martedì, 25 aprile, 2017
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La Notte, 17 novembre 1976

Oggi, un rilancio di Ibsen, capace di risollevarlo dalla gora della sovrana inefficienza dei classici nella quale, valga il vero, dall'ultimo dopoguerra, pare sommerso più a fondo di tanti suoi illustri colleghi di più lungo fiato, non potrebbe venire che dal femminismo montante. Ma le odierne amazzoni, indigene e no, non se ne dànno pensiero. Non oso asserire che esse ne ignorino l'esistenza; mah, chissà, forse non lo ritengono sufficientemente... femminista per darsi la pena di riattualizzarlo, o dipende solo dal fatto che era un uomo. Eppure, che occasione sarebbe! Potrebbe, se non altro, convogliare pubblico ai tre Ibsen che sono in cartellone quest'anno sulle nostre scene ufficiali più museografiche o, quantomeno, retrospettive del solito, che è tutto dire.
Dipenderà che essendo stato il dio di Eleonora Duse, nel nostro paese esso conserva una specie di incombenza carismatica. Comunque, mentre circola una Donna del mare alla Maria Jacobini, di Lidia Alfonsi, e si preannuncia un'Anitra selvatica alla Luca Ronconi dello Stabile di Genova, ieri sera, al San Babila, abbiamo assistito a degli Spettri rassicuranti e ammirevoli di Lilla Brignone, con Ugo Pagliai, anche se si tratta del copione più ambiguo e, in un certo senso, più provato dal tempo, benché più fortunato, del norvegese, e non poteva essere altrimenti: con tutti i suoi gravi guasti il mal francese non potrà mai vicariare l'implacabile fatalità dei fulmini di Giove; quando, di una tragedia, si promuove protagonista la spirocheta pallida, il giorno che si scopre la penicillina per quella tragedia è finita.
Eppure, ciò è vero fino a un certo punto. Il fatto è che l'impietoso Ibsen, figlio del suo tempo; lutenaramente disumano, in perpetua, accanita, immisericordiosa, intollerante e sarcastica polemica con esso, erige il monumento al suo personale idealismo in virtù ed in funzione di tutto il positivismo che egli colloca al di sotto come un massiccio piedistallo. L'ambigua dialettica del suo linguaggio, che trae le iridescenze del proprio lirismo e gli spessori della propria eticità da un vocabolario e da una sintassi, se Dio vuole, tanto semplici, quotidiani, poveri – e chiari! – quanto originali, potenti ed ispirati, sta lì a dimostrarlo in modo e misura non ingannevoli. Il rovescio della medaglia è che, in lui, c'è sempre il pedante che conduce per mano il poeta e, non infrequentemente, ne intralcia il cammino. Riconosciamolo, quello di Ibsen è un genio amministrato dalla ragioneria, dove giunge sempre un momento in cui fa capolino l'antico farmacista. Tanto più profondo pensatore, ma quanto meno limpido poeta, esempio, d'un Cechov!
Di tutto ciò, Spettri (1881) sono, forse, il pericoloso caso limite. Non per questo, però, i veri, intimi, segreti, doloranti motivi del dramma rimangono esteriori e superati. Accade, press'a poco, con Ibsen quel che accade con Wagner. Al di là della polemica, della teoria, della dottrina e della loro intollerante e pignolesca applicazione; a onta dell'atteggiamento profetico e del titanismo messianico talora fastidiosi, caduchi figli del tempo e del temperamento, rimangono intatte una musica ed un'arte sovrane. Facciamo l'ipotesi che, anziché, un sordo conformista il marito della protagonista di Casa di bambola – la commedia che precede direttamente Spettri, ed è significativo – fosse stato un debosciato libertino, e, di fronte alla sua incomprensione, essa non avesse avuto il coraggio di abbandonare famiglia e figli come atto di protesta, in affermazione del diritto alla propria libertà; e fosse rimasta nella casa, accettando la finzione, la subordinazione e la catena della morale corrente, generatrice del dolore, eterno – e monotono – tema ibseniano, in agguato vent'anni dopo. Ebbene, essa non avrebbe bisogno di chiamarsi Elena Alving, potrebbe continuare a rispondere al nome di Nora Helmer.
