mercoledì, 08 luglio, 2020
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INTERVISTA a ELLA JAROSZEWICZ - di Patrizia Iovine

Ella Jaroszewicz a Berchére Ella Jaroszewicz a Berchére

Nata in Polonia, membro del balletto dell’Opera di Breslavia, Ella Jaroszewicz diviene la principale interprete del Théâtre National Pantomima di Breslavia diretto da Henryk Tomaczewski. Studia danza all’American School di Los Angeles - metodo Graham, danza spagnola e danza classica a Parigi.
Alla fine del 1960, all'apertura della “Scuola Internazionale di Mimodramma Marcel Marceau", Ella Jaroszewicz collabora alle scelte pedagogiche dei corsi ed insegna continuando a sviluppare il tecnica iniziata da Henryk Tomaszewski.
Sposa e collaboratrice del maestro francese Marcel Marceau, introduce dei nuovi corsi presso la scuola: acrobatica e danza classica.
Nel 1974 fonda “La Compagnia Magenia” e dirige la sua scuola di Mimo “ Studio Magenia”. Per la prima volta nella storia del teatro dell’Opera di Parigi propone alla scuola di Danza dei corsi di teatro gestuale e inizia poi ad insegnare altrove lasciando il suo posto ad una sua allieva. Tiene corsi di “Mimo-Danza-Teatro” in Australia, in Germania, in Austria, in Francia. Tra i riconoscimenti, riceve la medaglia d’Oro al Concorso di Pantomima al Festival di Mosca, la medaglia della città di Breslavia, la medaglia d’Oro di “Danza e Cultura” consegnatale da Serge Lifar e Jean Dorcy. Ad Ella Jaroszewicz è stato conferito il titolo, nel 2005 di Ufficiale dell’Ordine del Merito.

I maestri:
Henryk Tomaszewski

La Polonia, è anche la patria di Henryk Tomaszewski, primo ballerino del balletto dell’Opera di Breslavia che si afferma sul palcoscenico con la sua Compagnia “Pantomima”. Il nome vuol intendere una forma artistica che racchiude tutte le tecniche del genere mimico, compresa la danza. Egli rinnoverà la concezione del mimo immettendo nei suoi spettacoli la danza, l’ acrobatica, il jazz, i costumi e la musica. Uno stile di teatro corporeo ricco capace di viaggiare dal burlesque al tragico sconfinando nell’astrazione. Il suo teatro diviene una rivelazione artistica. Sceglie come partner di scena proprio Ella Jaroszewicz che diverrà l’erede del suo spirito creativo esportandolo in Francia.

Marcel Marceau
Al tramonto della Seconda Guerra Mondiale, Parigi torna a vivere e il teatro ritrova la sua strada. Marcel Marceau, uscito dalla scuola di Charles Dullin (in cui era entrato nel 1944), dopo aver trascorso tre anni intensi di studio per la sua formazione artistica, seguito dal maestro di mimo corporeo Etienne Decroux, inventa un suo personaggio, un eroe immortale di nome Bip, erede della dinastia degli astuti Arlecchini, di Pierrot e di Charlot. Uscirà da quella scuola per calcare i palcoscenici mondiali e diffondere, con deliziosi numeri pantomimici, sulla scena nuda, con un unico semplice costume in bianco e nero e con un fiore rosso tremolante sul cappello, la purezza del teatro gestuale.

Henryk Tomaszewski, Ella Jaroszewicz, Marcel Marceau
Henryk Tomaszewski, Ella Jaroszewicz, Marcel Marceau

È scritto nelle stelle

A Parigi, in un freddo mattino d’inverno, ho incontrato Ella Jaroszewicz, pronta a scoprire, con la curiosità di un bambino, la sua arte e il suo talento.

