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CHAPEL/CHAPTER - coreografia Bill T. Jones

Chapel/Chapter Chapel/Chapter Coreografia Bill T. Jones

direzione artistica: Bill T. Jones
con Antonio Brown, Asli Bulbul, Peter Chamberlin, Leah Cox, Maija Garcia, Shayla-Vie Jenkins, LaMichael Leonard, Erick Montes, I-Ling Liu, Paul Matteson, Andrea Smith
Roma Europa Festival 2008
Roma, Auditorium Conciliazione, 4 e 5 dicembre 2008

Il Manifesto, 7 dicembre 2008
La tragedia del mondo è in un passo di danza

La gente entra in teatro e prende posto sulle poltroncine rosse dell'Auditorium Conciliazione di Roma. Chapel/ Chapter , lo spettacolo di Bill T. Jones, in prima nazionale al festival RomaEuropa, è già cominciato tra il brusio del pubblico e le luci di sala ancora accese. In scena le quinte e il fondale sono sostituiti da una tenda rossa che chiude con piccole onde morbide i tre lati del palco dove ci sono altre poltroncine per il pubblico. Al centro i danzatori camminano ad occhi chiusi, giovani servi di scena li fermano se rischiano di uscire dallo spazio predisposto. Appeso sulla tenda del fondale, c'è uno schermo rettangolare per il video. Bill sceglie il registro della narrazione, come accade sempre più frequentemente nei suoi spettacoli. Tre fatti di cronaca, tutti terribili. Una famiglia sterminata, strangolata, soffocata da un killer; una bambina problematica uccisa dal padre; due ragazzini in campeggio, di cui uno morirà in una cascata. Le voci che raccontano hanno un andamento da recitativo, anche il canto si alterna a secchi questionari investigativi sulle tragedie. I danzatori a tratti si identificano con i personaggi dei fatti, ma non sono mai ruoli inamovibili, la danza ha le sue possibilità di trasformazione, le sue oscillazioni tra registri narrativi e astratti e in questo Bill è un maestro. Nella cappella rossa si danza moltissimo. Le coreografie sono l'altra faccia dei tre racconti che procedono abilmente per ripetizioni e intrecci: capiremo le storie solo alla fine. Il montaggio dello spettacolo sembra nascere dalla sceneggiatura cinematografica di un giallo. Storie nelle quali portante è l'apporto creativo dei danzatori di Bill, sempre motivati come la turca Asli Bulbul, l'americana Leah Cox, il fulminante Erick Montes. Tutti insieme costituiscono l'energia che sotto le parole esplode nel pezzo: come se la loro collettività di corpi in movimento ci consegnasse, anche nell'astrazione del segno, quel ribollire sepolto di moti e reazioni che la distanza con cui si racconta tiene a bada. Nella cappella di Bill sembra che si celebri un rito funebre, con il pubblico trasformato nei partecipanti alla triste cerimonia. Ma la cappella è particolare e al posto del Cristo in croce c'è il video con le farfalle che volano e la sedia che fluttua in un cielo tanto finto quanto più ci appare bello e luminoso. È una cappella mediatizzata, come certi spazi per la cremazione che spettacolarizzano in maxischermo l'ultimo viaggio dell'estinto. Nella cappella di Bill però non si piange. Si osserva e si ascolta. La musica eseguita dal vivo dall'ottimo ensemble contemporaneo guidato da Lawrence «Lipbone» Redding sfodera una mistura di vocalizzi, con incursioni nel jazz e in altri generi, mentre in scena il soprano Alicia Hall Moran è il personaggio guida del lavoro. Canta, interroga, dialoga. I danzatori si divertono a scoprire le parole che si stanno mimando, mentre noi ascoltiamo lo spelling come in un gioco infantile. Ma le associazioni da indovinare sono tremende: «la bambina turbata», che rimanda alla protagonista del secondo fatto di cronaca, le frasi «La strada per l'Inferno è lastricata di buone intenzioni», «La strada per il Paradiso non è lastricata»: si esorcizzano le tragedie trasformandole in indovinelli, ma sotto il gioco passa il messaggio. Indimenticabile la mutazione del «Padre nostro» cantato con l'andamento sacro, ma ridotto a brandelli con frasi e parole che si insinuano tra i versi, il «così in cielo così in terra» che diventa «così in cielo, così in camera», mentre i riti, le preghiere si confondono con le tragedie e si sfalda nel ritmo ogni possibile credo. Lo spettacolo ha un timbro per certi versi freddo, chirurgico che rimanda a quella sorta di distanza che la società indossa lasciandosi scivolare via di dosso, una volta esaurito l'impatto mediatico, il peso di tragedie private, ambientali, politiche. E così, ancora una volta, Bill ci mette a confronto con temi chiave del nostro vivere: il rapporto con la cronaca, con la religione, con il potere. Uno spettacolo che non giudica, ma che dà alla danza, alla coreografia un ruolo sociale, creando di nuovo urgenti domande sul nostro tempo.

Francesca Pedroni

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 07:47
La Redazione

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