domenica, 10 novembre, 2019
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Intervista ai "I Centouno" per l’inchiesta di Sipario sui teatri-off. -di Pierluigi Pietricola

I Centuno I Centuno

C'erano una volta i teatri-off, luoghi dove si sperimentava, si tentavano nuove idee per impostazioni di regia, avanguardistiche modalità di scrittura drammaturgica. Tanti attori, oggi fra i più grandi e celebrati, vi hanno lavorato e realizzato le loro cose migliori. Un nome su tutti: Roberto Herlitzka.
Esistono ancora i teatri-off? E in che situazione si trovano oggi? Per dare il via a questo straordinario viaggio, abbiamo deciso di incontrare tre giovani, promettenti e talentuosi attori: Luca Latino, Flavio Moscatelli ed Ezio Passacantilli. Insieme hanno dato vita a un trio comico-brillante: I Centouno. Le loro commedie indagano più che la realtà, il modo paradossale, a tratti irrazionale, con il quale i personaggi da loro interpretati decidono di affrontare e vivere le situazioni quotidiane. Battute e gags si alternano con equilibrio e senza mai scadere né in sciatte e fruste volgarità, né in pieghe surreali di fronte alle quali si finisce per restare increduli. Ne emerge un universo esilarante, spesso farsesco, ma sempre felicemente reale. Perché la verità, anche se tremendamente tragica, trova sempre il modo per donare un sorriso.
Di recente, i Centouno hanno vinto il Premio Excellentissimus (istituito dall'Associazione Eureka e dedicato alle giovani promesse dell'arte e della cultura), ed è stato loro consegnato alla presenza di Toni Servillo nella prestigiosa cornice del teatro della Villa Museo Alberto Sordi.
Ma come è cominciata la loro carriera? In un celebre teatro-off di Roma: il Testaccio, inaugurato da Fiorenzo Fiorentini. In questo luogo Luca Latino, Flavio Moscatelli ed Ezio Passacantilli hanno appreso i trucchi dell'arte teatrale, assimilandola in ogni prezioso particolare.
Li abbiamo incontrati per far rivivere, attraverso il racconto dei loro primi passi, atmosfere sapori ed emozioni di uno dei più noti teatri-off di Roma.

Parliamo dei vostri inizi.

Flavio: I nostri inizi hanno un luogo comune: il teatro Testaccio. Ciascuno di noi era in una compagnia diversa. Quella di Luca prese Ezio, che per suo conto faceva altri lavori. Quella dove recitavo io, per motivi burocratici, si fermò per un anno e mezzo. A quel punto, Luca mi propose di lavorare insieme, scrivendo un nostro copione. Non lo finimmo né gli demmo un titolo.

Luca: Quando per la prima volta vidi Flavio sul palco, mi colpì perché recitava in modo superiore rispetto agli altri che non facevano gli attori per mestiere. Ezio lo conobbi perché nella compagnia dove ero io serviva qualcuno che interpretasse il ruolo di un pazzo. Quando lo incontrai pensavo stesse recitando. E invece aveva una sua follia che mi attrasse, fatta di spessore ed umanità. Fu allora che mi balenò l'idea di dar vita a questo trio: I Centouno. Quando ci siamo incontrati, con Flavio soprattutto, decidemmo tutti insieme di sperimentare.

Cosa vi lega?

Ezio: Oltre all'amicizia, che è vera ed intensa, l'idea di voler raccontare delle storie e comunicare, pur divertendo, qualcosa a chi ci viene a vedere a teatro.

Luca: Avere qualcosa da dire ed esprimerlo per mezzo di un palco, con una commedia scritta e diretta da noi, ci ha sempre affascinato e ancora oggi ci appassiona.

Flavio: C'è da dire che all'inizio Ezio era una figura un po' evanescente. Lui veniva, faceva quello che doveva fare e poi scompariva.

Davvero?

Ezio: Sì, perché avevo ancora altri lavori da concludere. Poi però abbiamo sodalizzato.

Nessuno di voi ha frequentato una scuola?

