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ANNA KARENINA - regia Luca De Fusco

Galatea Ranzi e Stefano Santospago in "Anna Karenina", regia Luca De Fusco. Foto Antonio Parrinello Galatea Ranzi e Stefano Santospago in "Anna Karenina", regia Luca De Fusco. Foto Antonio Parrinello

di Lev Tolstoj
adattamento di Gianni Garrera e Luca De Fusco
regia Luca De Fusco
con Galatea Ranzi, Stefano Santospago, Giacinto Palmarini, Debora Bernardi, Francesco Biscione, Giovanna Mangiù, Paolo Serra, Mersila Sokoli, Irene Tetto
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
musiche Ran Bagno
luci Gigi Saccomandi
coreografie Alessandra Panzavolta
proiezioni Alessandro Papa
produzione Teatro Stabile di Catania/Teatro Biondo Palermo
Thiene (Vicenza), teatro Comunale, 5, 6, 7 dicembre 2023

www.Sipario.it, 10 dicembre 2023

Di fronte a un capolavoro della letteratura mondiale di sempre, adattato per il teatro in due atti, al termine dello spettacolo quanto meno rimane qualche perplessità. Un senso dubbioso, talvolta, riguardante alcune scelte che, va da sé, vanno comunque rispettate. Anna Karenina è un dramma classico, che affascina molto e che in qualche misura un po’ soffre, se non per tutta la durata dello spettacolo, almeno a tratti. C’è comunque tutto quello che serve: degli ottimi interpreti, una regia misurata, una scenografia importante (per il teatro d’oggi), e molte emozioni che arrivano, oltre a un’ambientazione oscura, sofferta ma che rimane di sicuro di grande presa. Le emozioni che arrivano, puntuali, trattano d’amore nel senso più nobile del termine, e adulterino, di morte, di odio. Tolstoj, uno dei grandissimi della letteratura, ha pubblicato il romanzo realista (1877) forte di un’altissima prosa, anche se fu stroncato, allora, dalla critica del suo Paese. Si rifarà negli anni. Nell’adattamento che Gianni Garrera e Luca De Fusco hanno fatto per il teatro, più di qualcosa viene elargito a favore di una certa modernità che da un lato imprime più stupore e leggenda, dall’altro rende leggermente più tenue la forza prorompente del testo, degli stessi personaggi. L’operazione in sé era comunque difficile, va dato atto dell’aver saputo infondere i messaggi primari dell’autore russo, pur concedendo appunto qualcosa, una visione innovativa che in certi momenti cozza e in altri riesce in quell’intento. Penso alle proiezioni lanciate sul tulle nero che separa la scena dal pubblico che, come nel cinema muto si alternano alla vicenda in scena: filmati che vedono i protagonisti in bianco e nero, o a colori in un ballo, pur sempre catapultati in una specie di cinematografo. La stessa plurinarrazione, su tre livelli, colpisce e stupisce, e a tratti mette soggezione, soprattutto quando gli attori si pongono di fronte al pubblico e per minuti e minuti raccontano, come leggessero (non lo fanno, però) un libro sul leggìo. Con la storia che aleggia, ascoltata, con anche i simbolismi che spariscono sulla scena. La cosa però viene compensata con momenti di teatro decisamente di grande fattura, soprattutto nel secondo tempo, che è meno didascalico, più penetrante. Nella prima parte Galatea Ranzi, Anna, mostra uno spirito fanciullesco, una recitazione bambinesca nella voce, e come gli altri attori corre abbastanza spedita (la riduzione di tante e tante pagine non è certo cosa semplice), il ritmo e la storia sono compressi, anche se fortunatamente si è sempre di fronte a Tolstoj. L’ambientazione è  molto scura, pesante, a rendere il clima del romanzo, le irte passioni non ricambiate, la fine. Nel secondo tempo paradossalmente si varia ritmo e lo spettacolo si segue meglio. Dove finisce l’amore comincia l’odio, si ascolta, con Anna che a un certo punto tutti rifuggono, ostinata e contro le convenzioni borghesi ma fragile, con consapevolezza e dolore. L’amante Vronskij (Giacinto Palmarini), il marito Karenin (Paolo Serra), Levin (Francesco Biscione), insieme all’amato fratello Oblonskij (il convincente Stefano Santospago, leggero e amorevole) sono gli uomini che le stanno vicino, nel bene e nel male. La grande sofferenza incombe, per sempre stavolta. Lo sbuffo del vapore, gran bella scena, struggente rimanda ancora al dolore ineluttabile, dal quale non si esce. Anzi, si sprofonda.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Martedì, 26 Dicembre 2023 13:27

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