lunedì, 12 novembre, 2018
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Sabato, 10 Febbraio 2018
Pubblicato in Interviste

Rosario Guerra nasce a Napoli e riceve la sua formazione in danza classica e contemporanea presso la "Scuola Spazio Danza" diretta da Annalisa Cernese dove in quegli anni viene selezionato come "Young Talent" per una creazione di Antonio Colandrea "Sorriso Verace". All'età di sedici anni riceve una borsa di studio dalla "Scuola del Balletto di Toscana" di Firenze diretto da Cristina Bozzolini dove quasi subito ne diviene membro al "Junior Balletto di Toscana" ballando nelle coreografie di Arianna Benedetti, Mauro Bigonzetti, Michele Merola, Fabrizio Monteverde, Cristina Rizzo ed Eugenio Scigliano. Tra il 2009 e il 2010 è solista al "Balletto Teatro di Torino" diretto da Loredana Furno. Dopo essere entrato a far parte della compagnia "Gauthier Dance", Rosario si esibisce nelle coreografie di Eric Gauthier, Alejandro Cerrudo, Jiří Kylián, Paul Lightfoot e Sol León, Christian Spuck, Jirí Bubenícek, Itzik Galili, Marco Goecke e Cayetano Soto. Nel 2011 viene premiato da Danza&Danza come miglior danzatore italiano all'estero e in seguito viene nominato uno dei migliori ballerini della stagione 2012/2013 dalla rivista inglese "Dance for you Magazine". Nel 2016 "Jahrbuch Tanz" lo nomina come Danzatore maschile dell'anno e in contemporanea anche la rivista tedesca "Tanz" lo proclama nuovo arrivo del mese di novembre 2016. "Dance for you Magazine" lo nomina come miglior giovane ballerino dell'anno e due volte come miglior ballerino maschile dell'anno come Principal Dancer. Danza&Danza gli assegna, ancora una volta, il Premio come miglior interprete dell'anno 2016 e "Tanz" lo nomina ballerino dell'anno 2017.

Carissimo Rosario, quando hai inteso che la tua vena artistica sarebbe stata orientata verso la disciplina coreutica? Perché hai cominciato a ballare e com'è nata la tua passione per la danza?
Sin da piccolo ricordo che era un continuo muovermi, ogni qual volta sentivo musica e canzoni cominciavo a fare dei movimenti così strani che rendevano mio padre molto fiero, infatti fu proprio lui a propormi di entrare in una scuola di danza, esattamaente come mia sorella. L'idea di far parte di questo mondo, mi emozionava ma allo stesso tempo mi intimoriva al pensiero dei saggi di fine anno! Ricordo con estrema chiarezza di come la fantasia prendeva il sopravvento sui miei pensieri, che solo a guardarli danzare su quel palcoscenico mi dava la sensazione che li inghiottisse, quindi, cominciai a chiedermi cosa accadesse lì dietro, poco prima di entrare o uscire di scena, cosa c'era che mi attirava così tanto? In seguito capii che era semplicemente il lavoro di un anno intero: le ansie, le emozioni e quindi paura e timore andarono via e ci provai... dal momento in cui misi piede in sala non ne uscii più. Mi innamorai completamente di quest'arte, non ero mai sazio, ero così piccolo e avevo già tanta fame di imparare e mettermi in discussione. E dal quel giorno la sala prove e il palcoscenico sono diventati la mia casa.

Con l'arrivo alla Scuola del Balletto di Toscana e subito dopo al "Junior Balletto di Toscana" hai raggiunto il primo grande traguardo da dove poi hai iniziato una carriera in ascesa. Come hai vissuto l'entrata, prima in scuola, e poi in compagnia e quali sono state le emozioni ma anche le difficoltà?
Con l'entrata al "Balletto di Toscana" mi si è aperto un altro mondo, quindi un mio primo passo verso un futuro incerto. Avevo solo sedici anni quando lasciai Napoli e la mia famiglia, e questa fu una delle prime difficoltà. Persi papà all'età di quattordici anni e dopo due anni di tristezza e mancanza, quando mi trasferii a Firenze, capii che dovevo assolutamente abbandonare la mia "routine" e buttarmi in un qualcosa di più grande per poter ricominciare a vivere. Non conoscevo nessuno, mi trovai catapultato da un giorno all'altro in una nuova città, nuova scuola e nuovi compagni di studio e furono proprio loro a rendere questo "viaggio" indimenticabile. Subito feci amicizia ma ciò non distolse dalla mia mente il tanto lavoro che c'era da fare sul mio corpo. Mi inserirono nei corsi dei più piccoli per recuperare le lacune mancanti. Iniziavo la mattina presto e finivo la sera ed era un continuo stare in sala e lavorare sodo perché mi dicevano che ero già "grande". Ricordo che ero il meno dotato fisicamente tra tutti ma al parere degli insegnanti colui che aveva più testa. La mia dedizione e il lavoro duro mi hanno accompagnato per l'intero anno, vedevo mia madre fare di tutto per mantenermi a Firenze, purtroppo la situazione economica non era delle migliori, quindi, dovevo farcela! Poi arrivò l'entrata nella Junior e con questa bella notizia capii che il percorso intrapreso un anno prima era quello giusto e, dopo tutto il lavoro fatto, vidi quel filino di speranza: "diventare un danzatore"! Quindi non mi fermai, continuai a lavorare duro per imparare tutto ciò che potevo ma senza mai dimenticare la mia provenienza. Lavorare nella Junior era come essere entrati in una vera e propria compagnia, avevamo per ogni ruolo o balletto almeno tre cast. Oltre agli stili diversi si facevano innumerevoli spettacoli mentre con la scuola ne facevi uno, al massimo due l'anno. La Junior mi ha permesso di viaggiare in tutta Italia e, per di più, in teatri meravigliosi. Con questi cominciai ad ottenere una certa esperienza di palcoscenico, che tra l'altro mi è servito poi a trovare lavoro perché le compagnie attualmente richiedono tutto ciò. Insomma cosa dire, sono stati i miei tre anni di vita più belli, e non posso affermare altro che "grazie" a chi li ha resi speciali e ha fortemente creduto in me.

