lunedì, 22 aprile, 2024
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VETRIANO, BERGMAN E LA TENZONE DEI MICROTEATRI. -di Errico Centofanti

Monte Castello di Vibio (PG), Teatro della Concordia. Monte Castello di Vibio (PG), Teatro della Concordia.

Niente di bellico, per carità! Non ci piacerebbe, né sarebbe pensabile, che in questo mondo impazzito pure i teatri indulgessero al guerreggiare! Qui, arruolando la parola “tenzone”, si vuol solo alludere a qualcosa d’apparentabile a quel far letteratura che altro non fu se non il pacifico disputare e sfidarsi intrecciato dai trovatori provenzali a suon di strofe e strambotti.

Che botta! quella mattina: a Bevagna, gran bel borgo a mezz’ora da Perugia. Sapendone niente, impossibile immaginare che l’arrampicarsi su quell’infinità di gradini vecchi d’un migliaio d’anni avrebbe offerto per approdo un teatro quasi aggrappato alle nuvole: un po’ come scalare lo scalone dentro il Palazzo della Pilotta, a Parma, che da metà Seicento porta al Teatro Farnese, gigante da tremila posti.

Foto 4 Portoferraio
Portoferraio (LI), Teatro dei Vigilanti.

A Bevagna, invece, niente giganti: delizioso, con i suoi palchi a balconcino, gli stucchi, gli affreschi e i velluti, questo teatro qui è piccolino assai: poco piú di duecento spettatori ricevibili. In cima al Palazzo dei Consoli, devoluto a sede municipale con l’avvento del Regno d’Italia, il teatro ce l’avevano incastrato nel 1886, intitolandolo al letterato concittadino Francesco Torti (1763-1842), discepolo e amico di Vincenzo Monti e noto sopra tutto per la messa all’Indice delle sue opere a seguito dell’accusa di eresia mossagli da Monaldo Leopardi, inviperito per gli scritti del Torti circa le condizioni di povertà e oppressione vigenti nei territori in quel tempo appartenenti allo Stato pontificio.

Beh, ditemi voi se dentro il teatro di Bevagna una botta di claustrofobia non avrebbe colpito pure voi, allenati come siete a far maratone nei labirintici corridoi oppure a serpeggiare attraverso le praterie di poltrone in cerca del vostro tra i quasi duemila posti della Scala o del San Carlo.

Dabbasso, intanto, s’andavano squadernando le attrazioni del Mercato delle Gaite, che per Bevagna vuol dire l’annuale festa d’ingresso dell’estate, e s’animava il conversare sul che s’è visto e sul che fare. Quanto al resoconto dell’incontro col microteatro s’accende tutta una chiacchiera per cui, tra residenti e visitanti in qualche modo informati dei fatti, s’arriva a dar atto che «ce n’è di ben piú piccini di teatri, da queste parti», concordando quanto al riconoscere lo status di degni contendenti a Monte Castello e Monteleone, anch’essi antichi borghi d’appartenenza umbra, e pervenendo a proclamare che, comunque, la tenzone intorno a quale sia il microteatro primatista travalicherebbe la dimensione regionale, «perché nessuno al mondo ce n’ha di piú piccini dei nostri».

Foto 1 Bevagna
Il Teatro Torti di Bevagna (PG), foto di Pier Nicola Bruno.

La tenzone

Adesso, serve l’apporto d’una cartografia dell’Umbria: i borghi che si contendono il primato di possedere il piú piccolo microteatro del mondo appaiono raggruppati in un microspazio che vede Bevagna e Monteleone d’Orvieto quasi perfettamente allineati in orizzontale da un capo all’altro della linea virtuale di cinquanta kilometri intercorrente tra di loro, con Monte Castello di Vibio giusto a mezza via. Perché resistere alla tentazione d’approfondire?

Con i suoi novantasei posti, è il Teatro dei Rustici di Monteleone d’Orvieto, tre quarti d’ora a Sud-Ovest di Perugia, a rivendicare il primato tra i piú piccoli teatri del mondo. Era in origine il Palazzo del Podestà, trasformato in teatro nel 1732 con una sala a ferro di cavallo alla quale, nell’Ottocento, vengono aggiunti due ordini di palchi. Prende nome dall’Accademia Filodrammatica dei Rustici, che vi ha avuto sede. Diventato, a metà del Novecento, sala da ballo e ritrovo giovanile, s’avvita in un progressivo decadimento, cui pone fine la ristrutturazione del 1990. Poi, nuovi restauri diventano necessari a seguito del terremoto del 2016, per i quali Trond Mohn, mecenate di origine norvegese abituale villeggiante di Monteleone, annuncia la propria disponibilità sovventrice.

