venerdì, 21 giugno, 2024
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INTERVISTA A GIANMARCO TOGNAZZI - di Francesco Bettin

Gianmarco Tognazzi. Foto Gianmarco Chieregato Gianmarco Tognazzi. Foto Gianmarco Chieregato

Attore di grande istinto e duttilità, nato nel 1967, Gianmarco Tognazzi frequenta i set del padre Ugo fin da piccolissimo, per gioco, come succede per In nome del popolo italiano di Dino Risi, e Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri, ma anche in Romanzo popolare di Monicelli. Successivamente intraprende pian piano, professionalmente, la strada del cinema, dopo aver iniziato come assistente alla regia, e  a recitare  anche in teatro, con diverse esperienze. Molti sono i film interpretati, alternando commedia e dramma, lavorando con registi come Emidio Greco, Giulio Base, Longoni, Pieraccioni, Rubini, Christian De Sica, Michele Placido, Marco Bellocchio, Valter Veltroni, Massimiliano Bruno, Gabriele Muccino. E’ stato diretto anche da tutti e tre i suoi fratelli. L’amore per il teatro però è viscerale, e tra i tanti lavori interpretati sul palcoscenico sono stati tanti quelli divisi con l’attore Bruno Armando, scomparso quattro anni fa, formando una coppia teatrale di successo e benvoluta dal pubblico. Recentemente è stato in scena con Fausto Sciarappa e Renato Marchetti in L’onesto fantasma, di Edoardo Erba, spettacolo intenso dedicato proprio all’amico scomparso nel 2020,  con plurimi temi sull’essere umano, che sarà ripreso la prossima stagione, e del quale gli abbiamo chiesto in questa intervista.

Lo spettacolo ha avuto ottimi riscontri di pubblico nelle repliche finora fatte: ci parli di un po’ de L’onesto fantasma?
E’ uno spettacolo che ha una grande forza emotiva e una narrazione originale, siamo molto contenti del gradimento ottenuto e certamente lo riprenderemo nella prossima stagione. Oltre l’amicizia profonda, affronta diversi temi che ci riguardano tutti da vicino, e questo il pubblico lo capisce.

Quali sono questi temi?
La difficolta di affrontare l’assenza dopo la morte di un amico, il non riuscire ad accettarla, la difficoltà di andare avanti, e poi c’è la possibilità di raccontare il mondo degli attori, le aspirazioni, le rivalità, le invidie. Ma la cosa che ci interessava maggiormente, è che fosse uno spettacolo universale, intenso, sarcastico, cinico, divertente e toccante, con tante cose su cui riflettere.

Come nasce e si sviluppa il testo? Qual è la sua genesi?
Dopo la morte, nel 2020, del nostro amico e collega Bruno Armando, volevo assolutamente a tutti i costi tornare in teatro assieme a lui, anche perché era una promessa che ci eravamo fatti, poi purtroppo la situazione è degenerata in pochi mesi. Alla base dei nostri rapporti c’è sempre stata una grande amicizia, un grande affetto e una grande stima. Ci siamo visti un giorno con Fausto e Renato ed abbiamo chiesto ad Edoardo Erba di farsi venire un’idea per un testo, un testo che parlasse di amicizia, di attori, di teatro, e che fosse possibilmente un testo, appunto, universale che prendesse spunto da noi ma che non rappresentasse noi stessi. Non volevamo raccontare una storia autobiografica, nè fare un altarino all’amico scomparso, ma qualcosa di piu, di mai visto.

Una bella e originale sfida.
Si, e sentivamo di doverla fare tra di noi, con Edoardo, Renato e Fausto, siamo sempre stati un gruppo unito, affiatato, e abbiamo lavorato assieme in tante occasioni. La messa in scena è stato un work in progress, non avevamo una produzione alle spalle, ma solo la voglia di farlo assolutamente e di uno spazio in cui provare liberamente, cosi lo abbiamo messo in piedi in brevissimo tempo, aggiungendo alla forma narrativa, le luci e le musiche. Un giorno è venuto a vederlo in prova un amico produttore e ha deciso di far partire questa meravigliosa avventura.

