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LEV - regia Claudia Sorace

Lev Lev Regia Claudia Sorace

ideazione: Glen Blackhall, Riccardo Fazi, Claudia Sorace, Massimo Troncanetti
regia: Claudia Sorace, drammaturgia e suono: Riccardo Fazi, realizzazione scena: Massimo Troncanetti, vestiti di scena: Fiamma Benvignati
registrazioni canto: Irene Petris, registrazioni pianoforte: Marco Guazzone, foto di scena: Luigi Angelucci, Laura Arlotti
con Glen Blackhall, produzione Muta Imago 2008, coproduzione Ztl-pro/Santasangre – Kollatino Underground; Kilowatt Festival, con il sostegno di Inteatro/Scenari Danza 2.0; Amat; Regione Marche –Assessorato alle Politiche Giovanili e Ministero per le Politiche Giovanili e Attività sportive, in collaborazione con AgoràKajSkenè (Aksè-Crono 2008); Demetra – Produzioni Culturali
Orestiadi di Gibellina 14 Luglio 2011

www.Sipario.it, 26 luglio 2011

Di che sostanza è fatta la memoria... forse di lampi, di rifrazioni, di vapore, di specchi che proiettano ombre, contorni e sagome che svaniscono nell'attimo in cui appaiono. Cosa succede nel cervello umano quando una pallottola distrugge ricordi e identità? Muta Imago, giovane, ma affermata compagnia romana, ci fa entrare dentro la psiche di un uomo, Lev, un soldato che, durante la seconda guerra mondiale, ha ricevuto una pallottola in testa, perdendo coscienza, consapevolezza di sé, memoria e identità.

Attraverso un sapiente ed eccezionale uso di mezzi tecnici (luci, proiezioni, effetti sonori) si narra di questo sfacelo dell'anima e dell'essere, del danno cerebrale che equivale all'annientamento totale, si restituisce la sostanza delle immagini cerebrali quando si formano, impalpabili come fumo, indefinite come segni sulla sabbia, vaghe come un respiro, eteree come pulviscolo. La storia di Lev, è un abbaglio, una distorsione della memoria, una rifrazione mnestica di una traccia di vita che compare e scompare.

Tutto, in questo spettacolo per la regia di Claudia Sorace, emoziona, cattura, sorprende, prende allo stomaco, dà la sensazione asfittica di un cervello senza ricordi, dove il bianco è un'assenza/presenza ingombrante, abnorme, asfissiante. Lo sconcerto, il senso di panico, la claustrofobica e terrificante incombenza del vuoto, un vuoto sordo, un nulla insondabile, una memoria deturpata. L'assenza di ricordi è una sensazione amplificata, così come il frastuono del silenzio, l'asfissia di un vuoto gigantesco.

Lo spettacolo è costruito per sensazioni visive, raccontato con la luce, disegnato con i suoni. Il riaffiorare della memoria è come un riemergere dalla polvere, si strappa all'oblio, che poi è anche la morte, qualche fotogramma di vita. Funi, plexiglass, vetri, specchi, lampade mobili e sabbia, tanta sabbia, pochi dettagli, quasi ganci attaccati ad un passato che risorge evanescente, labile, rarefatto, non catturabile se non in un brevissimo, improvviso, fulmineo istante.

Lev, il bravissimo Glen Blackhall, tutto il tempo cerca disperatamente di dissotterrare dalla polvere immagini, parole, segni, frammenti di vita da ricomporre in unità, pannelli che si alzano, si abbassano, precipitano, rotolano scomposti come il caos emozionale che, come una tempesta, si abbatte nella coscienza.

La memoria è un mistero fatto della stessa materia del nulla, non si può afferrare, fissare, bisogna accontentarsi di quel bagliore intermittente, che a tratti illumina il buio.

Mentre una voce alla radio racconta dell'uomo che conquista lo spazio, un altro lotta per la conquista di se stesso, di un pianeta oscuro e insondabile quale è la propria psiche, perché il futuro può andare anche sulla luna. Ma la conquista ultima e vera dell'uomo è quella della propria interiorità. Questo in ultima analisi sembra dirci questo strabiliante spettacolo, compiuto e maturo, accattivante ma non rassicurante, e sembra dirci che il teatro, se usato con maestria, è una macchina dalla potenza evocativa incredibilmente forte.

Filippa Ilardo

Ultima modifica il Sabato, 21 Settembre 2013 06:17

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