e perduti, agnizioni e morti per amore, di una straniera o sconosciuta che viene considerata strega, un delitto sul lago, un processo assurdo. Questa è la trama del La Straniera di Vincenzo Bellini che Felice Romani ricava da un romanzo francese, su modello dei romanzi romantici di Walter Scott, La Straniera di Charles-Victor Prévost d'Arlincour, autore considerato "principe dei romantici", francesi, scrittore di successo di romanzi giudicati, come impossibili, per le trame e personaggi improbabili. E su un libretto siffatto Vincenzo Bellini trasse l'opera omonima rappresentata per il Teatro alla Scala il 14 febbraio 1829. Con quest'opera, Bellini s'immerge nel nuovo clima romantico con soluzioni compositive nuove, come uno stile vocale declamatorio e ricco di tensione drammatica rinunciando alla cabaletta tradizionale in favore di un canto declamato e con un fitto gioco di assiemi e di episodi musicali legati alla natura (l'elemento iniziale del lago, i cori di caccia, la tempesta).
Protagoniste erano voci che praticano il repertorio del belcanto. Nella parte di Arturo, il tenore Dario Schmunck (In Italia lo ricordiamo anche se non brillantissimo nel 2016 a Bergamo nella Rosmonda d'Inghilterra di Donizetti. Il suo intervento è stato sostanzialmente corretto, in una parte che Bellini aveva scritto per una voce nuova, al tempo Domenico Reina, giovane e volonteroso cantante pronto a seguire docilmente le indicazioni del maestro per «apprendere il nuovo stile» in sostituzione del preferito da Bellini, Giovan Battista Rubini, impegnato in altri contratti. Bellini gli delinea una parte sapientemente costruita sul registra centrale con inserimenti di agilità ma sapientemente dosati. E Schmunck si mantiene su questa linea prudente ma alla fine efficace nel portare in porto un buon risultato. Protagonista nel ruolo della Straniera (Agnese), il soprano emergente Salome Jicia, (prossina protagonista in Semiramide di Rossini al ROF) per un ruolo che Bellini aveva scritto Enrichetta Méric-Lalande, per una voce ricca, estesissima, e agile, eccellente interprete del repertorio drammatico d'agilità, uno dei suoi soprani preferiti, per la quale compose Bianca e Fernando, Il Pirata, Zaira e Lucrezia Borgia. E' un ruolo impegnativo quello della Straniera più pendente sul versante dell'intensità drammatica che sulla coloritura, anche se non ha una sua fisionomia e credibilità vocale, presentandosi fin dalla prima scena, con una serie di agilità ma senza aggiungere altro alla linea del canto. La giovane cantante ha dimostrato di avere interessanti mezzi vocali, mostrando però il fianco ad una carenza di fiato, che l'ha fatta in qualche maniera soffrire nell'atto conclusivo dell'opera, con acuti non proprio equilibrati. Diamole atto che questo ruolo le servirà per misurarsi nel prossima impegno rossiniano.
Meritato il successo personale de baritono Serban Vasile nella parte di Valdeburgo che ha saputo ben dominare le parti di assieme condiviso dalla Isoletta del giovane mezzosoprano Laura Verrecchia. Una dimostrazione di professionalità sono stati Adriano Gramigni (Il Priore degli Spedalieri), Dave Monaco (Osburgo) Shuxin Li (Il signore di Montolino), giovani artisti dell'Accademia del Maggio Musicale
Anche la direzione di Fabio Luisi è rimasta ingabbiata e non risolta in una lettura che non ha portato in nessun luogo, né a ripercorrere le strade note dell'opera belliniana che si regge su una robusta strumentazione e sulla ricerca delle melodie del canto, né sull'analisi di ciò che di nuovo esiste in questa partitura che rifletteva i contatti europei che in quel momento si intersecavano nelle scuole musicali della penisola musicale.

Federica Fanizza

Ultima modifica il Domenica, 19 Maggio 2019 11:33

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