sabato, 14 dicembre, 2019
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IL CENTRO DELLE ARTI TEATRALI di Palermo. L'"atto senza scopo" di un teatro di ricerca. -di Violante Valenti

Centro delle Arti Teatrali, Palermo Centro delle Arti Teatrali, Palermo

IL CENTRO DELLE ARTI TEATRALI di Palermo
L'"atto senza scopo" di un teatro di ricerca

Nel 2001 nasce a Palermo il Centro delle Arti Teatrali. Sono tre donne a fondarlo: Marina Castrechini, Landi Sacco e Laura Spacca. La ricerca è quella di un sincretismo fra teatro, danza e linguaggi delle forme teatrali, alla maniera di Jerzy Grotowski, di Eugenio Barba, ma anche di Martha Graham e Pina Bausch, di cui ci sembra chiaramente recuperata la forza drammatica dell' intimo conflitto corpo-parola, che apre a nuove forme il teatro-danza. Ma quelle sono le radici. L'albero diviene sempre qualcosa di altro, anche per il microclima culturale, perché tutto è insieme unico e diverso. Nasce così e si sviluppa nel tempo una ricerca coraggiosa sui corpi in scena, sul linguaggio del gesto, sull'uso scenico degli antichi strumenti di stupore del Teatro d'Arte, in una città bellissima e contraddittoria, difficile e spesso ingessata in un gelo ricettivo che, paradossalmente, può divenire linfa per la ricerca più profonda. Del resto il grande Eduardo configurava nel gelo la dimensione del fare teatro. E questo gelo non è che inquieto e assoluto rigore che non paralizza, ma costringe a fissare le cose nel tempo del Teatro, che è infinito per sua natura.
Landi Sacco muove così, negli anni, la costruzione di un gruppo di ricerca che espande i risultati del suo fare nelle forme miste del gesto, della danza, della costruzione simbolica, richiamando in scena giovani in formazione piuttosto che artisti di mestiere o di fama, realizzando anche l'antico intento pedagogico del Teatro di laboratorio.
Si tratta di stare insieme senza altro scopo se non quello, in sé, dell'esserci e dello stare in scena, ma si tratta anche di finalizzare la ricerca al sociale, alle periferie, con progetti di impatto formativo e visivo.
In Disamistade, ultimo lavoro di Landi Sacco, si delinea in scena il senso di tutto il suo percorso, attraverso una ripercorrenza del mito di Prometeo, in cui nella dimensione drammaturgica riescono a convivere i suoi linguaggi di teatro-danza.

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La prova generale ai Cantieri Culturali della Zisa ci mette dinanzi a una sobria e intensa situazione di teatro artigianale, fatto di oggetti simbolici, di stoffe, di artificiose trovate, condotto dalla Sacco con la cura del dettaglio, con l'esercizio di un mestiere antico, che sapientemente riesce a costruire spazi immaginari e atmosfere evocative, costruite dal vivo e in estemporanea, con l'ausilio delle attrezzerie e del "fuoco" di Sabrina Firmaturi e Valerio Genovese. In scena gli stessi fuocolesi, gli artisti del fuoco, danzatori-attori, la stessa Landi, e l'ensemble musicale in formazione barocca Cordes et Vent sapientemente diretto da Roberta Faja, che stabilmente collabora con il Centro. Tutti giovani artisti che sperimentano, evidenziando talenti intensi messi rigorosamente a servizio dell'energia scenica di gruppo. E' il caso, per esempio, del raffinato controtenore Giuseppe Montagno, della piena ed equilibrata plasticità scenica e attoriale di Lucia Alfieri (Prometeo) e Clara De Rose (Oceanina), e di Eleonora Amato e Giulia Mancino (Aquile), efficaci nel mantenere in scena il costante equilibrio tra forza e fragilità, tipico del modello bauschiano.
I corpi stessi divengono macchine sceniche in un empito espressivo in grado di replicare i fenomeni del mito di Prometeo, traducendoli in un linguaggio simbolico e gestuale iperbolico, in cui il corpo è tronco-radice, perno delle braccia, membra portanti della tecnica di danza mimetico-gestuale.

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Il mito di Prometeo, di cui anche il titolo sottolinea il tema dell'archetipo antico dell'inimicizia apparente tra la Divinità silenziosa e il dolore dell'uomo, ne esce significativamente frammentato in brevi quadri tratti da Eschilo, Wolfgang Goethe, ma soprattutto da André Gide: un esordio da teatro da camera sul tema della gratuità dell'amore e sul valore esistenziale dell'atto senza scopo, il fuoco, il destino che vieta di morire, la valenza simbolica dei confini del mondo, l'incatenamento di Prometeo, la paura, vissuta come fede più antica, e la morte, in un epilogo in cui le rupi perse nel cielo disegnano ed evocano l'insopprimibile solitudine dell'uomo nel cosmo. Il richiamo al Prometeo male incatenato di Gide è forte, ne traspare tutto il senso nell'inquieto anelito della coscienza, rappresentata dalle aquile danzanti, che sottende la struttura simbolica di tutto il lavoro. Nella forma attoriale il testo ne recupera l'essenza attraverso i concetti dell'interesse, dell'inimicizia, dell'empito distruttivo, del drammatico vincolo umano con il Fato e la Morte.
Per tutto questo Disamistade può rappresentare il culmen del cammino di ricerca del Centro delle Arti Teatrali, come un punto di arrivo originale e denso di nuove tensioni.
Una sfida, a Palermo, una provocazione a fare teatro per il teatro, vivendo un atto senza altro scopo che non sia quello di ricominciare a credere in un Teatro che prima di rappresentare voglia essere.

Violante Valenti

Ultima modifica il Giovedì, 31 Ottobre 2019 20:33

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