In che modo si è rivelata la sua vocazione artistica?
Mia madre e mia nonna dicevano sempre “E’ scritto nelle stelle”. Il destino della tua vita è scritto nelle stelle, la vita lascia che tu prenda delle decisioni ma esiste una vocazione congenita per le arti che non si può imparare. Mio padre era musicista, mia madre aveva una gran bella voce e si esibiva come solista nella Cattedrale di Kielce. Tutto questo nel periodo molto difficile della guerra e del primo dopo guerra in Polonia. All’epoca bisognava sopravvivere, era certamente più importante riuscire ad avere un pezzo di pane o delle patate da mangiare che dedicarsi all’arte. La Polonia era in rovina e soprattutto noi. Mia madre mi teneva nascosta dai comunisti ed ha ridotto il mio nome da Elzbieta ad Ella in quanto evidenziava le mie origini nobili.
A quattro anni mio padre ha iniziato ad insegnarmi a leggere e a scrivere. Mi portava regolarmente da un’istitutrice. Non avevo ancora compiuto 7 anni ed ero già iscritta alla seconda classe, con due anni di anticipo, in una scuola diretta sia da insegnanti religiosi che laici. Sono stata scelta con altre giovani ragazze per prender parte alla scena di un balletto per lo spettacolo di Natale. Una suora ci accompagnava con il pianoforte e ci mostrava dei passi di danza. Quando mi ha vista ballare si è avvicinata a me e ha detto “Tu hai un dono, sei dotata!” . Ecco il mio primo ricordo artistico della mia vita.

Quando ha incontrato il maestro Tomaczewski?
Avrei voluto continuare a danzare dopo la scuola, ero una ballerina e un’acrobata, avrei voluto anche fare teatro ma i miei genitori hanno preferito indirizzarmi verso gli studi universitari. Ciò che avrebbe potuto interessarmi era la geografia e la geologia ma ero ancora giovane e c’erano pochi posti in quella facoltà, così la mia domanda di iscrizione non ha avuto esito. Mi è stato suggerito di attendere l’anno successivo per l’iscrizione al primo anno. Ho deciso di recarmi all’Accademia dello Sport e la sera precedente sono rimasta a dormire con un’amica di famiglia da una signora che mi ha ricevuto in una camera accogliente per diversi giorni affinché io avessi il tempo di cercare un alloggio per studenti.
Ho saputo che la signora era solista nel balletto dell’Opera di Breslavia e una cara amica del primo ballerino dello stesso teatro dell’Opera: Henryk Tomaczewski. Il suo nome era Alla Laskowska, una presenza molto importante nella storia del Teatro di Tomaszewski. Quel pomeriggio lui stava facendo le prove del suo primo spettacolo creato per la compagnia di “Pantomima”. Io non conoscevo nulla di tale disciplina all’epoca. Sono entrata nella sala delle prove e senza chiedermi nulla il regista mi ha inserita nella messa in scena. Ero l’Albero nella rappresentazione, scelto in seguito come icona per il suo teatro. Sono rimasta nella Compagnia per quasi nove anni come sua partner di scena ed attrice principale. Il primo anno tuttavia ho frequentato l'Accademia dello Sport. È stato molto importante per la mia formazione teatrale in quanto avevo studiato la fisiologia, l’ anatomia, la sezione dei muscoli, l’atletica e molte altre discipline sportive. La conoscenza di queste materie mi è servita per la mia evoluzione artistica e per il mio lavoro di insegnante. Ho interrotto i miei studi all’Accademia per frequentare l’ultimo anno presso la Scuola di danza dell’Opera e sono entrata nel Balletto dell’Opera di Breslavia.
Parallelamente ho lavorato all’Opera con Tomaszewski. Con la compagnia “Pantomima” abbiamo fatto spettacoli gratuitamente per tre anni sino a quando ci sono state conferite due medaglie d’Oro al Concorso Internazionale di Pantomima di Mosca. All’Opera danzavo nei balletti di repertorio ed ero molto richiesta dai coreografi. Tomaszewski ha lasciato l’Opera dopo aver ottenuto una sovvenzione e mi ha scelta tra i membri stabili per la sua compagnia.
Il mio maestro polacco non amava esser definito un pedagogo, si sentiva prima di tutto un artista creativo. Era abile a risvegliare le passioni. Questa arte è anche la mia passione. Oggi non ci sono più i grandi maestri pedagoghi né originali creatori in questa disciplina.
Quando penso che oggi in Francia le sovvenzioni vengono assegnate sulla base di una richiesta scritta, di relazioni o dossier, ritengo che questo sia assurdo in quanto bisognerebbe analizzare ciò che si fa durante le prove, assistere alla messinscena di uno spettacolo e soltanto in seguito stabilire i meriti delle Compagnie. L'arte è stata burocratizzata, è nelle mani di funzionari seduti dietro una scrivania o di giovani carenti di professionalità specifiche e intenti solamente al raggiungimento di obiettivi economici.

