sabato, 13 aprile, 2024
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INTERVISTA A MICHELA BARASCIUTTI E STEFANO COSTANTINI - di Michele Olivieri

Michela Barasciutti e Stefano Costantini. Foto Francesco Barasciutti Michela Barasciutti e Stefano Costantini. Foto Francesco Barasciutti

A fine 2023 il “Festival Veneziaindanza” ha festeggiato il suo quindicesimo anniversario dalla fondazione, qual è il bilancio?
Possiamo dire molto positivo e un ottimo traguardo per un Festival. Fino ad ora è stato un bellissimo percorso ricco di soddisfazioni. Il Teatro Malibran è diventato una “casa accogliente per la Danza”, un appuntamento atteso nel mese di novembre, per la città di Venezia e per il pubblico che ci ripaga con la propria presenza.

Mentre il bilancio della quindicesima edizione appena conclusa? 
Il bilancio positivo ce lo ha testimoniato il pubblico partecipando numerosissimo a tutti e tre gli appuntamenti, così diversi nel linguaggio e, personalmente, siamo molto felici che ripongano la loro fiducia, conquistata in questi anni amando la diversità nella proposta del cartellone.

C’è un elemento che più di altri ha tenuto insieme i lavori di questa ultima edizione?
Non c’è un elemento che abbia tenuto assieme la proposta ma, nell’autonomia dei lavori, sicuramente l’unicità e la ricchezza artistica. Questa ultima edizione è stata anche caratterizzata da un evento unico creato in esclusiva per il festival che con grande soddisfazione siamo riusciti a ospitare e che avevamo cercato di programmare da tempo i “Solisti GaertnerPlatz Theater” di Monaco con la direzione artistica di Karl Alfred Schreiner, in esclusiva europea.

A distanza di due anni lo spettacolo su Maria Callas ha nuovamente ottenuto buone critiche e successo di pubblico, qual è stato il valore aggiunto della ripresa?
“Io Maria Lei Callas” ha debuttato al “Festival VeneziainDanza” nel 2021, è stato poi ospitato in molti teatri e festival e quest’anno, essendo il centenario della nascita di Maria Callas, abbiamo voluto riproporlo per omaggiarla nella nostra città con la danza. Un valore aggiunto è dato dal fatto che, sia io in qualità di coreografa che i miei danzatori e tutto il team che accompagna questa creazione, continuiamo a viverla con verità e rispetto, proseguendo in questo viaggio con amore ed energia e rendendo ogni sfumatura preziosa pur nella sua evoluzione. 

L’idea di Veneziaindanza come nasce e chi sono stati in questi lunghi anni in crescendo i maggiori sostenitori?
Dal 2000 ad oggi abbiamo organizzato ben 28 rassegne, festival e vetrine dedicate ai nuovi coreografi nel territorio veneziano. “VeneziainDanza” è nata nel 2015 su un progetto ministeriale che poi ha preso la sua forma e forza grazie all’ospitalità al Teatro Malibran su invito del Teatro La Fenice con il quale a tutt’oggi abbiamo una preziosa collaborazione. Oltre ai partner istituzionali e privati imprescindibili, il maggior sostegno lo abbiamo sempre ricevuto dal nostro pubblico. 

Come si è evoluto nel tempo il festival?
Sicuramente con l’esperienza acquisita nel valutare anno dopo anno la possibilità di proporre al pubblico Compagnie e lavori da scoprire, incuriosendolo proponendo prime assolute create e pensate appositamente per il festival, Gala e Compagnie nazionali e internazionali con diversi linguaggi e scritture. Il pubblico ha potuto conoscere danzatori che ora sono diventati étoile come Davide Dato, Nicoletta Manni, Valentine Colasante e progetti che hanno debuttato al Festival e poi hanno girato il mondo. Come direzione artistica ho voluto da sempre mettere il “focus” sul talento italiano (danzatori, coreografi, direttori artistici) che a volte vengono poco rappresentati in Italia e/o sono più conosciuti all’estero.