A tuo avviso quali sono le maggiori problematiche che incontra un danzatore a differenza di una ballerina?
Per me è storia vecchia ed è assurdo che ancora si parli di differenze tra i danzatori, tutti siamo esposti alle stesse difficoltà. Non è più come una volta quando l'uomo veniva privilegiato perché era in minoranza. La danza è diventata anche degli uomini, come dice la grande Cristina Bozzolini, non sono più di numero tanto inferiore anzi qui si parla di parità o maggioranza. Ci saranno sempre periodi più difficili di altri ma sicuramente non dipende dal sesso.

Come è stata in assoluto la tua prima esperienza artistica?
Mi trovavo a Torino con Matteo Levaggi e si stava creando "Frames", una delle prime creazioni che danzai al "Balletto Teatro di Torino". Ricordo che si stava lavorando su un mio solo e lì vidi per la prima volta come il coreografo trasmetteva le proprie idee su di me, il modo di mostrarmi i movimenti e l'enfasi che usava per darmi l'esatta sensazione, e fu proprio in quel momento che venni sopraffatto da un'energia positiva e piena di ispirazione. Quel giorno sarà indimenticabile... lì sì che c'era arte da vendere.

Tu sei uno dei fortunati ballerini italiani che fa parte di una compagnia straniera, una scelta o un caso?
Ascoltavo sempre cose belle dall'estero, i miei amici mi raccontavano delle loro esperienze e di come era la vita fuori dall'Italia, quindi la voglia di mettermi in discussione salì a tal punto da provarci. Quando presi questa decisione sapevo che non sarebbe stato semplice lasciare il mio paese e la mia lingua, le nostre prime comodità insomma, ma dovevo farlo perché c'era in me una fame così alta di imparare e provare nuove cose che se fossi rimasto in Italia non avrei mai conosciuto.

Quale formazione di repertorio hai avuto?
La mia formazione è stata principalmente classica ma notavo che mancava qualcosa - le doti fisiche - quindi mi affacciai sul contemporaneo e lì trovai la mia vera ispirazione, ma nonostante ciò non ho mai abbandonato il classico e mai lo rinnegherò.

Che rapporto hai avuto con Cristina Bozzolini?
Devo condensare i miei pensieri altrimenti ci vorrebbero tante pagine per raccontare il rapporto che ho con Cristina. Abbiamo sempre avuto un'ottima sintonia. Una donna così forte e generosa dopo la mia maestra di Napoli, non mi è mai capitato di incontrare. Cristina mi ha insegnato parecchio e mi ha ispirato costantemente, abbiamo sempre parlato con una netta franchezza e mi ha sempre detto le cose come stavano. L'ho incontrata recentemente a Torino e posso confermare che nulla è cambiato. Ho un'infinita stima e un altissimo rispetto per Cristina. Una donna che ha fatto tanto per la danza italiana. Non ha nulla da nascondere ed è semplicemente pura e cristallina. È per me un onore averla conosciuta. Persone come lei ne sono rimaste poche o forse quasi niente. Cristina è insostituibile!

Poi, dopo una lunga collaborazione con il Balletto di Toscana, ti sei trasferito in qualità di Solista al Balletto Teatro di Torino diretto dalla Furno. Come mai questa esigenza di cambio e che esperienza è stata nel complesso?
La prima esigenza era quella di cominciare a lavorare, quindi, facendo la mia primissima audizione, dopo gli anni trascorsi nella "Junior Balletto di Toscana", mi presero al "Balletto Teatro di Torino". Un'esperienza a dir poco indimenticabile. Ho trascorso i primi mesi incantato dallo stile di Matteo Levaggi, un lavoro per me molto difficile. Poi è arrivata New York altrettanto indimenticabile, un gruppo di danzatori meravigliosi e ancora oggi grandi amici. Non escludo alti e bassi trascorsi nella compagnia che mi hanno aiutato a crescere come persona e ho cominciato a capire cosa realmente volessi fare ed è per questo che ho deciso di lasciare, completamente d'accordo con Matteo, la compagnia di Torino.