Monte Castello di Vibio, a breve distanza da Todi, accredita il suo Teatro della Concordia del titolo di piú piccolo tra i teatri all’italiana, cioè di quelli a piú ordini di palchi sovrapposti, con una platea a ferro di cavallo. Inaugurato nel 1808, con un’intitolazione alludente agli ideali della Rivoluzione Francese, e riccamente affrescato, viene dichiarato inagibile a metà Novecento. Successivamente, acquisito in proprietà dal Comune, è oggetto di importanti lavori di restauro. Lo spazio scenico di cinquanta metri quadrati fronteggia novantanove posti per il pubblico, distribuiti tra i ventidue palchi e la platea.

Con il che il Torti di Bevagna, dati i suoi duecento posti, appare palesemente fuori dalla tenzone dei microteatri, pur se può ben consolarsi perché, disponendo di un rispettabilissimo spazio scenico, ha modo di svolgere con regolarità la funzione per cui è nato, grazie agli spettacoli programmati dal Teatro Stabile dell’Umbria.

Comunque, anche il Rustici e il Concordia retrocedono, allorché lo sguardo esplora un panorama doverosamente piú ampio di quello umbro. Ovviamente, un conteggiare attendibile e esaustivo è del tutto velleitario, colpevolmente privo com’è il nostro Paese d’una catalogazione non solo degli edifici teatrali ma di tutti i principali cespiti del patrimonio culturale. Perciò, non v’è da procedere altrimenti che per sentito dire e a casaccio o, per dirla meno all’antica, “random”.

Foto 2 Monteleone
Monteleone d’Orvieto (TR), Teatro dei Rustici.

Teatri e “campanili”

Già solo a considerare i cosiddetti teatri di corte, presenti in molte parti d'Europa, è fuor di dubbio che parecchi siano i casi di piccole dimensioni; tuttavia, la casistica dei piccolissimi pare riguardare sopra tutto l’Italia, dove la tradizionale tenzone emulativa tra “campanili” ha generato svariate realtà architettonicamente riconducibili al canone teatrale anche se, non di rado, dalla capienza inferiore a cento posti.

Cosí, da quest’insieme finiscono per restare esclusi tanti luoghi deliziosi non abbastanza piccolissimi: tutti veri e propri gioielli, appartenenti però alla fascia da duecentocinquanta spettatori, per non dire del superlativo Teatro di Corte di Caserta, che con i suoi cinquecento posti appare troppo fuori scala. Tra i molti possibili, vale la pena di evocarne qualcuno di quelli tipicamente “all’italiana”.

Il Teatro dei Vigilanti in Piazza Gramsci a Portoferraio, già edificio ecclesiale del Seicento, viene trasformato in teatro e inaugurato nel Gennaio del 1815 durante il breve esilio all’Elba di Napoleone Bonaparte, che non ne fu assiduo frequentatore, al contrario di Paolina, la sorella diventata principessa Borghese e immortalata in quella che è la piú celebrata scultura di Canova.

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Il Teatrino di Vetriano di Pescaglia (LU), foto ThinkLab 2013 per FAI.

Il Théâtre de la Reine, nel giardino del Trianon a Versailles, voluto dalla regina Maria Antonietta, debutta nel 1780 ma oggi è usato solo come museo di architettura e scenotecnica per evitarne lo stravolgimento altrimenti imposto dalle norme di sicurezza.

Drottningholm, nel palazzo reale di Stoccolma, viene attivato nel 1766 ma dopo un quarto di secolo, a seguito dell’assassinio di Gustavo III, il re suo fondatore, patisce il declassamento a magazzino per mobili fuori uso senza, tuttavia, subire danni, tanto da esser tornato in piena attività a partire dagli anni ’20 del Novecento.

Il Teatro di Corte, nella reggia di Caserta, creato nel 1769 per volere di Carlo, fondatore pure del grande San Carlo che sta a Napoli, è l’unica parte della reggia completata prima che l’architetto Vanvitelli morisse e vanta la parete di fondo del palcoscenico apribile per inglobare nella scenografia la veduta offerta dal parco. L’accennare a questi esempi aiuta a comprendere come, ciascuno a suo modo, tutti i teatri, anche i tanti non citati, siano, indipendentemente dalle dimensioni, monumenti di bellezza e depositi sapienziali d’eccezionale pregio estetico e strepitosa importanza storica, ognuno dei quali meritevole della devota cura dovuta ai gioielli di famiglia.