La vostra compagnia gode di una buona visibilità nazionale, essendosi ritagliata un repertorio e una offerta singolare. Cosa vi piace ricordare e sottolineare del suo percorso artistico?
Non è facile rispondere perché trentatré anni dalla fondazione della compagnia “Tocnadanza” sono un pezzo della nostra vita. Siamo orgogliosi di averla fondata con la residenza nella nostra città Venezia dove abbiamo, successivamente, fondato il “Centro Produzioni Danza” punto di riferimento professionale per danzatori e coreografi. In questo lungo e ricco viaggio della Compagnia molte sono state le collaborazioni e coproduzioni con prestigiose Istituzioni e festival quali il Teatro La Fenice, La Biennale di Venezia, il Ravello Festival, la Camerata Musicale Barese, la Peggy Guggenheim Collection e molti altri. L’incontro con tanti danzatori/artisti che hanno fatto parte di “Tocnadanza” e che ne fanno parte a tutt’oggi ci hanno arricchito e stimolato. Tu Michele parli di “offerta singolare” e ti ringraziamo per questa riflessione che ci poni. Nell’avvicinarmi come coreografa ad una creazione ho sempre seguito il mio istinto e la mia curiosità, a parte alcune commissioni che mi sono state richieste, e penso sia questo lo stimolo che mi ha aiutato a credere e sentire nel profondo l’atto creativo e di conseguenza le proposte che sino ad ora mi hanno accompagnato e hanno segnato il percorso di “Tocnadanza”.

Come si organizza un Festival di successo come il vostro?
L’organizzazione di un festival è una macchina complessa che si mette in moto: la direzione artistica ne è il motore e tutto l’apparato tecnico, organizzativo, amministrativo e ufficio stampa ne è la struttura. C’è un grande lavoro, particolare cura anche nei dettagli, divulgazione, accoglienza sia per le compagnie ospitate che per il pubblico, il tutto generato dal rispetto e amore per questa forma d’Arte che è la Danza.

Chi è il pubblico che assiste ai canonici tre spettacoli che compongono ogni edizione?
È sicuramente un pubblico variegato che abbraccia tre generazioni. È un pubblico veneziano e del territorio, sia regionale che da fuori regione con una forte presenza di turisti di qualità.

Avete educato lo spettatore a differenti linguaggi e ne siete stati ripagati in termini di affetto e di partecipazione, tra tutte qual è la maggiore soddisfazione personale ed umana riscontrata?
Sicuramente la fiducia conquistata nel sentire e nel vedere come la Danza è amata, desiderata e necessaria.

Qual è il cuore del lavoro di un direttore artistico e quello di un direttore organizzativo?
Sono due lavori distinti ma che vanno assolutamente insieme, in simbiosi. Il direttore organizzativo deve realizzare da un punto di vista operativo la scelta del direttore artistico e per fare questo bisogna sempre lavorare in team. L’organizzazione deve provvedere a tutto il sistema delle esigenze tecniche, logistiche e coordinare l’ufficio stampa oltre a controllare la parte economica. Il cuore del lavoro della direttrice artistica è sicuramente nella scelta del cartellone, nel capire se il flusso diverso degli spettacoli rappresentati possa accostarsi o addirittura allontanarsi per poi generare stupore nel comprendere come la danza ha mille sfaccettature.

Avete il privilegio di far ritagliare al pubblico un momento in cui fermarsi ad ascoltare cosa l’altro ha da esprimere per condividere inedite prospettive. Questo investimento emotivo è il vero focus del festival?
È una grande cosa poter condividere, ascoltare le sensazioni e motivazioni dopo aver visto uno spettacolo, avvenimento che succede sempre e con trasporto. Amiamo molto sentire le diverse reazioni e quello che ne scaturisce con una grande passione; per noi questo è lo scopo divulgativo, formativo ed emotivo del festival.

Il rapporto con le istituzioni influenza le scelte di ideazione artistica?
In tutti questi anni sono stati numerosi i partner pubblici dal MIC, alla Regione Veneto, al Comune di Venezia oltre ai partner privati, ma mai si è verificata alcuna interferenza e la proposta artistica è stata dettata solamente dalle nostre scelte.