Continuando la tua carriera, in seguito, sei giunto a far parte della "Gauthier Dance", un fiore all'occhiello tra le compagnie di danza tedesche. Chi ti ha proposto questa scelta?
Mi fu detto da un mio carissimo amico. Non sapevo nulla dell'esistenza della compagnia, mi buttai pur non conoscendo a cosa stessi andando incontro. Dopo ben tre volte che mi feci "vedere", Eric mi diede un contratto e da lì ebbe inizio la mia storia con la "Gauthier Dance".

È stato difficile ambientarti all'inizio?
Gli inizi non sono mai stati semplici ma in questo caso c'era un qualcosa di diverso, un qualcosa che lo rendeva magico. Forse era l'atmosfera che trovai in sala, il posto, i colleghi ma so per certo che ne rimasi folgorato. L'unico problema era la mancanza di comunicazione diretta per via della lingua, fu sicuramente una grande sfida ma già nella prima settimana di lavoro Eric mi diede fiducia facendo sì che nei tre mesi successivi danzassi l'intero repertorio. Direi che la lingua e le temperature sono state i soli colpi bassi.

Hai danzato creazioni di alcuni tra i più grandi coreografi tra cui Gauthier, Kylián, Spuck, Bubenícek, Galili e tanti altri... Da ognuno di loro ne avrai tratto sicuramente un nutrimento per la tua arte?
Ecco una delle cose più belle nel poter lavorare con tanti coreografi diversi per stile e personalità è sicuramente l'umiltà con la quale si approcciano i danzatori. Lavorare con ognuno di loro mi ha aiutato a crescere ma soprattutto ad esprimermi. Un'ispirazione continua, ed è fantastico vedere questi autorevoli nomi che ti aiutano a tirare fuori la tua artisticità mediante la loro grandezza... senza un minimo di soggezione!

Che cosa rappresenta, in senso lato, la danza intesa come arte e come mezzo di comunicazione ma anche veicolo culturale?
La danza è uno dei mezzi di comunicazione più forti, un'arte che ti permette di parlare attraverso i tuoi sentimenti, movimenti, sguardi e corpo. È un'arte potente ma allo stesso tempo delicata, un'arte così intensa che non puoi non sentirla mentre la esegui e chi ti vede non può non sentire ciò che provi. La danza ti regala potere ed eleganza, fa bene e unisce anima e corpo.

Veniamo a "Nijinsky". Com'è strutturato lo spettacolo e perché ha avuto grande eco e straordinario successo?
È un misto tra la semplicità e specialità di Marco e la vita ingarbugliata e confusa di Vaslav... due aspetti che non possono sfuggire allo spettatore. È un balletto ben strutturato e cronologicamente segue la storia del danzatore che ha stravolto la danza nel mondo. Quindi, mettere in scena la vita di Vaslav crea interesse, soprattutto, coreografato da un genio come Marco con la sua firma impeccabile nel movimento e nel singolare modo di esprimersi. Penso sia stato questo incastro a dare enorme successo alla creazione "Nijinsky".

È stato emozionante sostenere il ruolo da protagonista? Come ti sei accostato e preparato all'interpretazione?
Interpretare Vaslav mi ha fatto crescere artisticamente e personalmente, sono stati tre mesi di creazione intensi, sono cambiato e continuo a cambiare tutt'oggi. Dal momento in cui Marco mi ha detto che sarei stato io ad essere il suo Nijinsky oltre all'emozione mi sono anche accorto che sarebbe stato un lungo e bellissimo "viaggio". Ricordo che volevo essere aperto alle sue idee e visioni, quindi evitai di guardare film oppure video e tanto meno leggere cose riguardanti Nijinsky. Mi volevo sentire libero senza nessun intoppo. Volevo dedicarmi e abbandonarmi completamente a Goecke, volevo conoscere la sua visione di Nijinsky e come lo voleva interpretare, ma prima di tutto, cosa voleva trarre in evidenza da questo personaggio, e lì cominciò la mia preparazione. Marco Goecke di solito non usa espressività ma in questo caso mi ha dato tanta libertà. L'ho interpretato a modo mio in base a ciò che provavo durante le prove. Ha avuto e ha un forte impatto sul mio corpo e sulla mia persona, dopo ogni spettacolo mi sento nudo, do tutto me stesso e vivo contemporaneamente tre vite: quella di Vaslav, quella di Marco e la mia!

Quali sfumature hai colto, portando ripetutamente in scena il ruolo parabola sulla vita di Vaslav Nijinsky?
Ogni spettacolo per me è fatto di sensazioni diverse e dipende comunque anche dal mio stato d'animo. Ogni scena che danzo di questo balletto mi ricollega al mio passato ed è per me nascere, vivere e morire in un solo balletto, ho capito che con il passar del tempo ogni serata cambia perché lo devi vivere, amare, interiorizzare nella sua solitudine, impazzire e poi morire. È stata la vita di un ballerino che non è poi così diversa dalla nostra. Ho conosciuto un altro me stesso grazie a questa meravigliosa esperienza.

