giovedì, 21 settembre, 2017
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"Rigoletto" al Wiener Staatsoper, regia Pierre Audi

"Rigoletto", regia Pierre Audi. Foto Wiener Staatsoper – Michael Pöhn "Rigoletto", regia Pierre Audi. Foto Wiener Staatsoper – Michael Pöhn

Rigoletto a Vienna: un lusso da non perdere. Soprattutto se in scena ci sia una certezza, Roberto Frontali, nel ruolo del titolo ed una attesa debuttante nel ruolo di Gilda, Aida Garifullina.

Il 13 giugno 2017 Roberto Frontali ha affrontato al Wiener Staatsoper una parte che è solita essere affidata a voci più scure o che tali cercano di apparire. Con la semplicità e la naturalezza che lo contraddistinguono in scena come nella vita, il celebre baritono ha affrontato il ruolo verdiano senza alterare in nulla la propria vocalità piuttosto chiara per natura, ma dotata di quell'asprezza necessaria che l'interprete sa modulare con comprovata abilità ed esperienza, utilizzando il proprio apparato fonatorio con finezza di mezzi e di stile. Anzi, lì dove i baritoni scuri non arrivano, il Frontali si è spinto, nella zona acuta, con abile capacità.

Ne è venuto fuori un Rigoletto da manuale, nel fraseggio, nell'espressione, nella recitazione. Raffinatissimo interprete, il baritono romano, che vanta una carriera internazionale più che decennale, ha dato vita ad un'infinita gamma d'espressioni vocali ed attoriali, che hanno delineato un personaggio di grande credibilità scenica e dalla sottigliezza d'immedesimazione ammirevole.

Il debutto di Aida Garifullina-Gilda, nonostante avesse al fianco una colonna come Frontali, è stato invece un tantino problematico. Il soprano è una ragazza bellissima, potenzialmente ha classe per porgersi in scena e sa indossare con stile i costumi. Però vocalmente deve ancora mettere a punto il personaggio, innanzitutto nella precisione della pronuncia e nel fraseggio che appartengono all'eroina verdiana con cui si è cimentata. La sua voce è adatta al ruolo, ma manca di appoggio e spinta nei sovracuti e di precisione nelle agilità, nonostante gli abbellimenti siano stati di gusto e ben eseguiti, ed il problema è dovuto probabilmente ad una questione di appoggio da risolvere.

La Garifullina potrà essere una bella Gilda, si spera già nel maggio 2018 quando riprenderà la parte a Vienna, a patto che, essendo già riuscita a bamboleggiare meno di quanto facesse come Juliette, vista e recensita nel febbraio scorso sempre al Wiener Staatsoper, riesca a scavare nel personaggio anche vocalmente, donando alla figlia di Rigoletto le sfumature interpretative che è necessario accostare a quelle puramente vocali, le quali potrebbero esserci tutte, purché riviste e curate.

Insomma, una Gilda in divenire, a cui il grande Frontali, soprattutto nel duetto del secondo atto, ha lasciato spazio ammirevole, sostenendola con autorevolezza e professionismo, insieme al Direttore Goetzel dal golfo mistico.

Sinergia ed alchimia si sono create anche tra lei e Yosep Kang, nella parte del duca di Mantova, pur non possedendo il tenore una voce particolarmente potente né di grande proiezione. E' una caratteristica, questa, che si riscontra spesso negli interpreti orientali, probabilmente dovuta non solo alla conformazione dei risuonatori facciali, ma anche alla scuola di provenienza. Il Kang, però, ha una bella voce limpida e dotata di sovracuti; non ha per fortuna il caratteristico "belato" di alcuni suoi colleghi "leggeri" e questo gli ha consentito di affrontare la parte con una certa sicurezza di emissione. Elegante il fraseggio, buona la dizione, adeguata la presenza scenica. Il pubblico ha gradito.

Il Monterone di Sorin Coliban, a cui la regia ha fatto fare una inaspettata brutta fine, infilzato contro un muro al quarto atto, non ha espresso particolari doti vocali, soprattutto nella zona acuta, in cui la celebre maledizione non ha suonato stentorea come avrebbbe dovuto.

Altrettanto poco pregnante, ma questa volta nei gravi profondi, lo Sparafucile di Alessandro Guerzoni, dall'aria anche un po' troppo nobile.

Avvenente e frivola quanto basta la Maddalena di Margarita Gritskova, decisamente tendente alla danza, ma dalla quale ci si sarebbe aspettati una maggiore proiezione ed un volume più robusto, soprattutto nello splendido concertato del 4° atto, in cui, a onor del vero, la voce della Garifullina spiccava a meraviglia.

Corretti gli altri interpreti; ma una nota di lode particolare va al Coro del Wiener Staatsoper, diretto da Thomas Lang. Splendida prova, con una coesione di grande eleganza, una dizione perfetta, uno stile tutto da ascoltare.

Su tutti la bacchetta brillante del suddetto M° Sascha Goetzel ha fatto faville italiane, sia pure a momenti mancando di qualche affondo e di qualche dinamica emozionale. Ma, con quell'orchestra meravigliosa dei Wiener il Maestro ha fatto di questo Rigoletto una prova superba, esaltata dai virtuosismi degli archi e dei fiati, fra cui gli splendidi legni viennesi la facevano da padroni.

La produzione intimistica di comprovato utilizzo sul palcoscenico viennese, diretta dalla regia di Pierre Audi, è stata comunque gradevole, pur considerando come il fulgore della Corte di Mantova sia stato trasformato in un fondo d'anima arida e di vita "fatta a scale".

E proprio nell'utilizzo delle scale e degli ascensori, nelle scene girevoli di Christof Hetzer che firmava anche i costumi, illuminate da Bernd Purkrabek, sta il punto debole di questa produzione: l'Audi non ha tenuto conto che l'eccessivo sali e scendi degli interpreti nuoce alla coerenza ed alla coesione acustica dell'insieme. Troppo in alto, troppo in basso, poi a centro scala a metà delle arie: le voci si sgranano e si disperdono, risultando ineguali e penalizzate: quelle di tutti. Di ciò troppo spesso i registi non tengono conto e questo è successo anche a Vienna in questo Rigoletto.

Ma l'insieme è stato comunque di altissimo livello e gli applausi a scena aperta e quelli finali, nonostante qualche dissenso per la Garifullina, hanno decretato il gradimento del pubblico viennese.

Natalia Di Bartolo

Ultima modifica il Martedì, 20 Giugno 2017 20:17

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