Flavio: Io ho frequentato la scuola di Marco Falaguasta, direttore del Teatro Testaccio.

Luca: Io invece ho avuto un percorso di insegnamento variegato al di fuori del Testaccio. Quando vi sono arrivato, ho fatto molte esperienze insieme con Flavio, come assistenti registi di Marco Falaguasta. Una grandissima palestra lavorativa.

Ezio: Il mio, invece, è stato un percorso dettato da una passione trasmessami dalla mia famiglia. In casa vedevamo sempre i film tipici della commedia all'italiana, di Totò soprattutto. Quindi recitare, per me, è stata una cosa naturale che ho deciso di assecondare, studiando e cominciando a lavorare.

La vostra esperienza si lega, perciò, al mondo del teatro-off fin da subito.

Flavio: Assolutamente sì.

Luca: Il Testaccio, come molti dei teatri-off, era pieno di giovani. Ogni sera c'era quasi sempre uno spettacolo diverso e per noi è stata una vera ricchezza.

Flavio: Oltre a questo, c'è da dire che per noi quella del Testaccio è stata un'esperienza particolare da un altro punto di vista.

In che senso?

Flavio: Nel senso che noi, per un periodo, ci siamo ritrovati a gestire la direzione artistica del teatro. Da subito abbiamo avuto a che fare con la programmazione, la direzione degli spettacoli, e così via. Farlo a ventidue anni – perché quella era l'età che avevamo – ha significato qualcosa di fondamentalmente formativo.

Luca: Tieni conto che ogni settimana vi era uno spettacolo nuovo che andava in scena, e con interpreti sempre diversi.

Flavio: Per certi aspetti quel periodo ha un non so che di magico e stimolante. Ripensandoci oggi, ancora rivivo il brivido di chi non ha del tutto varcato la soglia del teatro nelle sue varie sfaccettature, e si mette comunque a lavorare con quel sano spirito di incoscienza che, oggi, sento di non avere più.

Quanto tempo passavate in teatro?

Ezio: Più o meno tra le dodici e le quattordici ore al giorno. Si entrava al mattino e non vi era orario fisso di uscita. C'era sempre un imprevisto da affrontare e gestire.

Luca: Tantissime erano le cose da fare. Quando, per esempio, entrava una compagnia che nel giro di pochi giorni avrebbe debuttato, bisognava curare l'allestimento della scenografia. Il teatro-off, per sua natura, non potendo permettersi una serie di figure professionali specifiche, ci ha insegnato la tecnica delle luci, la gestione del botteghino, a montare le scene – come dicevo prima – e tanto altro. Le nostre giornate erano costanti punti interrogativi.

Ezio: E queste sono competenze che noi ci portiamo dietro ancora oggi. Per cui quando vengono allestite le scenografie per i nostri spettacoli, sappiamo intuire il perché di una certa decisione o di una soluzione.

Flavio: Poiché le compagnie, spesso, non sapevano neppure come usare il mixer audio, io ho dovuto impararne il funzionamento per permettere allo spettacolo di andare in scena.

Luca: Quando si vivono queste esperienze, non ci si rende subito conto della loro importanza.

Perché?

Luca: Perché, in genere, fare teatro per i più significa: scrivere, interpretare e dirigere. Noi, invece, al Testaccio abbiamo prima fatto tutto il resto.

Ezio: Si tratta di una scuola veramente formativa. Anche se di scolastico, nel senso letterale del termine, non ha nulla.

Luca: Per me è stato ed è, per chi lo fa, un percorso che consente di avere una consapevolezza del palco più profonda in ogni dettaglio.

Umanamente parlando com'è stata la vostra esperienza nel teatro-off?

Flavio: Sotto il profilo umano: ricchissima. Ma questo anche per motivi strutturali, perché il Testaccio è un teatro situato in una zona del centro storico di Roma dove la varietà umana è straordinaria. Personaggi che all'improvviso entrano chiedendo, per esempio, del maestro Giampistone supponendo che tu lo dovessi conoscere.

