lunedì, 22 aprile, 2024
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INTERVISTA A SILVIO ORLANDO - di Francesco Bettin

Silvio Orlando. Foto Guido Mencari Photography Silvio Orlando. Foto Guido Mencari Photography

Ironico e autoironico, dall’aspetto bonario e simpatico, ma richiesto qualche volta ed efficace anche nelle parti drammatiche, Silvio Orlando inizia la sua carriera dapprima come musicista per passare presto al teatro, recitando in filodrammatiche della sua città, Napoli. E’ con la televisione, e col cinema, che acquista una certa notorietà, tra Zanzibar, L’araba fenice, Emilio sul piccolo schermo, che lo fanno conoscere al grande pubblico, ai film Palombella rossa, di Nanni Moretti, con cui instaurerà un rapporto professionale molto valido, Il portaborse di Luchetti, Un’altra vita di Mazzacurati, Sud di Salvatores, Ferie d’agosto di Virzì. Il consenso ricevuto lo porta ad approfondire il suo rapporto col cinema, lavorando con Piccioni, Placido, Avati, e ancora con Nanni Moretti (protagonista de Il caimano e del recente Il sol dell’avvenire). Ma Orlando è molto attivo anche a teatro, in diversi spettacoli che culminano dal 2011 in poi nella fondazione, con Maria Laura Rondanini, di Cardellino srl, impresa di produzione teatrale che con acuta, scrupolosa osservazione sceglie testi originali e li porta in scena in un percorso coerente che, forse, si può definire di ricerca.. Da ricordare anche le sue partecipazioni cinematografiche in Lacci, di Daniele Luchetti, Ariaferma di Leonardo Di Costanzo e, ancora per la tv in The Young Pope e The New Pope di Paolo Sorrentino. In questo periodo è sugli schermi cinematografici con Un altro ferragosto, ancora di Paolo Virzì e  in giro per l’Italia con lo spettacolo Ciarlatani di Pablo Remòn, altro interessante testo che riempie i teatri questo periodo è sugli schermi cinematografici con successo. 

Cominciamo proprio da Ciarlatani, lo spettacolo che sta portando in tournée. Chi sono i protagonisti? O lo siamo un po’ tutti in fondo?
Direi proprio questo… A mio avviso credo che lo siamo un po’ tutti, ciarlatani, sia nell’ambiente dello spettacolo che nella vita privata. Siamo tutti delle persone che dicono tante bugie, per tentare di stare bene nella vita sociale. E queste bugie le diciamo anche a noi stessi, che sono poi le più gravi perché non ci fanno affrontare i problemi seriamente, alla fine. In questo modo naturalmente ci ritroviamo dunque a fare sempre gli stessi errori. 

Di questo testo cosa l’ha affascinata, soprattutto?
Da un lato il linguaggio dell’autore, la capacità di passare da un clima molto divertente, addirittura goliardico, a momenti di grande tensione sentimentale, che è quello poi che con la nostra società di produzione Cardellino cerchiamo sempre nei testi per poter arrivare al cuore delle persone, del pubblico. Ci piace trovare questa alternanza di toni, di vuoti, pieni, di non dare punti di riferimento agli spettatori, costringendoli a fare una piccola ginnastica mentale. Da un altro lato personalmente nel testo mi è piaciuto che si parli di fallimenti, credo poi sia quello il cuore emotivo dello spettacolo, quello che spero più di tutto arrivi, al di là della satira sul mondo dello spettacolo, di cui, devo dire la verità, mi interessa pochissimo. 

Ecco, appunto, poteva  anche sembrare un’autoanalisi di chi fa questo mestiere…
No, spero proprio non arrivi quello perché sarebbe una cosa fine a se stessa e un po’ sterile, sinceramente. Certo, ci sono quei personaggi, il regista, l’attrice, gente che lavora in quell’ambito, che sono personaggi emblematici e sottoposti a un giudizio feroce, quello degli altri, però gli stessi potrebbero in fin dei conti fare duemila altri mestieri. L’elemento del fallimento oramai è pervasivo di qualunque professione si faccia, dello stare al mondo. 

Il significato dunque è accettarsi, mettersi in discussione?
Credo che il fallimento personale sia l’unico modo per poter crescere. Se uno lo analizza bene, lo attraversa, alla fine è l’unica modalità per arrivare a fare quei passi in avanti che sono necessari nella vita di un individuo, perché è proprio attraverso il fallimento che si arriva all’elemento fondamentale dell’essere umano che è l’umiltà. Diventando umili si riesce così ad ascoltare gli esseri umani e se stessi. Se si nega il fallimento, non lo si considera, si diventa, ecco, un ciarlatano. 