Ella Jaroszewicz, disegno realizzato da Marcel Marceau
Ella Jaroszewicz, disegno realizzato da Marcel Marceau

Come ha conosciuto Marcel Marceau?
E’ una cosa curiosa : I miei due amori della mia vita sono stati la Compagnia “Pantomime” di Tomaszewski e Marcel Marceau.
Al ritorno da una tournée in Russia Marcel Marceau si è fermato in Polonia prima di rientrare in Francia. Ha fatto una serie di rappresentazioni di cui una a Breslavia, città artisticamente molto importante e viva in cui c’era anche il Teatro Nazionale “Pantomima” .
Ero già la prim’ attrice della Compagnia. Gli organizzatori hanno invitato Marcel Marceau al Teatro Nazionale per vedere degli estratti del nostro spettacolo che si sarebbe svolto in giornata, prima della rappresentazione di Marcel Marceau che si sarebbe svolta la sera. E’ arrivato ed ha trascorso molto tempo con gli artisti e con il mio maestro Tomaszewski.
Io invece purtroppo alle otto del mattino ero all'ospedale ricoverata d'urgenza per un’appendicite. Avevo avuto dolori all’addome per tutta la notte ma speravo di poter essere presente al mattino. Non è stato così. Non ho potuto partecipare alla presentazione. Il giorno dopo ho ricevuto diversi bouquet di fiori bellissimi con un programma firmato da Marcel con il quale era stato informato che “L’Etoile della Compagnia” si trovava in ospedale. Qualche mese più tardi la mia Compagnia è stata invitata al Festival des Nations a Parigi al teatro Sarah Bernhardt.
In quel periodo Marceau si trovava a Parigi e la sua agente, Mme Boulestex, memore di aver incontrato la nostra troupe in Polonia, ha consigliato lui di venire a vedere lo spettacolo, io non sapevo della sua presenza in sala. Mi erano stati assegnati diversi ruoli principali nella rappresentazione. È stato un grande successo, un quarto d’ora di applausi, un trionfo. Dopo lo spettacolo, nel mio camerino c’erano fotografi e flash dappertutto, seguivano un uomo che si è avvicinato a me chiedendo: “Quale è il suo nome?” Io non sapevo chi fosse, ho detto il mio nome e lui ha risposto “ Lei ha un grande talento!”. Continuavo a togliermi il trucco in camerino, Tomaszewski è venuto a dirmi che Marceau voleva parlarmi. C’era un ricevimento al piano di sotto sul palcoscenico. Per uno strano caso avevo imparato la lingua francese in Polonia soltanto per un mio piacere personale. Amavo la musicalità di quella lingua. A scuola avevo invece studiato la lingua russa e il tedesco. Il francese aveva però qualcosa che mi attraeva. Non avrei mai pensato che quella lingua sarebbe diventata la mia e che mi sarei trasferita in Francia, per questo affermo con convinzione il motto “È scritto nelle stelle”.
Dopo questo trionfo al Festival, siamo stati invitati il giorno dopo a rappresentare uno spettacolo al teatro de l’Athénée a Parigi dove siamo stati in scena per un mese.
Quasi tutte le sere fuori dal teatro, dopo la rappresentazione, c’era un uomo molto elegante, di nome Marcel, con un bel sorriso, che mi aspettava per invitarmi a cena, facevamo delle lunghe conversazioni. Una volta ha deciso di invitare la mia troupe nella sua proprietà di Berchère. Abbiamo trascorso l'intera giornata tutti insieme in campagna. Piano piano si è innamorato perdutamente di me ed io di lui.
Penso quindi di aver avuto due amori nella mia vita - come Carroll Baker che cantava “Ho due amori” - Marcel Marceau e la mia Compagnia.
Vorrei aggiungere per inciso: considerando che il numero della felicità è il 3, oggi inserirei un amore che contiene tutta la felicità del mondo, mia figlia.