La signora Alving espìa, nel proprio figlio Osvaldo, la colpa della sua natura di schiava: l'essersi arresa alla convenzione, al compromesso e alla menzogna della rispettabilità sociale, condizionate da un moralismo ipocrita. Nulla importano il denso tormento di tanti anni, la strenua difesa della memoria del corrotto marito, l'abnegazione e il sacrificio. La sua colpa – per Ibsen ogni minima menzogna è imperdonabile colpa – è all'origine, e tutti i fantasmi del passato che s'era illusa di esorcizzare le si ergeranno spietati davanti a presentare il conto.
Fin dalle sue prime parole – quella lucida chiamata di correo del mediocre pastore Manders fariseo in buonafede, nei toni di una memore malinconia che è come l'evaporato profumo del remoto irrevocabile e respinto amore -- causa "clinica" o no, grava su di lei una fatalità tragica. Allargando un po' la manica, vien da dire che essa, in veste moderna, sia una figura. La tagliola sta pronta da tempo immemorabile e la innocente vittima espiatoria, l'adorato figlio Osvaldo, incolpevole erede della sifilide del vizioso genitore, foriera delle imminenti tenebre dell'ebetudine in cui lo piomberà, è già ritornato nella casa avita dove si consumerà il sacrificio. Ogni orizzonte è chiuso, tutto è stato sconsacrato e non si può riconsacrare.
Con l'aria che tira sulle ribalte, è una consolazione e un piacere riavvicinarsi a un testo, sia pure venerando, ma che privilegia la parola, affidando ad essa, e ad essa soltanto, lo scandaglio degli animi, frugati nei più fondi, segreti e tortuosi recessi, fino al totale denudamento, per ribadire il senso morale di un messaggio reiteratamente martellato e che impregna ossessivamente di sé ogni gesto e ogni frase fino a giustificare, se non proprio a far dimenticare, quel tanto di romanzesco e di costruito che si annida nell'antefatto e nella stessa vicenda vera e propria. Ma né la consolazione né il piacere sarebbero completi senza una recitazione che, della parola, faccia conto altrettanto. E' quello che, col minimo ineliminabile e indispensabile di teatralità, ha ottenuto l'interpretazione di ieri sera nella regia di Edmo Fenoglio attento ad eludere, quanto più possibile, l'insidia naturalistica insita nel testo; in ciò notevolmente coadiuvato dall'allusiva scenografia antiveristica di Mario Giorsi: l'abbraccio e di una duplice rampa di scale semicircolari incontrantesi in alto e racchiudenti uno spazio spoglio dei soliti ammennicoli domestici. Egli è autore anche degli originali costumi, a cominciare da quello ardito dell'eccezionale protagonista.
Già, Lilla Brignone ad una delle maggiori sue prove di interprete e sono, ormai, tante. Essa fa una signora Alving non già anziana e vestita d'ombra com'è nella tradizione, bensì ancora una donna fiorente: un gran capo biondo spiccante su un abito di pizzo candido. Antipatetica, lucida e nitida come un cristallo, consapevole quanto più è possibile, e quanto più è possibile impietosa verso sé stessa, impronta la propria asciutta e tagliente recitazione al calor bianco delle crudeli sfaccettature dell'intelligenza, con una punta di critico distacco, diciamo pure di estraniamento, che le conferisce un timbro antipsicologistico di moderna tragicità. E' stata, comprensibilmente, acclamatissima e applauditissima. E, con lei, Ugo Pagliai la cui angosciata verità, espressa con dolente pulizia, costituisce un traguardo importante. Innocentemente fariseo, codino, credulo, ingenuo e umoristicamente colorito Renzo Giovampietro, applaudito a scena aperta nell'ingrata e invecchiata parte del pastore Manders; così come lo è stato il canagliesco e tortuoso Giampiero Beccherelli. Brava e un gran bel tocco di figliola, tutta suo padre, Paola Gassman, tanto nomine...

Carlo Terron

Ultima modifica il Domenica, 14 Dicembre 2014 09:50
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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