martedì, 27 giugno, 2017
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Corriere Lombardo, 7 marzo 1957

Meno male, l’organizzazione moderna pensa a tutto. Quando uno si sente l’anima inferma, non ha che da recarsi al teatro Olimpia dove è sicuro di trovar sempre posto, e un’officina specializzata in operazioni ortopediche per le malformazioni morali e religiose dello spirito provvederà ai necessari restauri. Se poi si troverà a zoppicare peggio di prima non ha che da prendersela con sé stesso, o per non aver capito, o per non aver apprezzato sufficientemente il messagio che, nel loro sconfinato altruismo, i nuovi disinvolti zelatori del teatro cattolico, prevalentemente preoccupati di non dare importanza al peccato, vanno portando in processione con gli stendardi della buona morte in testa per spedirci in paradiso gratis.

Di tutto si potrà rimproverarli, tranne di non dare ciò che promettono e di non essere in perfetto accordo fra loro. Lo sono al punto da mettere, per così dire, i loro beni in comune.  Essi si prestano reciprocamente i loro motivi mistici come le ragazze si prestano il reggipetto per andare ad un ballo. E’ da un bel po’, ad esempio, che Diego Fabbri ha importato in Italia l’idea che Gesù Cristo s’è disturbato a trasferirsi su questo nostro povero piccolo pianeta ammobiliato non per cercare di mettervi un po’ d’ordine ma, al contrario, per “inquietare” gli uomini, mantenendoli in perpetuo stato d’allarme. Ebbene ieri sera lo stesso preciso discorso ce lo ha fatto con esuberanza, a dir poco esagerata, Turi Vasile.

L’immancabile risultato è quello di un certo numero di anziani e autorevoli attori generalmente vestiti da prete, che fingono, e riescono, a prendersi molto sul serio; i quali per due ore, sul palcoscenico – con rispetto parlando – giocano ai quattro cantoni con Nostro Signore, senza riuscir mai ad agguantarlo. Poi, dopo traviamenti, smarrimenti, eresie e contegno poco edificante, da un momento all’altro, uno si mette a gridare “amore amore!” e il contrabbando cessa, con assoluzione generale e indulgenza plenaria per tutta la compagnia. Comodo. E pericolosetto.

Amici – avete dell’igegno, ne avete dato prova; e certe cose vi si devono dire, si ha il dovere di dirvele, anche in regime democristiano; anche a costo di compromettere vecchie e care amicizie e incorrere nei fulmini di vendette poco evangeliche, ci conosciamo – amici, la religione è una cosa seria, e Nostro Signore ancor di più; un poco meno, ma lo è anche la pazienza del pubblico. Ben venga un teatro che dibatta gli alti problemi della fede. Ce ne sarebbe bisogno. Ma come non si varca la soglia di una chiesa in maniche di camicia, così si dovrebbe andar cauti nel portare sul palcoscenico questi problemi per farne dei giochi di prestigio mal riusciti. La Fede, la Grazia, la _Verità, la Rivelazione e cose del genere non si prestano ad esser fatte uscire da una tuba come i conigli del mago Bustelli. Il massimo rispetto per la vostra buonafede – come per la buonafede in genere, sempre, quando è buonafede – tutta la simpatia per la vostra disinvoltura di rendere familiari e prendere a braccetto i Santi, ma state attenti a non ottenere l’effetto contrario. Il Vangelo non è un libro giallo né una vicenda da grand-guignol. Lasciateci credere ai nostri peccati, almeno a quelli.

Detto ciò spendiamo pure, se volete, due parole intorno a Le notti dell’anima di scena ieri sera. Siamo in Sicilia, nella casa dell’ingegnere Andrea, fra cristiani formalmente ineccepibili ma non esemplari. Una moglie di estrazione laicistica, due figli maschi e una ragazza adottata. Che può accadere fra i tre ultimi? Che uno dei due ragazzi è andato in seminario a mantenersi puro, perché, essendo innamorato della fanciulla, ha provato orrore della tentazione e del peccato; e l’altro ha finito con l’andarci a letto insieme rendendola gravida. Pazienza. Può succedere a tutti. Si desidererebbe soltanto che succedesse un po’ meno frequentemente nelle commedie edificanti, ecco tutto. Il capitale, il tesoro della famiglia, sul quale il padrone di casa  pensa di speculare lustro futuro, è però uno zio prete in fama di santo e con una preoccupante facilità a far miracoli suo malgrado.

Nemmeno a farlo apposta, proprio la sera stessa che gli smarriti e peccaminosi familiari aspettano da lui lume di Verità e calore di conforto, l’involontario taumaturgo oh, non ridona alla salute del corpo e riporta alla fede della religione, in un sol colpo, un moribondo barone miscredente?

Anziché facilitare la sua bonifica familiare, ciò crea dei disastri. Angosciato e stravolto dell’accaduto, davanti a monsignor vescovo, a un munero imprecisato di preti ed a tutti i suoi: “Come mai?” - egli grida: “a me, miracoli per mio tramite, che io non credo in Dio? Ho provato tutto, sono stato pio, casto, caritatevole, buon sacerdote agli occhi del mondo, non lo nego, ma non c’è stato verso, non son mai riuscito a sentire la presenza di Dio, vera, operante, sincera; a crederci insomma”. E’ un colpo di scena da giansenista, di fronte al quale avrebbe arretrato – penso – perfino la buonanima di Vittoriano Sardou. Ciò detto, se ne va lasciando la questione in sospeso nel senso più esteso della parola. Voglio dire,  muore - ha una malattia la cuore – lasciando tutti su una gamba sola. Inferno? Paradiso? Mistero.

Nonostante questo copione, Turi Vasile rimane un uomo di ingegno e un commediografo serio. Sarà per un’altra volta. Dal profondo dell’amicizia che gli porto, spero anche, che non venga dichiarato eretico. Senza rancore.

Successo alla fine degli atti; qualche perplessità durante i medesimi. Aldo Silvani, questo nostro attore esemplarmente semplice ed umano, ha recitato in modo superbo; Camillo Pilotto ha lasciato trapelare l’involontaria comicità della commedia disegnando pittorescamente l’esagitato personaggio del fratello; Augusto Mastrantoni ha vestito con persuasiva convinzione la porpora vescovile ed ha sfoggiato una lunghissima collana pendente per didietro; la brava e bella Iole Fierro è stata surrettiziamente invecchiata, il Giovampietro e la Aliquò hanno reso con naturalezza i discoli della compagnia, e il commosso Cundari ha cantato alcuni salmi con voce intonata. La regia di Orazio Costa si è fatta notare per la sua latitanza. Deo gratias.

Carlo Terron

Ultima modifica il Domenica, 21 Dicembre 2014 15:08
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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