Ezio: Mi ricordo che una volta una persona entrò dalla porta sul retro, intrufolandosi tra le quinte, mentre noi stavamo per entrare in scena durante lo spettacolo.

Flavio: Perché come tutti i teatri-off, il Testaccio era in un seminterrato. Entrando per una discesa sulla destra si accedeva al foyer. Sulla sinistra, c'era un'altra discesa speculare alla prima per la quale si andava ai camerini. Siccome durante lo spettacolo la porta del foyer era chiusa, poteva accadere che qualcuno entrasse prendendo l'ingresso dei camerini.

Luca: Ogni giorno ne succedevano sempre di nuove.

Flavio: Poteva, ad esempio, accadere che venissero persone che, per rimanere in contatto con il mondo del teatro, si proponevano trovando scuse sempre diverse: imbiancare una parete aggredita dalla muffa, ricucire un lembo del sipario. C'era sempre un buon pretesto.

Luca: Questo è il bello del teatro-off: l'opportunità di vivere esperienze che nei luoghi cosiddetti istituzionali credo sia impossibile.

Il teatro-off vi ha praticamente fagocitato nel suo mondo.

Luca: Sì, nel senso che ci siamo trovati in medias res non solo a recitare, ma a condividere il significato vero di quello che si chiama allestimento teatrale.

Flavio: Seppur a spese contenute, noi abbiamo avuto a che fare con tutto ciò che era necessario per mettere in piedi uno spettacolo.

Ezio: Per esempio abbiamo avuto l'opportunità di acquisire la tecnica della gestione degli spazi reali che ci sono sul palco per montare la scenografia. Avendo a che fare con dimensioni piccole, abbiamo giocoforza dovuto sviluppare una capacità inventiva.

Luca: E fermo restando tutto ciò, noi il Testaccio lo consideravamo il teatro più importante d'Italia.

Flavio: Lavoravamo con questa idea e per questa idea. Anche se spesso, per il freddo, ci sedevamo sull'unica stufa che avevamo per riscaldarci un po'.

Qual è l'aspetto più bello del teatro-off secondo voi?

Luca: La gioia di vivere insieme un'esperienza. La condivisione e la creazione di un ambiente goliardico, nonostante le difficoltà quotidiane.

Flavio: Indubbiamente stiamo parlando di una situazione bella, particolare, ma difficile. Se però sai trovare la giusta chiave di lettura, insieme con i tuoi compagni di lavoro si riesce anche a ridere di momenti brutti.

Per esempio?

Ezio: Per esempio come quando ci si trova a fare spettacoli con sole sette persone in platea.

Luca: O a recitare con gente che prendeva posto sul palco perché non vi era più disponibilità di poltrone e bisognava risolvere il problema.

Flavio: Oppure annullare la replica perché una sera vi erano solo due spettatori.

Luca: Era un alternarsi di gioie e delusioni. Schiaffi e carezze si avvicendavano senza che neppure ce ne rendessimo conto.

Flavio: In alcuni momenti rimpiango quel tipo di esperienza. Un po' per quello che si è detto fino ad ora. Un po' per il contatto umano che si riusciva ad instaurare. E la dimostrazione è il fatto che noi, ancora oggi, siamo amici prima che compagni di lavoro, anche per quello che abbiamo vissuto al Testaccio.

E questo è valido per tutti e tre voi?

Luca: Per me e Flavio, di sicuro, l'esperienza lavorativa al teatro Testaccio è stata molto intensa.

E per Ezio?

Ezio: Per me lo è stata un po' meno. Nel senso che io solo marginalmente ho vissuto le esperienze raccontate da Luca e Flavio. Io mi trovavo in quel contesto, impegnativo ma bellissimo, in occasione degli spettacoli che dovevamo mettere in scena e ne coglievo l'aspetto più goliardico e ironico. Fermo restando che ne intuivo anche la fatica, l'impegno e la creatività necessaria da mettere in gioco.

Il teatro-off è stata, praticamente, la vostra accademia.