Comunque questi primi due amori sono stati davvero complicati. Marcel Marceau mi telefonava dall’Australia mentre stavo in Norvegia, da Londra quando stavo in Italia, da New York mentre stavo in Svizzera…
E’ riuscito ad invitarmi per trascorrere insieme l’estate a Parigi e a Londra nel 1962 dove ha messo in scena spettacoli per tutto il mese di agosto. A Londra abbiamo incontrato un famoso Mimo inglese, Harold Chesire, già avanti con gli anni, il quale ci ha presentato un numero straordinario “Le Mani” che uscivano da un mantello nero e lottavano tra loro come i simboli del bene e del male. Durante tutto l’anno Marcel è venuto più volte i Polonia, a Breslavia per vedermi, sognava di fare uno spettacolo, formare una compagnia con me in Francia, proporre vari allestimenti. Tutto può succedere! Mi ha poi invitata alla prima di un suo spettacolo a Parigi.
E’ stato il Ministero della Cultura Polacco a rilasciarmi un passaporto professionale di qualche giorno per assistere allo spettacolo di Marceau a Parigi. Oggi mi sembra assurdo, ma ai tempi del comunismo il contesto economico-politico era molto complicato. E’ stato difficile lasciare la Polonia per viaggiare liberamente.
Sono stata in grado però di prender parte a tour internazionali con la mia compagnia “Pantomima” che era all’epoca una rivelazione nel mondo artistico, la più originale. Eravamo una “vetrina” culturale della Polonia popolare.
Attualmente si potrebbe risiedere in qualsiasi paese del mondo. Vivere a Parigi, lavorare a Varsavia o a Roma. Per tutti noi artisti in Polonia il comunismo è stato un dramma, le nostre vite sono state schiacciate. Non ho avuto molte possibilità di fare viaggi di piacere, ho perso molto tempo.
Il mio dramma è precisamente che questi due amori non si sono sviluppati come avrei voluto. Ho dovuto accettare questa ferita nel mio cuore. Ho vissuto con Marcel, il mio grande amore, a Parigi. Sì, un grande amore, quello che arriva una volta soltanto. Sfortunatamente non ho potuto prosperare artisticamente, non c'era una compagnia di mimo in Francia, ho ripreso le lezioni di danza: classica, jazz, danza spagnola.
Ho accompagnato Marcel Marceau negli Stati Uniti per una tournée e all’America Dance School di Los Angeles ho frequentato corsi di danza moderna, che non era ancora così diffusa in Europa. Mi è stato offerto di rimanere in quella stessa scuola e di avviare un corso di danza-mimo. A partire dal nostro rientro in Francia sono riuscita, progressivamente, a sviluppare un mio linguaggio. Una tecnica nuova in cui il mimo si fondeva con la danza.
Ho creato dei corsi di mimo alla Scuola di Danza dell'Opera di Parigi per la prima volta nella storia di questo teatro. Una delle mia allieve vi insegna ancora oggi.
Ho tenuto corsi in molte Scuole e Accademie in Germania, Austria, Spagna, Francia, Polonia, Gran Bretagna, al Balletto Nazionale Inglese a Londra, alla Flinders University in Australia, ho insegnato presso il Grotowski Centre, tra gli altri. Mimi, attori cinematografici, artisti circensi e di teatro erano interessati alle mie lezioni, la mia scuola offriva un'istruzione ricca e aperta. Mi è stato riconosciuto per la prima volta da parte dello Stato francese il titolo professionale di “Artista-Mimo".
I miei spettacoli sono un invito a riflettere sulla complessità della vita umana, l'intenzione è quella di attirare il pubblico verso una forma di espressione che, secondo Racine, deve "piacere agli occhi e toccare il cuore".