Lavorare con Marco Goecke come e quanto ti ha arricchito, qual è il suo genio creativo e coreografico che lo differenzia da tanti altri?
La prima cosa che noti di Marco Goecke è il rispetto e la fiducia che nutre nei confronti del danzatore ed è questo ciò che lo rende un genio. Marco riesce a vederti dentro e da lì tira fuori ciò che al suo occhio manca, lui vuole che tu diventi l'immagine che ha di te nella sua testa. Te la mostra ma sei tu, danzatore, che devi crearla e portarla a termine. Non mi annoierò mai di Marco, lui è la nuova danza e per ogni cosa che farà sarà sempre diverso, stessa firma coreografica, stesso stampo di luci, ma Marco rimarrà Marco e sarà insostituibile. Lavorare con lui è una continua crescita sia personale che artistica, ti ispira, ti arricchisse così tanto che ti senti di aver toccato il cielo. Sono state tante le volte che la notte non dormivo perché volevo lavorare, continuando a sfamare la mia vena artistica. Marco è arte pura. Marco è poesia in movimento.

Per il ruolo di Nijinsky hai ricevuto prestigiosi premi, menzioni ed ottime critiche. Cos'hanno rappresentato questi attestati di stima?
Premi e menzioni molto inaspettati, che mi hanno reso felice. Ho ancora tanto da crescere e imparare... in questo mondo non si smette mai. Gli attestati di stima ricevuti hanno un grande significato ma non hanno assolutamente cambiato la mia visione, sarò sempre il meno dotato fisicamente, umile ragazzo che non dimenticherà la sua provenienza. In realtà ne approfitto per ringraziare tutti coloro che hanno creduto in me e mi hanno aiutato sin dagli inizi, in particolare mio padre che spero possa essere fiero di suo figlio!

Come ti trovi a vivere in Germania?
In un paese come la Germania è raro viverci male ed è pur vero che le temperature sono molto più basse e che per la maggior parte delle giornate il cielo è grigio rispetto alla mia città di provenienza ovvero Napoli ma ha tanto da dare. Qui ho trovato un rispetto per l'arte che, nella mia umile carriera, non mi è mai capitato di vedere. Altruismo, lavoro, serietà sono racchiusi tutti in questo paese e non solo. Il pubblico ha una voglia e forza tale di vedere la nostra arte e capirla in tutte le sue sfaccettature che ti sovrasta. Ciò ti gratifica sentendoti supportato e apprezzato. Quindi, direi che ho trovato degli splendidi tesori!

Sei nato a Napoli, vivi a Stoccarda! Raccontami queste due città?
Solo poche e semplici parole per definire queste due città e le loro differenze. Stoccarda: pioggia, foreste nere, macchine, freddo, fegato, birra, autobus in orario. Napoli: sole, mare, calore della gente, cuore, sorrisi, colori, autobus che non passa mai... ma la amo così com'è!

Secondo la divina Carla Fracci "La danza è una carriera misteriosa, che rappresenta un mondo imprevedibile ed imprendibile. Le qualità necessarie sono tante. Non basta soltanto il talento, è necessario affiancare alla grande vocazione, la tenacia, la determinazione, la disciplina, la costanza". Ti ritrovi in queste qualità e cosa aggiungeresti per tua singola esperienza?
Assolutamente sì, hai bisogno di queste qualità per poter intraprendere questa disciplina. Per me la "danza" è paragonabile ad una strada dove conosci l'inizio ma mai la fine... ogni tua decisione si ripercuoterà nella carriera ed è questo che rende quest'arte così speciale! L'unica certezza è quella di voler "danzare". All'affermazione della Signora Fracci non aggiungerei nulla se non la speranza di più maestri con il suo pensiero. La mia umile esperienza mi ha fatto notare che manca l'artisticità ed il sentimento. Sempre più vedo che la danza sta diventando solo movimento, con esecutori ma non più danzatori in grado di esprimere l'essenza coreutica. A mio avviso le tre qualità fondamentali per essere dei veri professionisti sono "arte, rispetto, qualità".

Rosario, fino ad ora, che cosa ti ha insegnato la danza classica e come ha influito sulla tua vita?
La danza classica è stato il mio inizio ed è ammirevole come sin da piccolo mi ha insegnato così tanto ma ho capito poi con il passare del tempo che mi è stata insegnata in tutto il suo splendore e in tutto il suo essere. La parola danza è semplice da dire ma nasconde un grandissimo valore e potere. La danza ti da vita, ti tira su quando ne hai più bisogno e quando meno te lo aspetti ti butta giù per farti comprendere che c'è qualcosa di sbagliato. Ero piccolo quando ho iniziato a danzare e sento ancora oggi il sapore delle mie prime lezioni. La danza non mente, ti da ciò che meriti e non deve esistere corruzione ma solo meritocrazia perché quest'arte non la puoi comandare ma solo vivere in tutta la sua magia.