Luca: Direi più di un'accademia. Quando Flavio ed io facevamo gli assistenti alla regia della compagnia di Marco Falaguasta, il solo osservare il modo col quale uno spettacolo veniva impostato, per non parlare dei risvolti pratici e tecnici che di giorno in giorno bisognava apprendere e praticare: tutto questo è un bagaglio prezioso che, penso, non sia facile apprendere in una scuola di teatro – o accademia – come vengono classicamente intese.

Secondo voi nei teatri istituzionali si vive questa stessa atmosfera?

Luca: Non vorrei peccare di presunzione, ma credo di no.

Flavio: Ha ragione Luca. Per due ragioni: intanto perché le strutture teatrali più grandi non sottopongono, e giustamente, il dipendente allo sforzo che si vive in contesti come il Testaccio. Non ultimo perché vi sono figure predisposte a ricoprire i vari ruoli che noi ci trovavamo di volta in volta a svolgere.

Sul piano della recitazione e della regia, il teatro-off cosa vi ha insegnato e in che modo?

Luca: Per quello che riguarda personalmente noi tre, ci siamo sempre presi la responsabilità di quello che volevamo fare. Non era l'ambiente ideale per aspettare il momento giusto con le mani in tasca.

Flavio: Anche perché c'era la reale possibilità che nessuno ci avrebbe indicato l'occasione buona da cogliere per noi. Ma bisogna considerare anche un altro fatto: il Testaccio, come tutti i teatri-off, aveva una frequentazione di compagnie giovani ed altre meno giovani. Diciamo che le prime erano poco meno della metà. Le altre erano composte da persone mature, anagraficamente parlando, che prendevano il teatro come passatempo. A noi è capitato di incontrare, fra queste ultime, molte che esercitavano una certa presupponenza, arrivando a pensare che ciò che scrivevano e rappresentavano fosse un capolavoro quando, invece, si trattava di lavori mediocri. Osservando e vivendo una realtà simile, era pressoché consequenziale trovare il coraggio di non bloccarsi per sperimentare qualcosa di nostro.

Ezio: Si trattava anche di una responsabilità giusta che sentivamo di poterci assumere.

Luca: C'è da dire che questo è stato il culmine di un percorso durante il quale noi ci siamo messi a totale servizio del teatro. Avendo incamerato un livello di esperienza consistente, abbiamo potuto iniziare a lavorare a qualcosa di nuovo, creato da noi. Detto questo, però, bisogna anche dire che ad un certo punto del proprio percorso professionale occorre avere il coraggio di andar via dal teatro-off e tentare strade diverse.

Perché?

Luca: Indubbiamente il teatro-off è un amico e ti dà tutto. Però è bene trovare il coraggio di tagliare il cordone ombelicale una volta acquisiti quei mezzi necessari a lavorare con consapevolezza.

Flavio: Arriva per tutti il momento di crescere. Anche per noi giunse e ti dico di più: eravamo mentalmente pronti a restare fermi se gli altri teatri non avessero accettato le nostre proposte.

Ezio: Bisogna, in sostanza, decidere se il teatro deve diventare un lavoro o restare un passatempo per sempre. Se non ci si mette in questa prospettiva, si rischia di rimanere a vita degli improvvisati e, peggio ancora, di nutrire false illusioni su se stessi e la propria attività.

Flavio: Il teatro-off non può essere il solo orizzonte raggiungibile. Deve essere un trampolino di lancio.

Ezio: Nel laboratorio teatrale che io ho creato a Marcellina ho cercato di trasmettere lo spirito di quanto da noi vissuto al Testaccio.

Si tratta di un laboratorio per ragazzi o per adulti?

Ezio: Per adulti. Per i ragazzi organizzo dei corsi a partire dalle scuole medie.

E cerchi di insegnare anche quelle competenze tecniche che avete appreso al Testaccio?

Ezio: No. Si tratta di persone che vengono a fare questa esperienza dopo una giornata di lavoro. Quindi ho preferito concentrarmi solo sull'aspetto della recitazione, facendo in modo che si divertano e si sentano coinvolti.

Sul piano del rapporto col testo da rappresentare, il teatro-off cosa vi ha insegnato e come?