Quale soggetto metterebbe al primo posto nella preparazione all’attore?
Al primo posto metterei il talento. Bisogna apprendere una tecnica, uno stile, ma non si può apprendere di essere artisti, c’è qualcosa di innato in un artista. Pur avendo talento bisogna però lavorare molto. I migliori artisti sono dei grandi lavoratori.

Nella sua professione artistica, quali sono le influenze da lei esercitate su attori, ballerini, sui suoi allievi in generale?
Bisognerebbe chiederlo ai miei allievi, alle dozzine e dozzine di artisti che hanno frequentato la mia scuola. Penso di aver illuminato la loro sfera creativa, di aver amplificato la qualità delle azioni nei confronti di se’ stessi, di aver fatto comprendere loro che non è sufficiente pensare di conoscere per essere in grado di fare. Nell'arte devi essere un'aquila e non una pecora.
Nella mia tecnica di insegnamento ho sviluppato un connubio tra il mimo e la danza per formare il corpo dell’attore. Ogni micro movimento cambia il significato del gesto. La lentezza la velocità modificano nei dettagli il carattere del personaggio. Sullo stesso gesto bisogna avere il senso del ritmo, Il senso dello spazio ovvero possedere la tecnica del mimo propriamente detta. Bisogna lavorare moltissimo ma principalmente bisogna avere passione.
Mi piace raccontare ai miei allievi che i grandi mimi dell'epoca di Augusto (V secolo) Pylade e Bathylle dichiararono loro studenti: “non disdegnate imparare ad essere degli eccellenti ballerini per diventare dei perfetti mimi”.
Quando ho fondato la mia scuola “Studio Magenia” a Parigi (magenia significa sogno nella mia lingua) ho lavorato molto. Ciò che ho insegnato ai miei allievi lo avevo già praticato, non ho mai improvvisato insegnamenti di qualcosa che non avevo ancora fatto e sperimentato sul palcoscenico. Alla fine del 1960 Marcel Marceau ha aperto la sua École Internationale de Mimodrame de Paris. Ho partecipato con lui alla programmazione dell'indirizzo pedagogico, il suo scopo era prima di tutto formare adeguatamente i giovani per poi avviarli al mimo.
C'erano molte ragazze e ragazzi provenienti da ogni parte del mondo desiderosi di iscriversi alla sua scuola. Ricordo il primo giorno di apertura, c'erano 80 allievi suddivisi in due classi. Alla scuola di Marceau, ho introdotto un corso di danza e un corso di acrobatica. Per queste lezioni ho consigliato insegnanti di alto livello. Mi occupavo anche di un corso di mimo mettendo in moto una tecnica personale ereditata da Tomaszewski.
Le prove si svolgevano in sale senza specchi né barre per gli esercizi di danza. Fino ad allora l'attore non aveva bisogno di guardare la sua immagine riflessa ma lavorava sull'interiorizzazione del movimento, era concentrato su se stesso. Ho richiesto l’istallazione di specchi lungo le pareti per lavorare con i miei allievi e di una barra di appoggio per gli esercizi di danza. Vorrei aggiungere che Marcel Marceau stesso ha iniziato così a lavorare con gli specchi.
Il mimo è un artista completo, è un attore muto ben fissato al suolo ma con la leggerezza di un ballerino e l’agilità di un acrobata come i comici della Commedia dell'Arte capaci ad improvvisare battute scandendole con movimenti eloquenti. Anche la loro preparazione prevedeva piroette e cadute.
Il corpo è al servizio del teatro, ogni gesto deve essere giustificato, ogni micro-movimento deve essere scelto per definire il carattere dell’attore tenendo conto dell’estetica, della potenza espressiva, della poesia. Il gesto giustificato dipende direttamente dalle caratteristiche intime del personaggio, dalla situazione, dal contesto. L’artista deve sentire in sé il gesto affinché questo venga “ascoltato” dal pubblico.