Parlando bene appunto della danza classica si pone l'accento spesso sui sacrifici, le difficoltà, il dolore, etc... Immagino però che tante sono le soddisfazioni nel ritrovarsi a far parte di un mondo cosi magico?
Sì, spesso si pone l'accento sui sacrifici ma in realtà lo metterei più sull'impegno e il lavoro. Non ho mai pensato di sacrificarmi, anzi ho inseguito il mio sogno ed eccomi qua! Ho fatto tanta strada e ancora ce ne sarà da fare perché non si smette mai di imparare! Molti mi parlano dei propri sacrifici fatti... il mio è stato solo quello di lasciare Napoli per realizzare la mia vocazione e con l'impegno, la costanza e il lavoro sono andato avanti e tutt'ora continuo così. Far parte di questo mondo è un qualcosa di inspiegabile, entri praticamente in un'altra dimensione.

Mentre la danza contemporanea come ti senti di dipingerla dal tuo osservatorio?
Il contemporaneo per me ti aiuta ad esprimerti in modo completamente diverso da ciò con il quale sei cresciuto. È una disciplina in continua evoluzione con così numerosi stili diversi i quali ti permettono di conoscere al meglio il tuo corpo ed averne pieno controllo!

Qual è la particolarità, oggi, nello scegliere come professione la danza rispetto ad altre arti?
Questa disciplina ha una capacità di unire cervello, corpo e anima e non è da sottovalutare perché è un continuo imparare, ti riempie a tal punto da farti star bene con te stesso e con gli altri, quindi, per me la "danza" è un completamento della persona.

Michele Olivieri

Mercoledì, 07 Febbraio 2018
Pubblicato in Interviste

Domenico Luciano nato a Napoli, diplomato alla Scuola di ballo del Teatro di San Carlo di Napoli nel 1999. Nello stesso anno, è invitato a far parte della "Deutsche Oper am Rhein" a Düsseldorf, Germania. Dopo aver ballato con diverse Compagnie in Europa, tra cui "Europadance" in Francia, "Maggio Danza" a Firenze, "Teatro dell'Opera" a Roma e "Teatro San Carlo" a Napoli, nel 2004 Luciano entra a far parte del "Tulsa Ballet" negli Stati Uniti, come Demi-Solista. Nel 2005 si unisce alla "Dominic Walsh Dance Theater" di Houston come Primo Ballerino. Il suo repertorio comprende molti ruoli classici, tra cui Romeo, Paride e Benvolio nelle versioni di Sir Kenneth MacMillan, John Cranko e Amedeo Amodio. Solor ne "La Bayadere", il Principe ne "Lo Schiaccianoci" e Albrecht in "Giselle", produzioni firmate da Derek Dean; "In the Night" di Jerome Robbins; Onegin in "Onegin" di John Cranko; "Ma Pavlova" di Roland Petit, Don Jose nella "Carmen" con il "Balletto Nazionale Cinese". Luciano eccelle anche nel suo repertorio contemporaneo, che comprende "La Valse" di George Balanchine; "Jardi Tancat" e "Without Words" di Nacho Duato; Orfeo in "Orfeo e Eurydice" di Carole Armitage. Con "Dominic Walsh Dance Theatre" ha eseguito "Pas de Dans" di Matz Ek, "Double You" e 27'52" di Jirí Kylián e il ruolo del Cigno Bianco nel pas de deux dal "Swan Lake" di Matthew Bourne, "Le Specter de la Rose", Principe Desiré ne "La Bella Addormentata", Tybalt in "Romeo & Giulietta", "L'Uccello di Fuoco" con Marie-Agnès Gillot (Etoile dell'Opéra di Parigi). In qualità di Ospite Internazionale, Luciano ha ballato in produzioni con il "Tulsa Ballet", "Ballet Quad City", "Sarasota Ballet Florida", "Atlanta Ballet", "Grand Rapids Ballet", "Balletto Nazionale Cinese", "The New National Theatre" di Tokyo e "Okaland Ballet". Luciano è inoltre invitato a vari festival nazionali ed internazionali. Nel 2003 ha ricevuto il premio "Leonide Massine" a Positano, Italia come "Best Dancer". Nell'ottobre 2008, Houston Press ha nominato Luciano come "Best Dancer". Inoltre è stato nominato in "Pointe Magazine" "Standouts: Le nostre 12 performance preferite del 2009". Nel 2010 ha ricevuto il "Premio Giovani Talenti" a Danzainfiera, Firenze. Nel 2013 entra a far parte del "Colorado Ballet" come Solista e nel 2014 viene promosso Primo Ballerino. Con "Colorado Ballet" partecipa alle produzioni del "Lago dei Cigni", "Cenerentola", "Petite Mort" di Jirí Kylián, "Serenade" e "Concerto Barocco" di George Balanchine, "Dracula" di Michael Pink e "Sogno di una notte di mezza estate" di Christopher Wheeldon.

Gentile Domenico, chi o che cosa è stato a farti decidere di scegliere la via della danza?
La mia prima esperienza con la danza è avvenuta attraverso mia sorella Rita, lei aveva solo cinque anni quando ha iniziato. Sono più grande di lei di due anni ma ho iniziato a studiare quest'arte a tredici anni. Ho impiegato un po' di tempo per esprimere questo mio desiderio. Non avevo mai visto un ballerino anche perché nella scuola c'erano solo ragazze.