Flavio: Noi abbiamo lavorato sui testi di Marco Falaguasta. È bene, però, chiarire che ci siamo principalmente concentrati su un genere di spettacolo comico-brillante, intelligente e con qualcosa di importante da comunicare.

Ezio: Difatti la nostra esperienza nel teatro-off, al Testaccio nella fattispecie, non è stata caratterizzante per il lavoro testuale propedeutico alla rappresentazione in generale, ma per il tipo di commedia di cui stava parlando Flavio.

Flavio: Io credo che il teatro-off abbia avuto una particolare incidenza nel momento in cui ci siamo trovati a stare sul palcoscenico, più che sull'analisi del testo. Trattandosi di commedie, benché intelligenti, come dicevo, non vi erano sottotesti psicologici da cogliere. Si lavorava moltissimo, ad esempio, sul tempo comico e sulla ritmica delle battute.

Luca: Marco Falaguasta ci ha insegnato ad andare fino in fondo al personaggio e a capire le sfumature che si potevano mettere in scena. Comunque, al di là di questo aspetto particolare, va detto che il teatro-off è un mezzo senza il quale sarebbe impossibile esprimere ciò che si ha in mente. È il terreno ideale che estrae il diamante grezzo che c'è in te, quel qualcosa che somiglia al tuo talento. Il processo di raffinamento va fatto a seguire. Aver incontrato molte persone, che direttamente e indirettamente, ti insegnano qualcosa, è un retaggio possibile solo grazie al teatro-off.

Lavorare al teatro-off è stata una vera fortuna per voi.

Flavio: Sicuramente.

Luca: L'altra fortuna è stata quella di poter condividere, tutti e tre noi, gli stessi valori che ci sono stati trasmessi dalle nostre famiglie. Il bagaglio educativo di origine, insieme a quello che abbiamo appreso al teatro-off, lo mettiamo sempre in ciò che scriviamo e rappresentiamo.

In futuro fondereste un teatro-off?

Luca: Un teatro-off forse no. Però c'è un sogno: arrivare a un'età veneranda, tipo sessant'anni o poco più, e dare vita ad un'accademia dove formare dei ragazzi nel modo in cui noi avremmo desiderato quando abbiamo cominciato.

Flavio: Uno spazio dove nessuno deve essere terrorizzato, dove è bandito il complesso della paura dell'errore. Dovrà essere un posto felice dove trovare il coraggio per sperimentare.

Ezio: E dove il palcoscenico deve costituire il punto di arrivo di un percorso. Un po' come è accaduto a noi.

Flavio: Non ultimo perché si tratta di un lavoro difficile, impossibile da fare se mancano entusiasmo e coraggio. Un domani ci piacerebbe creare questa scuola trasmettendo l'idea che chi la frequenterà non sarà mai solo e avrà l'opportunità di capire se in lui c'è del talento, di che tipo e quanto intenso e vero.

Luca: I giovani non debbono provare timore. Però debbono mettersi nella posizione di iniziare un percorso, consapevoli che non tutto avviene nell'immediato. Allora sì che le occasioni arrivano e si sanno cogliere con la giusta maturità e anche il giusto grado di leggerezza.

Ezio: Condivido in pieno il discorso che faceva Luca sul non aver paura. Credo che oggi, rispetto a qualche anno fa, sia più facile percorrere una strada non classicamente sicura a favore di un'altra che, per antonomasia, non ha certezze dalla partenza.

Flavio: La crisi in atto che viviamo, ha azzerato certe differenze di base, ma allo stesso tempo ha permesso di poter badare a ciò che vi è dentro ogni persona – chiamiamolo talento o in qualsiasi altro modo – e di affinarlo al meglio: con il lavoro e l'impegno. È solo così che ci si impegna seriamente senza stare ad aspettare l'occasione della vita. Perché la si insegue cercando di procacciarsela.

Luca: Non so se questo sia il frutto della nostra esperienza nel teatro-off, però è quello che sentiamo di voler realizzare in futuro.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Lunedì, 04 Novembre 2019 11:59

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