Da quando frequento “Veneziaindanza” ho notato che ha sempre mantenuto un’attenzione, oltre che alla componente artistica, ai giovani, dico bene?
Ci fa piacere Michele che tu l’abbia notato, sicuramente guardiamo alla tradizione, alla storia, e al presente ma per noi non è possibile esonerarsi dal dare spazio alle giovani generazioni, poiché, è inutile dirlo, sono il futuro non solo dell’arte, ma anche della società.

Quale è il rapporto con gli spettatori che un festival come questo intende creare? 
Soprattutto di fidelizzazione. Ormai siamo alla XV edizione e il pubblico ci segue numeroso fidandosi della qualità che andiamo a proporre pur nella diversità stilistica.

Riguardo al rapporto tra teatro e contesto urbano: che cosa significano la danza e il Festival per la città di Venezia?
Venezia in passato è stata una capitale della danza ed ha un presente oggi diverso. In questa città operano delle grandi istituzioni come la Biennale e il Teatro La Fenice e penso che noi ci siamo ritagliati con il nostro Festival un altro luogo, un’altra possibilità di incontro e conoscenza, tanto che negli ultimi anni ci viene spesso richiesto di fare due sessioni in un anno o raddoppiare gli appuntamenti. La danza è molto amata e richiesta dal pubblico, e credo che in questi anni il Festival abbia creato un luogo dove voler ritornare.

In un ambito come quello dello spettacolo dal vivo, che cosa ne pensate del rapporto tra eventi in presenza e digitale? Il digitale può essere una risorsa dopo l’avvento della pandemia?
È sicuramente una risorsa ma in altri contesti definiti. Lo spettacolo dal vivo esiste nel momento della sua rappresentazione, si sostiene “Qui e Ora” nel rapporto diretto tra il pubblico e gli artisti, creando quel flusso sospeso di energia di scambio che determina quella magia che è propria dello spettacolo dal vivo.

Pensate che la danza e la cultura del balletto, abbiano ancora una potenza che li renda necessari di avere un impatto positivo sulla vita delle persone?
La Danza ha un linguaggio universale e trasversale con le altre Arti. “L’Arte è la creazione di un ordine denso di significato che offre un rifugio all’insopportabile confusione della realtà esterna” (Rudolf Arnheim).

La cultura sembra spesso messa ai margini soprattutto di questi tempi, ma in realtà è più diffusa di quello che noi crediamo, ne è la prova lampante “Veneziaindanza”?
“Veneziaindanza” forse testimonia la necessità che l’essere umano ha di condividere sia l’arte, la bellezza, il piacere e il confronto con l’altro in uno stesso luogo, vale a dire il teatro, che è la cosa più importante che l’uomo ha inventato, cioè raccontare l’uomo attraverso l’uomo davanti l’uomo. 

Voi proponete da anni anche una Vetrina dedicata ai coreografi e ai danzatori. La giovane danza contemporanea si nutre ancora del passato? Cioè di coloro che hanno innovato e scritto la storia della danza oppure nascono sempre più inediti linguaggi senza alcun rimando?
Noi siamo inevitabilmente l’elaborazione del passato in una catena generazionale dove tutto si trasforma. Così la giovane danza contemporanea non è altro che questo: ha condiviso, ha inconsapevolmente sedimentato, ha elaborato, rifiutato, contrastato. È lo specchio della società e da questa viene influenzata creando la necessità di ricerca nel linguaggio autoriale.

Cosa vi affascina e vi colpisce maggiormente nella danza oggi?
La continua evoluzione e trasformazione e se dobbiamo essere sinceri vediamo una sempre maggiore attenzione anche alla tradizione e al passato come forma di conoscenza, arricchimento e avvicinamento culturale.

Qualche altro obiettivo su cui avete intenzione di lavorare negli anni a venire?
Sono tanti gli obiettivi ma vorremmo, se riusciremo a realizzarli, che fossero una sorpresa.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Giovedì, 11 Gennaio 2024 10:15

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