Mi racconti il tuo periodo trascorso al San Carlo di Napoli?
Dopo aver studiato solo per sei mesi con Maria Rosaria Vitolo, l'insegnante di mia sorella, mi ha detto che avevo un grande potenziale ma lei nella piccola scuola purtroppo non poteva offrirmi una preparazione completa. Così mi ha suggerito di sostenere l'audizione per la Scuola di Ballo del Teatro San Carlo. Sono stato ammesso al terzo corso, con l'obbligo di frequentare quando potevo le lezioni del secondo e quarto al fine di recuperare in fretta gli anni persi in precedenza, avendo iniziato in tarda età lo studio. Il percorso alla Scuola di Ballo è stato un sogno meraviglioso che diventava realtà. Ho lavorato sodo, già a quattordici anni ero abbastanza alto e flessibile. Non avendo alle spalle i primi anni di formazione come base, ho sempre sentito il bisogno di dover recuperare, e per questo sono rimasto costantemente concentrato e diligente.

Mentre con la direttrice e già étoile scaligera, Anna Razzi?
La Sig.ra Razzi è una delle persone che faranno parte di me fino alla fine della mia carriera ed oltre. Mi ha riconosciuto tanto potenziale e mi ha sempre spinto a lavorare sodo, rispettandomi ed incoraggiandomi. Sono l'uomo e l'artista che sono oggi anche grazie a lei, la sua è stata un'influenza davvero importante e decisiva. Tante lezioni di vita, disciplina e stile oltre che tecnica!

Il ricordo più bello del giorno del Diploma?
Il ricordo più bello del giorno del diploma è stato alla fine dello spettacolo, esattamente un anno prima avevo lesionato il legamento al ginocchio. Dopo l'intervento chirurgico per la ricostruzione, sono stato in riabilitazione per sei mesi, poi finalmente di nuovo alla sbarra, non è stato facile, ma sei mesi dopo sono riuscito a danzare per il diploma, Solor in "La Bayadère". Una grande emozione, e una forte consapevolezza della mia passione e determinazione.

Hai attraversato il mondo della danza con varie esperienze. Dove trovi l'energia e l'equilibrio per intraprendere sempre nuovi progetti e cambiamenti?
Col passare del tempo, crescendo, viaggiando nel mondo e conoscendo tante persone provenienti da culture diverse, ho realizzato che la vita di un artista è sempre in bilico, in cerca di nuove ispirazioni, nuove idee, nuovi obiettivi e ostacoli da superare. Solo così c'è una crescita, uno sviluppo, e una evoluzione. Un artista è "condannato" alla perenne ricerca. Ho accettato molto presto questa condanna tanto da adorare infinitamente tale percorso!

Qual è stato il momento, fino ad oggi, nella tua carriera che non potrai mai scordare?
Sono tanti i momenti nella mia carriera che non dimenticherò mai. Mi ritengo fortunatissimo ed eternamente grato per aver scoperto questa immensa passione, e per aver avuto così tante opportunità. Dalle compagnie con cui ho lavorato, ai ruoli che ho ballato, alle fantastiche danzatrici con cui ho condiviso la scena... forse uno dei momenti più indimenticabili è stato la nomina a Primo Ballerino presso il "Colorado Ballet" che è avvenuta in scena al termine di uno spettacolo.

Come gestisci l'ansia pochi attimi prima di entrare in scena?
L'ansia mi prende davvero solo pochi attimi prima di entrare in scena. Ho imparato col tempo che la preparazione in sala per me è molto importante. Quando mi sento pronto, dopo un buon periodo di prove, non avverto eccessiva ansia. Ho fiducia nel lavoro svolto in sala e questo mi dona sicurezza.

Com'è stato il tuo primo giorno alla sbarra?
Il primo giorno alla sbarra è stato uno dei momenti più belli, intensi e felici della mia vita. Ero finalmente nel mio elemento naturale!

Tra tutti i tuoi maestri a chi va la tua più sincera gratitudine?
Impossibile rispondere a questa domanda. Sono tanti in maestri, direttori, coreografi che mi hanno formato e contribuito durante la mia crescita.

Quanto è cambiata l'arte della danza, specialmente quella classica accademica negli ultimi anni e qual è il senso dell'arte coreutica come valore aggiunto per la società odierna?
La bellezza dell'arte della danza è la tradizione che viene protetta e tramandata da centinaia di anni. Certo c'è un'evoluzione, una trasformazione, che si adatta a nuovi talenti, nuovi fisici e a un nuovo pubblico. Ma di base, il rigore e la precisione della tecnica sono tra le cose più fondamentali, a mio avviso. Grazie alla televisione, la danza è entrata a far parte della conversazione quotidiana, anche in ambiti dove precedentemente non se ne conosceva nemmeno l'esistenza. L'arte della danza è pregiata, richiede un gusto particolare, ma come ben sappiamo, a non tutti piace il caviale.

