lunedì, 16 ottobre, 2017
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Aldous HUXLEY - Il sorriso della Gioconda

Corriere Lombardo, 21 febbraio 1950

Mortal coils, strette o spire mortali, resa in italiano col titolo traditore ma assai suggestivo: Il sorriso della Gioconda, è, che io sappia, l’unica avventura teatrale di Aldous Huxley; ed è un’avventura soltanto per metà, risultando la riduzione scenica di un bel romanzo, noto anche in Italia, con lo stesso titolo leonardesco. L’umanistico, litteratissimo, divagante, didascalico e moralistico narratore e saggista Huxley, questo grande sportivo dell’alta intelligenza, è una nostra antica passione, ma è anche, modestamente, l’ultimo scrittore al quale consiglieremmo di intrappolarsi nelle ferree misure, nelle strette proporzioni e nelle eroiche concisioni del dialogo scenico. La Compagnia di Diana Torrieri ha voluto, forse, dimostrarci, ieri sera all’Odeon, che tutto ciò non esclude la possibilità di un copione teso, interessante, verbalmente turgido ma ricco di profondi pensieri e di sottili morbidezze psicologiche, anche se, per giustificare e varare le quali, si affida e porta in primo piano quell’elemento giallo che, nel romanzo, resta opportunamente un secondario e suggestivo sottofondo.

Henry Hutton è un uomo caro a Huxley, colto, ricco, dilettante raffinato di letteratura e arti belle, conservatore estemporaneo e osservatore moralistico ma indifferente delle proprie debolezze e delle proprie servitù sensuali. Egli ha sposato una bellissima e facoltosissima donna che si è gravemente ammalata di cuore e, ancora giovane, se ne sta condannata in un letto, risentita e recriminante, senza essere riuscita a cavare da sé stessa un valore qualsiasi sufficiente a dare un senso e farle accettare la sua condizione di esclusa. Frattanto Hutton fila un complesso e artefatto rapporto bianco con un’altra complicata degna di lui: Janet Spencer, figlia, anch’essa, di un generale paralitico, giunta al traguardo dei trentacinque anni senza essersi sposata, innamorata di quel vedovo con la moglie viva, e in perpetua attesa di un avvenimento che non si ha il coraggio di nominare e capace di unirla all’uomo che ama.

Una notte, dopo aver dedicata la serata a un’ ochetta diciottenne, Hutton rincasa e trova la moglie morta. Lì per lì, la cosa appare naturalissima: una crisi di cuore più violenta del solito l’ha tolta di mezzo. In realtà, essa è stata avvelenata e, tanto vale che ve lo dica subito, è stata avvelenata da Janet, la quale ha approfittato dell’assenza dell’infermiera per metterle una cucchiaiata di arsenico nella medicina. Ora la via è libera, essa è persuasa di poter sposare Hutton e dedicarsi, assieme a lui, a opere di alta spiritualità benefica ed estetica. Ma i sensi, o il sentimento, o la smemoratezza, o la volubilità, o che altro sia, giocano al vedovo uno strano scherzo. Egli sta assente per due mesi e, quando torna, è già sposato all’ochetta diciottenne la quale, per giunta, aspetta un bambino.

Per Janet è il crollo di tutte le illusioni, non solo, ma anche lo sgomento e l’orrore di aver commesso un delitto inutile. E allora, che cosa pensa, quella fanciulla apparentemente serena e quadrata, dal sorriso stranamente ambiguo? Una parola, una insinuazione, lo zelo della infermiera freudianamente misandrica, e il gioco è fatto. Quella morta appare subito sospetta e più sospetto ancora il marito che s’è risposato dopo appena due mesi. La macchina della giustizia viene messa in azione e Hutton viene accusato di uxoricidio e condannato alla forca. Ma la soddisfazione della vendetta non basta a placare le larve del rimorso che lievitano dall’anima dell’assassina specie quando a suscitarle contribuiscano la gelosia e il non spento amore. Janet ha ucciso il sonno come la signora Macbeth; vive nell’angoscia e nella paura di tradirsi prima dell’ora fatale dell’esecuzione dell’innocente. E di ciò approfitta il medico di famiglia per farla confessare.

Questa molto teatrale impalcatura da “Grand-Guignol” consente, come ho detto, alla commedia, di sostare sui numerosi, complessi, difficili e svagati motivi che interessano l’autore, da quello della responsabilità morale a quello della fatalità del sesso, alle predilette citazioni letterarie e perfino alle disquisizioni estetiche sulla pittura di Modigliani, piegando e costringendo ritmi, figure e atmosfere, tipiche della sua pagina narrativa, alle esigenze del dialogo scenico e, alla resa dei conti, riuscendo a non far troppo sfigurare la commedia nel confronto col romanzo dal quale è stata ricavata.

Allestita con realistica evidenza da Daniele D’Anza, la commedia ha avuto un vivo successo. Diana Torrieri ha realizzato il suo difficile, denso e torbido personaggio con acutissima intelligenza e non comune sensibilità nevrotica e al terzo atto ha raggiunto un tono angoscioso di sorprendente e audace originalità; Tino Carraro ha avviato il suo con baldanzosa facilità portandolo a una dolorosa e sofferta interiorità; la Pinelli semplice e commossa, il Colli pulito e incisivo dicitore, la signora Brignone e il Farese hanno egregiamente contribuito al buon esito. Dei due applausi a scena aperta, della serata, uno lungo, convinto e perentorio è toccato alla signora Torrieri; e l’altro al temporale. Con pioggia vera.

Carlo Terron

Ultima modifica il Mercoledì, 17 Dicembre 2014 11:08
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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