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Teatrino di Vetriano, la sala vista dal palcoscenico, foto Paolo Barcucci 2015 per FAI).

Il primato di Vetriano

Poi, c’è il Teatrino di Vetriano. Questo è un caso a sé, in primo luogo perché è l’elemento risolutore della tenzone tra microteatri e inoltre in quanto, essendo l’unico teatro assunto in tutela dal FAI, l’autorevole Fondo per l'Ambiente Italiano che opera per la salvaguardia del patrimonio storico, artistico e paesaggistico nello spirito della nostra Costituzione, addita la necessità della diversa e accorta considerazione nella quale andrebbe tenuto il grandioso patrimonio storico-artistico costituito dalle sale di spettacolo del nostro Paese.

È un caso a sé, Vetriano, anche perché, al contrario di quanto s’immaginerebbe di primo acchito, pur abitando tra gli italianissimi monti della Lucchesia e pur essendo dovuto alla italianissima creatività della comunità che l’ha voluto e degli artisti e tecnici che l’hanno realizzato, non ha l’aspetto dei veri e propri “teatri all’italiana”, tutti caratterizzati dalla pianta della sala a forma di campana o ferro di cavallo.

A Vetriano, invece, la sala è un ambiente rettangolare di settanta metri quadrati dove, tra platea e due ordini di balconate, possono trovar posto ottantacinque spettatori. Ecco dunque questo numero – l’85! – per virtú del quale viene a stabilirsi il primato che ha indotto il Guinness World Records Book a accreditare quello di Vetriano come “il teatro storico pubblico piú piccolo del mondo”.

Fu nell’ultimo decennio dell’Ottocento che gli abitanti del piccolo borgo di Vetriano di Pescaglia investirono denaro e manovalanza per adattare a sala teatrale un fienile messo a disposizione dalla famiglia Biagini. Nella seconda metà del Novecento, l’immobile, assai danneggiato da disuso e avversi eventi, pervenne in proprietà per metà al Comune di Pescaglia e per metà al FAI. Fu quest’ultimo a occuparsi del finanziare e condurre restauri, consolidamento strutturale e rifunzionalizzazione: opere che, progettate dall’architetto Guglielmo Mozzoni e concluse nel 2002, hanno fruttato un diligente recupero dell’elegante assetto originario della sala, del palcoscenico e di tutti gli altri ambienti e spazi accessori.

L’intervento del FAI ha riguardato anche il ripristino degli apparati decorativi nonché quello del sipario originario e dei fondali raffiguranti interni, esterni e paesaggi, tutte opere dovute a pittori di fine Ottocento.

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Uno dei teatrini di carta creati da Alfred Jacobsen (sec. XIX).

Honeste delectare

Il sipario di Vetriano, dedicato a un’allegoria della musica e di altre arti, esibisce, inscritta nella parte inferiore, la massima «Progredi et honeste delectare». Questa programmatica associazione tra “progredire” e “divertire con onestà” sta a certificare meglio di qualsiasi rogito notarile quali anni e quale clima culturale fossero quelli che hanno dato vita alla perla teatrale di Vetriano. Viene in mente l’iscrizione scolpita sul frontone del Massimo di Palermo, «Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire», che è un’altra – e forse la piú suggestiva – tra le espressioni con cui la trionfante borghesia ottocentesca mirò a rassicurare – sopra tutto se stessa – come il frequentar teatri sia qualcosa di piú alto e solenne del mero andare a divertirsi.

Tanto fu imponente, nell’Ottocento, il fenomeno del fabbricar teatri che, in parallelo, guadagnò gran fortuna la diffusione dei teatrini di carta, modellini per bambini largamente prodotti in Europa, specialmente dal danese Alfred Jacobsen (1853-1924), muniti anch’essi di acconce frasi edificanti inscritte sul frontone dell’arcoscenico. Appare cosí non infondato il racconto di chi sostiene essere venuta proprio da uno di quei modellini l’idea del fare e del come fare il Teatrino di Vetriano.