Quali ricordi conservi alla "Deutsche Oper am Rhein" a Düsseldorf?
La "Deutsch Oper" è starà la mia prima compagnia subito dopo il diploma. Anche la mia prima volta lontano dalla famiglia e fuori dall'Italia. Una compagnia con un repertorio molto vasto ed una stagione piena di produzioni. Ho realizzato prestissimo che non ero preparato emotivamente ad una full immersion nel mondo del lavoro. Non parlavo tedesco e il mio inglese non era fluente come lo è ora. Una serie di difficoltà, fuori e dentro la sala. Ho imparato tanto in un anno, ma forse ero troppo giovane, volevo rientrare in Italia.

Mentre al "Tulsa Ballet" negli Stati Uniti?
Tulsa Ballet è stata la mia prima compagnia negli Stati Uniti. Conservo un gioioso ricordo del lavoro fatto con il direttore artistico Marcello Angelini. Anche se avevo un contratto da Demi-solista, sono stato utilizzato in tutte le produzioni come Solista o Primo Ballerino. Durante la stagione con Tulsa Ballet c'erano due pezzi nel repertorio che erano nella mia lista di balletti da danzare durante la mia carriera, "Without Words" di Nacho Duato e "In The Night" di Jerome Robbins. Ho avuto la fortuna di ballare entrambi i pezzi. Grazie Marcello!!!

Perché poi hai scelto la "Dominic Walsh Dance Theater" di Houston?
Ho scelto "Dominic Walsh Dance Theater" perché ho sempre amato il repertorio contemporaneo. Come danzatore ho ricevuto critiche molto contrastanti tipo "troppo classico per danzare il contemporaneo" o "troppo moderno per danzare il repertorio classico". Che rabbia!!! Volevo solo danzare, danzare tutto in ogni stile. Così ho deciso dopo sei anni trascorsi in compagnie classiche che volevo aggiungere al mio bagaglio artistico un percorso più contemporaneo. Dominic Walsh possiede uno stile che in America definiscono "contemporary ballet". Una fusione di tecnica e linee classiche con un movimento più contemporaneo. Anche l'idea di nuove creazioni era del tutto entusiasmante. Far parte del processo creativo è sicuramente importante nella crescita di un artista.

Ed infine sei giunto a far parte del "Colorado Ballet", dapprima come Solista ed attualmente in qualità di Primo Ballerino. Cosa apprezzi della Compagnia e della direzione e come sintetizzarla in poche parole per chi non la conoscesse questa realtà?
Dopo otto anni con Dominic Walsh Dance Theater, ho deciso di rientrare in una compagnia con un repertorio più classico. Avevo ancora tanti ruoli in questa disciplina che desideravano danzare. Sapevo che dovevo muovermi in fretta, contro il tempo. Il repertorio classico è più difficile da gestire a livello fisico, sapevo che avevo ancora qualche anno davanti a me per affrontare questi ruoli accademici. Dopo una lunga ricerca, ho sostenuto un'audizione per il "Colorado Ballet", ed eccomi qui oggi, Primo Ballerino di una delle "top ten" Compagnie negli Stati Uniti. Una realtà in fase di grande crescita, artistica e finanziaria. Il direttore artistico Gil Boggs fa un lavoro eccellente, mantenendo l'integrità del repertorio classico, e gradualmente incrementando le produzioni con repertorio più contemporaneo.
Ti sei misurato con il gotha della coreografia internazionale. Con chi hai incontrato più difficoltà tecniche in sala prove?
Mi ritengo estremamente fortunato per aver avuto la possibilità di lavorare con artisti e coreografi di grande livello. Forse la difficoltà più difficile è stata 27'52'' di Jiri Kylian. Purtroppo non ho avuto l'onore di collaborare personalmente con lui. Quattro settimane di intenso lavoro per imparare un nuovo stile, un nuovo vocabolario, muovere il corpo senza nessun manierismo classico, mantenere una naturalezza nella postura anche nei momenti più tecnici senza tralasciare l'intenzione e l'origine dietro ad ogni movimento. È stato un momento di enorme umiltà e crescita nella mia carriera professionale.

Danza classica ma anche tanto contemporaneo. Come ti sei apprestato alle creazioni di due geni del calibro di Matz Ek e Jirí Kylián?
Danzare pezzi di grandi coreografi come Kylian ed Ek, è stato sempre un mio desiderio oltre ad una grande gioia ed onore. Mi hanno arricchito sia come danzatore che come artista. Ho affrontato il lavoro con rispetto e devozione, imparando tanto. Sono il danzatore che sono oggi grazie a queste esperienze. Due stili completamente differenti, i quali donano al danzatore la possibilità di utilizzare il corpo in modo diverso, dando sempre enfasi alla naturalezza e spontaneità dei movimenti... aspetto per lo più difficile nei ballerini classici che hanno un accurato controllo e precisione del movimento.