La trama qual è?
Si parla soprattutto di rapporti tra amici, in questo caso attori, proprio come noi anche se come ho già detto in scena non rappresentiamo noi stessi, non è uno spettacolo autobiografico. Prende spunti anche dalla nostra vita ma rappresenta in qualche modo tutta una categoria, e le difficoltà oggettive del nostro mestiere oggi. Amici che da quattro sono diventati tre, e nel ricordo, indelebile del quarto, provano con difficoltà ad andare avanti, senza Nobru, (che poi è l’anagramma di Bruno), che in realtà era il collante tra loro. La cosa bella di cui siamo molto felici, è che la gente si riconosce nei pensieri dei nostri personaggi, si ritrova in quelle dinamiche, in quei dialoghi, nelle cose dette e non dette, nelle emozioni, nelle risate, nelle contraddizioni, e in tutte quelle situazioni a volte grottesche e surreali che si creano sempre in un qualsiasi gruppo di amici. 

Si sente che ti manca molto il compagno di lavoro, l’amico, il vostro rapporto.
Tantissimo. Anche per questo abbiamo voluto che a fine spettacolo prendesse gli applausi insieme a noi, infatti appare in video per l’ultima volta sulla scena, perché alla fin fine è lui il nostro motore, il vero protagonista dello spettacolo. Per me L’onesto fantasma è uno spettacolo che va oltre, e i motivi come ho detto prima sono numerosi. E’ e sarà il mio unico spettacolo di repertorio. Quattordici anni di compagnia sono tanti e non si scordano, anche fuori dalla scena la nostra era un’alchimia unica, che ci veniva riconosciuta in qualunque teatro andassimo. Questo perchè in compagnia non c’erano gerarchie, si era tutti uguali, attori e tecnici, sempre tutti insieme. Eravamo così, fuori dagli schemi, per questo l’importante oggi per me, è provare a tramandare quella memoria, quella filosofia di teatro che abbiamo condiviso.

Parliamo del grande Ugo, altro indimenticabile attore, tuo padre. L’Italia fa abbastanza per ricordare i grandi, per tramandare quella memoria di cui parlavi prima?
La nostra famiglia in primis si è sempre impegnata nel volerlo ricordare, con varie iniziative, spesso con l’aiuto di collaboratori, ammiratori, e colleghi, a volte con il beneplacito e il supporto di alcune istituzioni, penso ad esempio ai comuni di Cremona, di Pomezia e di Velletri. Forse proprio per questo di Ugo in genere si sente parlare più che di altri suoi colleghi altrettanto grandi. Ognuno di noi famigliari costantemente si è impegnato in vari modi in questi 34 anni.  I miei fratelli Maria Sole e Ricky hanno realizzato due bellissimi docufilm su di lui, e insieme a loro, e a Thomas, il nostro fratello norvegese, regista e produttore, abbiamo scritto un libro su di lui intitolato UGO - la vita gli amori e gli scherzi di un papà di salvataggio. Abbiamo rieditato i suoi 4 libri di cucina, organizzato mostre, rassegne, premi. Io ho creato il suo sito web, da sempre ho archiviato tutto il materiale cartaceo e video che lo riguardava, ho fatto la Casa Museo Ugo Tognazzi a Velletri, dove siamo cresciuti con lui e dove ora vengono a visitarci da tutta Italia, e che fa parte del più importante circuito Nazionale ed Europeo di dimore storiche  Le Case della memoria. Inoltre ho ridato vita sempre a Velletri a La Tognazza, la sua mini azienda agricola, che ho trasformato in una vera e propria azienda vitivinicola, ed attraverso l’evoluzione del suo vino cerco con le degustazioni che organizziamo, di rievocare quei tempi, e di creare un collegamento per ricordare Ugo anche come grande anticipatore dell’enogastronomia, e precursore di tante cose che oggi sono diventate abitudini della società.