Quale è l’eredità artistica lasciatale dal suo maestro, fondatore e direttore del Teatro di Pantomima di Breslavia?
Ho avuto la fortuna ti ereditare da Tomaczewski un pensiero fondamentale: vivendo in un contesto sociale basato sulle convenzioni, l’uomo ha bisogno di rivelare un altro sé. E’ necessario mostrare in teatro il profilo autentico, intimo, quello che viene celato alla società. Nel teatro va mostrato qualcos'altro, la verità epurata dalle convenzioni. C'è una ricchezza infinita di espressioni del corpo pronte a salire sulla scena. Il teatro è la più bella menzogna. “Noi siamo fatti della stessa materia dei nostri sogni” affermava Shakespeare. “Porta al pubblico momenti di meraviglioso perché non esiste arte senza mistero” (Brecht). Ed io sostengo: fai questo mestiere soltanto se lo ami.

Dal Maestro Marcel Marceau cosa ha ereditato?
Il nostro incontro non è stato soltanto un amore tra un uomo e una donna ma una fascinazione professionale tra due artisti. Non posso dire di non essere stata comunque influenzata artisticamente da Marcel Marceau, mio maestro e marito. Diciamo che anche io l’ho influenzato in alcune scelte. Ad esempio, per quanto riguarda uno dei suoi più suggestivi numeri intitolato “La creazione del mondo”. Ci trovavamo a Londra per una tournée che Marcel stava facendo. Al rientro in albergo, la sera, lavoravamo insieme sull'ondulazione delle braccia, discutevamo, ma ciascuno dava qualcosa all’altro.
Fino al 1964, prima che io arrivassi a Parigi, il costume di Bip era diverso, ho voluto consigliare a Marcel di cambiare la forma e il colore dei suoi pantaloni di scena, e così è stato.
Ciò che ha colpito e influenzato me è stata la sua purezza nella creazione artistica. Ho apprezzato molto il suo modo di concepire un personaggio partendo dalla sua ingenuità, dalla sua semplicità. Mi sono così appassionata alla duttilità espressiva che puntava all’essenzialità. Nelle improvvisazioni, negli spettacoli che ho diretto, ho sempre cercato di cogliere l’essenza del personaggio, in ogni momento. Bisogna lavorare sul gesto senza troppe parole, senza chiacchierare, sempre che non sia necessario. Nel numero “Le Parc” ad esempio, Marcel Marceau interpreta due donne che fa interagire in scena. La prima mima una animatissima conversazione senza molte pause mentre lavora a maglia e l’altra, con aria rassegnata, ascolta in silenzio annuendo. In questo caso la donna chiacchierona ha un senso scenico e un ruolo interessanti. Il rapporto tra i personaggi parte proprio da quelle parole mute che scatenano movimenti in un certo senso poetici.

Se dovesse fare una critica alla tecnica del maestro Marceau, cosa direbbe?
Criticare la sua tecnica? No, non è possibile. A mio modesto parere non esiste una tecnica di Marcel Marceau ma esiste la tecnica a Marcel Marceau. Non è esistito che Il Mimo. Non bisogna imitarlo, basta amarlo. Amare ciò che ha fatto cogliere la sua poesia. Il silenzio è musica e c'è musica nel gesto. Secondo Franz Liszt “ciò che ha bisogno di essere spiegato non vale la pena spiegare”.