Del resto, in tempi a noi assai piú ravvicinati, un procedimento non troppo dissimile è entrato in risonanza con Bergman per la creazione di due dei suoi capolavori: nel 1974 la versione cinematografica del Flauto magico di Mozart e nel 1982 l’incipit di Fanny e Alexander. In realtà, Bergman il Flauto avrebbe voluto girarlo dentro la meraviglia d’architettura e scenotecnica barocche che è il Drottningholm, il teatro voluto da Gustavo III, il re assassinato nel 1792 e ispiratore del Ballo in maschera di Verdi. Però, Bergman fu costretto dalla limitatezza e fragilità degli spazi a ripiegare su un modellino di carta per i “totali” e alla ricostruzione in studio per le sequenze di dettaglio. Il modellino apprestato in sostituzione del vero e proprio Drottningholm avrebbe poi offerto lo spunto per crearne un altro, reso personaggio tra gli interpreti di Fanny e Alexander.

Di quest’ultimo modellino, Bergman mette in bella vista il pensiero disegnato in cima al boccascena: «Ei Blot Til Lyst». Pare si tratti di una frase in norvegese antico, della quale si racconta che il Teatro dell’Opera di Copenhagen, in tempi lontani, l’abbia eretta a proprio motto. Quel che importa, qui, è certamente il suo significato: «Non Solo Per Divertimento». Come dire, insomma, che si crea e si propone pubblicamente spettacolo non solo per divertimento, proprio e d’altrui, ma anche per indurre se stessi e chiunque a pensare, a riflettere, a essere cittadini piuttosto che sudditi. Si fa spettacolo, si fa musica, si fa danza, si fa letteratura non solo per divertimento. È la stessa cosa che in altro modo dice Brecht: «Tutte le arti contribuiscono all’arte piú grande di tutte: l’arte di vivere».

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Valvasone Arzene (PN), Teatrino del Castello di Valvasone.

Mondo piccolo e mondo grande

Proprio il doversi misurare con l’arte di vivere sta ormai diventando la maggior cura per i microteatri e sopra tutto per quanti hanno da pensare e da agire in ragione di essi. Perché, è evidente, le notevoli spese comportate da manutenzione e gestione di edifici d’un genere cosí particolare, in uno con i non indifferenti costi delle attività di spettacolo, non generano possibilità d’equilibrio economico-finanziario rispetto alle modeste entrate rivenienti dalle minimali quantità di possibili fruitori paganti.

Tant’è che il Teatrino di Vetriano, nonostante il sostegno del FAI, deve fare affidamento sul costante impegno della Soprintendente Loredana Ciabatti Cipriani e della custode Cristina Guarducci per acquisire le risorse assicurate dall’ospitalità di convegni aziendali, celebrazioni nuziali e altri non disdicevoli eventi.

È la medesima strada che la municipalità friulana proprietaria ha intrapreso per il Teatrino del Castello di Valvasone, allestito nel Settecento mediante la trasformazione di una sala rinascimentale: un ambiente quadrangolare di novanta metri quadrati, con un unico ordine di palchi innestato intorno alla platea e una capienza complessiva di novanta posti, dove ovviamente sono piú che benvenute iniziative pubbliche e private con speciale attenzione ai matrimoni.

Non pare troppo difficile prendere atto che le sale eccessivamente piccole non possono farcela a coprire le spese di eventi teatrali o musicali, anche se ogni sera si facesse un “tutto esaurito”.

Né si può credere che matrimoni e convegnistica, peraltro se e quando possibili, diventino un toccasana generalizzato e definitivo. Ci vorrebbe dell’altro, per tutelare sopravvivenza e manutenzione del patrimonio nazionale costituito dai microteatri.

Un’efficace soluzione potrebbe scaturire dal convergente impegno sinergico assumibile da tutte le entità destinatarie della funzione indicata dall’articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura, […] tutela […] il patrimonio storico e artistico della Nazione». Infatti, è evidente che i microteatri sono fattori naturali di aggregazione sociale, incubatori potenti del pensiero creativo e critico, eccellenti sussidi didattici per l’educazione artistica dei ragazzi, preziose palestre per l’apprendistato delle nuove generazioni di professionisti dello spettacolo.

In definitiva, c’è da tener conto di quanto Ingmar Bergman, all’inizio di Fanny e Alexander, fa dire da Oscar Ekdahl, il padre dei due ragazzi e direttore del teatro della piccola città svedese in cui vivono: «Il nostro teatro è un piccolo spazio fatto di disciplina, coscienza, ordine e amore. L’unico talento che io ho è quello di amare quel piccolo mondo racchiuso tra le spesse mura di questo edificio e sopra tutto mi piacciono le persone che lavorano qui in questo piccolo mondo. Fuori di qui c’è il mondo grande e qualche volta capita che il mondo piccolo riesca a rispecchiare il mondo grande tanto da farcelo capire un po’ meglio».

Ultima modifica il Domenica, 18 Febbraio 2024 07:54

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