Mentre come ti sei approcciato al ruolo del Cigno Bianco dal "Swan Lake" di Matthew Bourne e cosa ti ha affascinato nell'eseguirlo?
Ho avuto la fortuna di lavorare personalmente con Matthew Bourne per il ruolo del Cigno Bianco. Un'esperienza fantastica. La fisicità del ruolo è molto particolare, e danzare a piedi nudi non è comunque facile. Matthew e i suoi assistenti sono stati alquanto generosi in sala prove. Dal primo momento mi sono sentito a mio agio nello stile e nel ruolo. Adoro danzare questo Pas de Deux e spero ci sia presto un'altra possibilità per riproporlo in scena.

Com'è stato ballare con Marie-Agnès Gillot, étoile dell'Opéra di Parigi?
Marie-Agnes Gillot un étoile, un mito!! Una creatura fantastica con tanta passione, forza, bellezza ed immaginazione. Dominic Walsh ha creato per noi una versione de "L'uccello di fuoco". Un tour de force di quarantacinque minuti. È stato incredibile vederla danzare per tanti anni e poi finalmente trovarmi in scena al suo fianco. La sua dedizione mi ha ispirato a dare sempre il meglio, accettando le sfide e mettendomi in discussione per imparare da tutti.

Cosa ti piace del "sistema danza" americano? Tu che hai ballato per diverse realtà statunitensi...
Forse la cosa che mi piace di più del "sistema danza americano" è l'organizzazione. Mi dona un grande senso di sicurezza avere tutte le informazioni in anticipo, dai programmi scelti per la stagione successiva, al cast, agli eventi. Tutto è organizzato con largo anticipo. "Colorado Ballet" si è spostato in una nuovissima sede da soli tre anni. Un edificio interamente costruito e disegnato per la compagnia. Noi danzatori veniamo trattati molto bene, dalla struttura delle sale, alle camere per pilates e fisioterapia. Tramite "Colorado Ballet" abbiamo un abbonamento annuale per una delle gym più attrezzate in Denver. Ci sono personal trainer che lavorano con noi, e ci aiutano a migliorare la forma fisica prevenendo gli infortuni. Mi piace che il nostro contratto sia annuale, abbiamo un meeting di valutazione ogni stagione per assestare la situazione. Credo sia importante per un danzatore dare il meglio quotidianamente, dopotutto nel nostro ambiente, ogni giorno è un'audizione.

Per un danzatore cosa significa accostarsi allo stile neoclassico di George Balanchine?
È importante per un danzatore essere versatile e capace di adattarsi a stili differenti. I balletti di Balanchine donano una più ampia libertà di movimento, mantenendo la forma della tecnica classica. Adoro lo stile di Balanchine, la musicalità e la dinamica delle frasi coreografiche le quali appaiono più intricate di quelle del repertorio classico puro. Ci sono tanti capolavori nel suo repertorio adatti a numerosi ballerini differenti tra loro.

Hai ballato in tre "Romeo e Giulietta" differenti, quello di MacMillan, quello di Cranko e quello di Amodio. Cosa differenzia uno dall'altro sotto l'aspetto tecnico ed espressivo?
Ho danzato in molte versioni di Romeo e Giulietta, interpretando ruoli diversi: Romeo, Paride, Tebaldo e Benvolio. Le varie versioni e i vari ruoli sostenuti mi hanno regalato la possibilità di approfondire la conoscenza del capolavoro di Shakespeare. Per ogni ruolo ho seguito un tipo di ricerca diversa infatti mi affascina da sempre la preparazione ed i lavoro su parti teatrali. Le versioni di Cranko e MacMillan con musica di Prokofiev, sono difficili tecnicamente ma di grande bellezza ed armonia soprattutto nei Pas de deux. Le versioni di Walsh e Amodio appaiono di grande teatralità. Nella versione di Walsh ho interpretato il ruolo di Tebaldo. Ho dovuto anche recitare del testo in scena, ero entusiasta all'idea, ma anche intimidito. Per la preparazione abbiamo lavorato con attori professionisti del teatro Shakespiriano che ci hanno aiutato nella dizione e nell'accento. Un'esperienza interessante e di grande crescita artistica. Nella versione di Amodio ho interpretato Romeo adorando questa versione. I Pas de deux sono difficilissimi, ma la soddisfazione artistica è grande. La struttura del balletto appare particolare, la musica è firmata da Berlioz e c'è una voce narrante dal vivo che rende il tutto assai intrigante. La combinazione di tanti elementi, mi ha portato alla scena finale del balletto con svariate emozioni, autentiche e forti. Una delle sensazioni più belle, è l'essere in scena e non dove recitare, ma essere, e provare dal vivo emozioni vere.

Per concludere caro Domenico, fino ad oggi nella tua vita, cosa ti ha regalato di più bello la musa Tersicore, protettrice e musa della danza?
Sono eternamente grato alla Dea Tersicore per avermi scelto. Mi ha donato tante gioie, soddisfazioni, lezioni di vita, avventure ed incontri che mi arricchiscono ogni giorno. La possibilità di utilizzare questo meraviglioso dono, che è il mio corpo, in una maniera non comune ed inoltre poter condividere con il pubblico una delle più antiche arti che ancora oggi sopravvive in tutto il suo splendore.

Michele Olivieri

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