martedì, 05 marzo, 2024
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TEMPEST PROJECT – regia di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne

Ery Nzaramba in "Tempest Project", regia di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne. Foto Marie Clauzade Ery Nzaramba in "Tempest Project", regia di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne. Foto Marie Clauzade

Uno spettacolo nato da una ricerca su La Tempesta di William Shakespeare
Adattamento e messa in scena di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne
Produzione C.I.C.T. – Théâtre des Bouffes du Nord / Centre International de Créations Thèâtrales
Coproduzione Théâtre Gérard Philipe, centre dramatique national de Saint-Denis; Scène nationale Carré-Colonnes Bordeaux Métropole; Le Théâtre de Saint-Quentin-en-Yvelines – Scène Nationale; Le Carreau - Scène Nationale de Forbach et de l’Est mosellan; Teatro Stabile del Veneto; Cercle des partenaires des Bouffes du Nord.
Luci di Philippe Vialatte
Canzoni Harue Momoyama
Con Sylvain Levitte, Paula Luna, Fabio Maniglio, Luca Maniglio, Iared McNeill, Ery Nzaramba
Il testo Tempest Project, adattato da Peter Brook e Marie-Hélène Estienne dalla versione francese di The Tempest di William Shakespeare di Jean-Claude Carrière, è stato pubblicato nel novembre 2020
da Actes Sud-Papiers.
Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone – Sala Petrassi 30 settembre 2023

www.Sipario.it, 11 ottobre 2023

Ancora una volta e per fortuna, il teatro di Brook è incontro di culture e conoscenza, punto di domanda rivolto alla contemporaneità. “Per me Peter è un vero ricercatore. Il suo cognome in inglese significa ‘corso d’acqua’, e lui è così, una sorgente continua di acqua limpida che rimbalza da un luogo all’altro, rendendolo vivo e meraviglioso”. Queste due frasi sono tratte dall’intervista a Jean-Claude Carrière del 2010, in cui lo scrittore francese parla del suo rapporto lavorativo con Peter Brook. 
La Tempesta di Brook e Estienne è una ricerca che perdura negli anni in cui il testo shakespeariano, cassa di risonanza di enigmi universali, porta in superficie una verità che ha senso nel presente perché “nel teatro ogni forma che nasce è mortale; ogni forma deve essere riconcepita, e la sua nuova concezione porterà i segni di tutte le influenze che la circondano” (Brook in The Empty Space, Simon & Schuster). 
L’azione e la storia accadono, senza artifici. La scena è scarna ed essenziale. Sul palco: un tappeto, un vecchio libro, dei tronchi. La semplicità scenografica cede al gesto un alto livello simbolico, i movimenti, precisi e dosati, tracciano linee di significato, come nella promessa d’amore tra Miranda (Paula Luna) e Ferdinando (Sylvain Levitte), in cui i due innamorati si scambiano il cuore tenendosi le mani. Per tenere alta la tensione del cerimoniale, il silenzio tra i momenti narrativi è interrotto dalle canzoni di Harue Momoyama, un cantautore giapponese specializzano nello shamisen, uno strumento a tre corde della famiglia dei liuti utilizzato per accompagnare le rappresentazioni del teatro Kabuki e Bunraku. E il rituale, che intreccia e slaccia le intenzioni di servi e padroni, attraversa lo spettacolo soprattutto attraverso la parola: adattata sì (il valore semantico nella recitazione in lingua francese è preponderante), ma così fedele a quella shakespeariana da passare nelle bocche degli attori come un pattern che si ripete, l’antica formula di un sortilegio, come, volendo citare il regista inglese, “una piccola porzione visibile di una gigantesca formazione invisibile”. Il gesto e la parola, suono e veicolo di senso, sono il vero incantamento, il nucleo mobile che porta avanti la trama e la fa accadere. La magia evocata da Prospero invece (Ery Nzaramba) è il teatro stesso, lo stare sulla scena. Nel monologo finale (non presente nella versione originale della Tempesta di Shakespeare) il re incantatore fa un passo in avanti e le luci di sala si accendono, quasi a voler segnalare che quelle ultime parole sono pronunciate in una terra di confine al di là della quale c’è ancora, nuovamente, la realtà. Realtà, aggiungerei, in cui siamo chiamati a fare delle scelte e ad agire, per amore di quella libertà che tanto amiamo veder rappresentata nella finzione.
Il rimando alla contemporaneità è evidente allo spettatore in due momenti: il primo quando Prospero racconta alla figlia come sono arrivati sull’isola “ci buttarono in fretta su una barca / Trasportandoci qualche miglio al largo…”, il secondo nel finale. Ma quello che nel racconto a Miranda è un sottile riferimento all’interno dello spettacolo, diventa poi monologo frontale, richiesta posta in tutta la sua problematicità. Lo spettatore sceglierà di liberare Prospero o continuerà a tenerlo prigioniero in una zona liminale, ostile e pericolosa? La domanda, nella nostra contemporaneità appunto, resta ancora aperta. Alla fine il rito collettivo si svela e Prospero parla direttamente al pubblico, in una preghiera, che è insieme implorazione e richiesta di perdono: “Quanto a voi (…) che per vostra indulgenza io alla fine sia libero”.

Martina Tiberti 

Ultima modifica il Sabato, 14 Ottobre 2023 10:14

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