Non sarà solo la famiglia Tognazzi a ricordarlo…
Il problema non è la volontà individuale, perché quella ci sarebbe, anzi c’è ed è fertile, e poi c’è una grande disponibilità e richiesta, sia da parte del pubblico che degli addetti ai lavori. Il problema purtroppo, da sempre, e mi dispiace dirlo, è a livello istituzionale, e non riguarda Ugo in particolare, ma un po’ tutti i grandi artisti del passato in generale. Nel nostro paese purtroppo c’è solo una volontà commemorativa, eventi spot, in corrispondenza degli anniversari, dunque relativa alle ricorrenze, i dieci anni, i venti anni dalla scomparsa, il ricordo in un festival, qualche spezzone in tv, insomma queste cose qui, che per carità fanno piacere, ma in sostanza lasciano il tempo che trovano, diciamo la verità. Ci vorrebbe invece la volontà di tramandare il passato davvero con continuità, per fare in modo che anche le nuove generazioni possano avere una formazione che possa far conoscere e riscoprire questi grandi talenti e cosa hanno rappresentato per la storia artistica e culturale ed economica del nostro paese. Insomma non abbiamo una adeguata e seria Politica Culturale e tutto questo è molto grave ed autolesionista. Infatti spesso i giovani non conoscono il passato artistico rilevante. Di certo non è colpa loro, anzi probabilmente più nostra che in questi quarant’anni non abbiamo saputo difendere il settore e far capire alle istituzioni quanto sarebbe stato importante proteggerlo, riformarlo e tramandarlo adeguatamente.

Per ricordare i grandi, e chi ha lasciato qualcosa di buono culturalmente allora cosa bisogna fare?
Creare seriamente a livello scolastico il tramando della memoria, che può diventare molto fertile però solo nel momento in cui in un Paese si ha una vera volontà politica formativa. L’Italia ha il 68% del patrimonio culturale Mondiale, quindi il monopolio della cultura mondiale, e a mio avviso avrebbe dovuto fondare la propria economia sull’industrializzazione del suo più grande patrimonio. Mi pare ovvio e banale, ma purtroppo non è stato cosi, a discapito di tutti.

Un ricordo preciso di Ugo?
Era un Ugoista di una generosità disarmante, un futurista tradizionale, aveva una grande proiezione sul futuro, prendendo spunto però dal passato e dalla tradizione, riusciva spesso inconsapevolmente a vedere anni avanti guardando indietro: penso  all’orto fatto in casa, anticipando il chilometro zero e il biologico di trent’anni, quando alla fine degli anni 60 invece tutti correvano nei supermarket a comprare liofilizzati inscatolati e surgelati ad esempio. E’ stato un vero precursore, un uomo libero, un anticonvenzionale trasversale, a volte troppo avanti, talmente tanto da pagarne le spese visti i tempi, e inventando a tal proposito anche la rivendicazione del diritto alla cazzata.

Tagli alla cultura: cosa ne pensi?
Quando si parla di cultura ed intrattenimento chissà perchè si pensa solo agli artisti, ed erroneamente ci si dimentica che dietro a qualsiasi forma di spettacolo lavorano decine, centinaia, migliaia di operai specializzati di svariati settori, quindi in percentuale ci sono molti più tecnici specializzati che artisti nel settore, ergo: non industrializzare le aree delle arti, significa non dare la possibilità di generare centinaia di migliaia di altri posti di lavoro per i tecnici e moltiplicare specializzazioni, investimenti ed indotto.

Dobbiamo dunque sperare nelle istituzioni, in una politica attenta che valorizzi la cultura e i suoi interpreti.
Non sperare, bisognerebbe pretenderlo. Basterebbe loro approfondire la questione, ragionarci, invece… Come ho detto prima, l’industrializzazione di questo settore andava attenzionata e capita, visto che è ancora a tutt’oggi il più grande patrimonio del Paese. Bisognerebbe creare prima di tutto consapevolezza, formazione scolastica, e professionalità, che di conseguenza andrebbero a loro volta a creare conoscenza, lavoro e benessere.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Venerdì, 10 Maggio 2024 09:52

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