Quali cono stati le influenze del maestro sugli allievi che sono riusciti ad aprire scuole di mimo nel mondo?
Non c’è stato che un mimo e il suo nome è Marcel Marceau. Non ci sarà nessuno che potrà eguagliarlo. Non bisogna imitare Marceau ma soltanto attingere alla sua tecnica: prima di tutto però bisogna amarlo. Amare ciò che lui ha fatto ed afferrare la sua poesia. Il silenzio è musica e nel gesto c’è musica. Il silenzio non esiste. Tutto ciò che l’uomo crea è frutto dell’immaginazione. Io credo molto in ciò che ha affermato Albert Einstein “l’immaginazione è più importante del sapere”. Ciò non significa che sapere non sia necessario, ovviamente. Bisogna avere una grande conoscenza per servirsi della propria immaginazione e metterla in evidenza.
Il teatro gestuale ha preso molto da Marceau ma purtroppo ne ha fatto delle semplici fotocopie. Non è mia intenzione criticare persone che fanno questo mestiere, ritengo giusto tuttavia proporre dei corsi su quanto imparato presso la Scuola di Mimodramma di Marcel Marceau ma, partendo dalla ricchezza espressiva del maestro francese, bisogna riuscire, attraverso il proprio talento artistico, a distaccarsene per trovare una propria strada. Non bisogna imitare in quanto il corpo di ogni artista è diverso, diverse sono le proporzioni, le mani, il ritmo. Ecco perché attraverso l’imitazione il movimento appare artificioso, privo di naturalezza e, soprattutto, privo di fascino. Nella formazione è essenziale una solida base tecnica. Il mimo d’azione deve saper manipolare oggetti invisibili, deve saper servirsene, conoscere bene il proprio corpo, la propria resistenza, il proprio equilibrio e inoltre deve possedere una buona cultura generale in quanto questa andrà ad influenzare la sua, inimitabile creazione artistica.
Purtroppo, molti giovani che si sono diplomati alla scuola di Marceau hanno fatto unicamente una copia del sapere.
Parlando di me, non vorrei essere pretenziosa ma riconosco la mia posizione. Riconosco le mie influenze ma la strada che ho percorso l’ho scelta da sola, ho fatto sposare la danza con il mimo cogliendo la poesia nel gesto. Ho insegnato in molti paesi ed ho constatato che a partire dagli anni ’80 non si lavora più come prima, ci sono comunque molte Compagnie di teatro create da miei studenti di mimo nel mondo. Tra i miei allievi, uno gestisce una scuola di teatro in Austria, un altro ha creato il grande Mimo festival in Corea, un altro ancora ha insegnato per trent'anni all'università di Pittsburgh negli Stati Uniti e potrei menzionarne molti altri. Sono orgogliosa che siano usciti dalla mia Scuola di Parigi rispettando la tradizione e creando nuove voci. Spero che quest’arte millenaria sopravviva.

Quali parole riferite a lei ricorda con vanto di Marcel Marceau?
Sono orgogliosa soprattutto di ciò che lui ha detto e scritto su di me: “ lo stile e il dono di Elzbieta Jaroszewicz daranno agli attori lo slancio drammatico che eleva la pantomima al livello del teatro tragico o burlesco” e ancora: “ Elzbieta, stiamo insieme per gridare il nostro silenzio con la nostra anima il nostro corpo e con esso il nostro amore per la pantomima”.
La preziosa attività di Ella Jaroszewicz è permeata di passione, si diffonde con semplicità e stile, grazie al talento innato, proprio d’una grande artista. In verità l'arte del mimo è poesia del cuore, è intrisa di passione ed è linfa per l'anima.

Patrizia Iovine

Ultima modifica il Giovedì, 04 Giugno 2020 09:45

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