Sperando che non tutti si trovino dentro tanti fallimenti…
Certo, non vorrei condannare le persone a sbatterci sempre addosso a queste cose, ci mancherebbe, ma si sa, succede un po’ a tutti e in tanti casi. Oggi viviamo nella dittatura del successo a tutti i costi, che è diventato un obbligo sociale. Per quanto riguarda gli adulti questa è una cosa che li fa star male, ma per i giovani addirittura questo aspetto li stronca. Nel momento in cui devono affrontare la vita e si sentono quest’obbligo, questa pressione così forte di essere sempre migliori, che venga dai genitori o dal mondo che li circonda, è terribile. Ma anche da parte di loro stessi, che si autocondannano con una visione un po’ onirica di entrare nelle vite degli altri,  perché è un aspetto deleterio anche di condanna di vivere sempre in una dimensione di sogno altrui. Oramai vediamo che si entra nella case di chiunque, è una molla un po’ sadica della società di questo tempo che porta le persone a non stare bene, a pensare di non essere mai all’altezza delle situazioni. E lo spettacolo racconta questa cosa attraverso due figure: come il regista che ha successo ma che non gli corrisponde, che non lo disseta, perché il successo va riempito di contenuti  e lui ha sete di questo, e vorrebbe lasciare un segno nel suo passaggio terreno attraverso qualcosa di meno superficiale. Alla fine questo però lo negherà, non accettando l’ultima sfida. 

E la giovane attrice, alla quale dà volto e corpo una brava Blu Yoshimi?
Lei saggiamente ha un atteggiamento più condivisibile, attraversa il proprio fallimento, si interroga e si libera, anche, di un rapporto un po’ tossico con un padre mancato, inesistente. Che poi sono i peggiori questi rapporti perché non li puoi più nemmeno affrontare. 

Con Cardellino srl, la società sua e di Maria Laura Rondanini fate sempre scelte originali, interessanti, che portate a teatro…
Credo che siamo nati per quello, in realtà, anche per condividere quello che facciamo. Così abbiamo messo in piedi questa entità che come primo obiettivo si è dato quello di cercare di trovare parole, temi, linguaggi contemporanei per poter comunicare con il pubblico di oggi, al di là del teatro cosiddetto conservativo, meraviglioso, quello che tutti conosciamo. Le persone hanno bisogno di rispecchiarsi, di discutere, sentirsi chiamati in causa, quello che il teatro ha fatto in tutta la sua storia. In un certo periodo di tempo questo è stato però negato, la drammaturgia contemporanea è stata per un paio di decenni cancellata. L’ultimo grande drammaturgo che abbiamo avuto in Italia è Annibale Ruccello, che ha purtroppo avuto un percorso tragico, Nell’immaginario collettivo comunque sia è sempre Eduardo il più grande, dal dopoguerra in poi c’è un buco enorme. Non dico che noi riusciamo a riempirlo quel buco però ci proviamo. E poi appunto, come Ruccello, qualche eroe c’è stato. Se la proposta è onesta, non troppo calata dall’alto, non troppo seriosa, non autoreferenziale ben venga la nuova drammaturgia. 

L’essere considerato un grande attore aiuta, sul palco c’è sempre un bel vedere.
Si, ma anche il più bravo pilota ha bisogno di una buona macchina per poter correre, dunque bisogna cercare, trovare belle cose da portare in scena, anche per noi stessi. 

Pare che lei soffra, per così dire, di alcune sue insicurezze. Nemmeno il successo dunque colma questi aspetti?
Naturalmente dipende da una persona com’è fatta, il successo può far sì che si venga travolto da una certa hubris, io però ho un tipo di carattere diverso, il successo non lo vedo, piuttosto vedo le cose che ho sbagliato, penso a quello che potevo fare meglio. Non credo sia un atteggiamento sano quello di sentirsi arrivati da qualche parte. Anche ogni sera quando si apre il sipario penso a cosa sto andando a dire al pubblico. Il teatro è un terreno molto limaccioso, paludoso, una specie di sabbie mobili, bisogna saper bene dove mettere i piedi, non essere inghiottito, e questo dà anche un senso di freschezza a questo lavoro. 

Chi è un attore? Quando sale sul palco cosa racconta alla gente?
L’attore penso sia un fratello, un demiurgo, qualcuno che assume su di sé, forse, un po’ di malesseri collettivi e cerca in qualche modo di esorcizzarli in scena. Attraverso questo rito collettivo penso trovi una sua funzione ancora sociale.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Domenica, 03 Marzo 2024 01:07

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