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BEATRICE DI TENDA - regia Italo Nunziata

"Beatrice Di Tenda", regia Italo Nunziata. Foto Marcello Orselli "Beatrice Di Tenda", regia Italo Nunziata. Foto Marcello Orselli

Di Vincenzo Bellini 
Maestro concertatore e direttore d’orchestra Riccardo Minasi
Regia Italo Nunziata
Regista collaboratore Danilo Rubeca
Scene Emanuele Sinisi
Costumi Alessio Rosati
Luci Valerio Tiberi
Orchestra, coro e tecnici dell’Opera Carlo Felice
Maestro del coro Claudio Marino Moretti
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
in coproduzione con la Fondazione Teatro La Fenice di Venezia
Personaggi e interpreti
Filippo Maria Visconti Mattia Olivieri
Beatrice di Tenda Angela Meade
Agnese del Maino Carmela Remigio
Orombello Francesco Demuro
Anichino Manuel Pierattelli
Rizzardo del Maino Giuliano Petouchoff
Genova, Teatro Carlo Felice, 17 marzo 2024

www.Sipario.it, 25 marzo 2024

Opera da primadonna, Beatrice di Tenda di Vincenzo Bellini, in scena al Teatro Carlo Felice di Genova, trova in Angela Meade l’interprete ideale. Il soprano americano si conferma così belcantista di vaglia, non solo per la proprietà stilistica di cui è capace, ma soprattutto per la sensibilità dell’interprete, che fa leva anzitutto sulle ragioni del canto. Conosciamo le caratteristiche della sua voce: ampia, omogenea in tutti i registri, screziata di riflessi perlacei nei centri, luminosa in acuto, con una linea sempre sostenuta in modo impeccabile. I recitativi sono ben chiaroscurati, i virtuosismi sono affrontati con una musicalità strumentale, ma sono i cantabili a ipnotizzare il pubblico, poiché vibrano di quella lancinante malinconia che è sostanza della più autentica poetica belliniana. Al suo fianco, una Carmela Remigio (Agnese del Maino) che si conferma una volta di più grande artista, capace di porre la dorata brunitura del suo timbro a servizio di un canto sempre espressivo. 

Mattia Olivieri, una volta tanto nei panni del “cattivo”, tratteggia un Filippo Maria Visconti pienamente convincente per piglio e temperamento. Il timbro è bello, morbido e luminoso, messo a servizio di un fraseggio elegante e altero. La presenza scenica, poi, è notevole. Francesco Demuro è un Orombello che fa leva sulla schietta estroversione di una voce che trova i suoi punti di forza nell’abbandono estatico e giovanilmente ingenuo. La fierezza, il vigore del personaggio, la sua sognante melanconia emergono dalla lettura del tenore sardo, capace anche di un sicuro involo all’acuto. Manuel Pierattelli (Anichino) e Giuliano Petouchoff (Rizzardo Del Maino) completano più che degnamente il cast. 

Varia e teatralmente efficace la direzione di Riccardo Minasi, che inquadra l’opera in una cornice prettamente romantica: il tono corrusco e ferrigno delle atmosfere notturne si accompagna a una grande morbidezza nell’accompagnare il canto, con sonorità sovente piene e rapinose. Di notevole livello la prestazione del coro, così importante in questo capolavoro: merito anche del direttore Claudio Marino Moretti. 

Resta da dire della regia di Italo Nunziata. Che, semplicemente, non c’è. Vero che l’opera ha una drammaturgia debolissima (di fatto, non accade nulla) e Nunziata ne è consapevole: “al loro primo apparire - scrive nelle note di sala -, i protagonisti (…) sembrano portare il peso di un dramma già avvenuto, vivendo in un presente estenuante nella impossibilità di arrivare velocemente alla risoluzione o al cambiamento voluto”. L’esito di questa osservazione è un’opera in forma di concerto, con pochi movimenti delegati al coro (visivamente anche apprezzabile nelle pose che assume, soprattutto nel secondo atto), ma con i cantanti completamente abbandonati a loro stessi. E quindi anche a pose manierate che in alcuni momenti sfiorano il ridicolo. Le scene di Emanuele Sinisi disegnano un susseguirsi di ambienti chiusi alquanto anonimi e anche la volontà (dichiarata da Nunziata) di servirsi della suggestione della poetica del fotografo finlandese Ola Kolehmainen, famoso per la sua capacità di intercettare l’essenza di un soggetto focalizzando su dettagli minimalisti, si risolve in un nulla di fatto. Molto belli i costumi di Alessio Rosati, che collocano la vicenda a fine Ottocento, mentre le luci di Valerio Tiberi non erano sempre ben calibrate.

Fabio Larovere

Ultima modifica il Martedì, 26 Marzo 2024 00:35

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