lunedì, 16 ottobre, 2017
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Paul VANDERBERGHE - La rabbia nel cuore

Corriere Lombardo, 22 novembre 1952

Si potrà dire tutto quel che si vuole della commedia di Paul Vanderberghe rappresentata ieri sera al teatro Manzoni, ma non che essa non sia audace. (Intendiamoci bene subito: questa vuole essere una lode. Non si sa mai, con certa critica ufficiale e benpensante inaugurata da qualche tempo…). Non si scopre l’America affermando che spesso la cattiveria degli uomini è frutto della loro infelicità. Fate subire un’ingiustizia a un innocente e, nove volte su dieci, esso diverrà ingiusto con chi non ne ha colpa. È il caso del giovane Alain protagonista de La rabbia nel cuore.

A diciannove anni, egli ha perduto entrambi i genitori sotto un bombardamento. E pazienza; fa parte dello scotto che tanti incolpevoli dovettero e dovranno pagare ai tempi spietati nei quali abbiamo avuto la fortuna di vivere. Si tratta ancora di una sciagura che trova partecipi i propri simili e coinvolge chi l’ha subita in un’onda di umana, comprensiva e compassionevole solidarietà. Ma su lui individualmente la sorte  s’è accanita in un modo ben più crudele e sinistro, assai peggio che se gli avesse tolto la vita. Estratto ferito dalle medesime macerie che furono tomba ai suoi genitori, e portato in una sala chirurgica, ne è uscito –  come dire per non offendere le caste orecchie dei miei casti lettori? – ne è uscito in condizioni che sarebbero ideali per venir impiegato come custode di un  harem, oppure per uno che avesse deciso di dedicarsi alla coltivazione della castità garantita ad  ogni costo in modo radicale, scegliendo la carriera del sacerdote. Spero che abbiate capito. E sennò fatevelo spiegare da qualcuno.

Purtroppo, né l’uno né l’altro dei casi sopra contemplati è quello del nostro inutilizzabile eroe. Proprio nel momento in cui un’inquieta e curiosa adolescenza consegnava alla giovinezza un cuore sopraffatto dal bisogno di amare e di essere amato e un corpo colmo di desiderio e goloso di esperienza, il sarcasmo di un maligno destino l’ha posto in una condizione che, prima di essere tragica, è ridicola, e che può destare la pietà soltanto quando sia stato vinto il ribrezzo per non dire il disprezzo. È un’onta segreta e inconfessabile che isola l’infelice giovanotto in una solitudine maledetta.

Non è necessario aver letto Freud e non è indispensabile citare il “complesso di castrazione” per dedurre le conseguenze psicologiche che il duplice trauma fisico e psichico può provocare sul carattere. L’odio per la vita e la smania di vendicarsi indiscriminatamente di tutto e di tutti saranno lo sbocco dell’unica possibile, amara ed ingiusta compensazione dello sciagurato legato al torturante supplizio di un  nuovo Tantalo. Nelle medesime condizioni di umiliante mutilazione, il neutro protagonista di Hinkemann del catastrofico Ernst Toller si dedicava a simbolistiche velleità rivoluzionarie di messianica e apocalittica anarchia. Il nostro povero Alain si accontenta invece di molto meno e, in un certo senso, di molto peggio. Egli è stato accolto nella casa di uno zio materno il quale comprende, tollera e giustifica tutte le ombrosità, le cattiverie, le aggressività e gli isterici umori del nipote perché – all’insaputa dello stesso interessato – egli è l’unico a conoscere la sua sventura.

Con un’abilità, un calcolo e una consumata furberia che, peccando di eccesso, costituiscono a mio modesto modo di vedere il principale difetto della commedia – un difetto per assurdo, diciamo – l’autore mette il suo protagonista vicino a un altro caso morboso, per non dire clinico, al cui contatto la perversità del primo risulterà stimolata come uno zolfanello acceso gettato in una latta di benzina. Accettabile, e sotto certi aspetti ammirevole, fin che conteneva un solo personaggio eccezionale malsano, la commedia lo risulta molto meno quando i personaggi eccezionali e malsani diventano due. La zia di Alain è una donna ancora giovane ancora bella che ha perduto l’unico figlio, coetaneo di Alain, in uno scontro motociclistico. Da allora essa vive in un culto esclusivo e cieco del morto – modello, nella sua esaltazione, di ogni perfezione morale e fisica – conservando chiusa la stanza da letto del morto con le cose intatte come l’ultimo giorno, allo stesso modo della protagonista pirandelliana de La vita che ti diedi; senza nemmeno aver fatto lavare la biancheria del trapassato; e tanto confonde l’affetto della madre con una inconsapevole ma fin troppo esplicita esclusività di donna gelosa e innamorata, da rifiutarsi al proprio marito e da non fare alcun caso alle sue – del resto obbligate – ricerche di consolazione extraconiugale. Fa capolino, tanto per parlar chiaro, la non inedita figura della madre-amante.

Voi afferrate a colpo d’occhio la magnifica occasione che si offre al perverso nipotino, facilitato per giunta dalla cordiale ostilità onde la zia lo ripaga. Si tratterà, puramente e semplicemente, d’insudiciare e far crollare il mito del morto rivelando le sue piccole e segrete onte di povero ragazzo sensuale, la sua relazione con una ragazza sulla quale egli riversò, prima di morire, quell’attaccamento appassionato sul quale la povera madre pretende di aver messo un’ipoteca a suo esclusivo beneficio; e infine – a forza di finta tenerezza, di falsa umiltà, di infingardaggine dettata dai sopraffini virtuosismi d’una consumata ipocrisia – di sostituirsi, in tutto e per tutto, al cugino scomparso, nel cuore della zia; aggravando la dose col turbarne i sensi.

Ora la commedia giunge alla sua svolta psicologicamente più sottile e interessante e morbidamente più originale. Il piccolo serpente velenoso ha raggiunto, è vero, il suo scopo perverso, ma ha finito, lui stesso, col cadere nella tagliola ove è riuscito a prendere la sciagurata madre. Il gioco crudele, recitato per finta, è diventato anche per lui una crudele realtà: il tormento di compiacersi di una tenerezza dolce e conturbante che, quasi a tradimento, ridesta aneliti di bontà sepolti e obliati nel suo cuore inaridito, e fremiti che non potranno mai essere soddisfatti nel superstite ardore della sua povera sensualità recisa.  A sciogliere, sia nel giovanotto, sia nella signora,  il nodo di vipere di codeste nuove liaisons dangereuses – in modo un po’ precipitoso e con  un relativo lieto fine che ha un po’ dell’appiccicato – verrà, come una liberazione, la confessione tumultuosa e disperata della sciagura e della frode del meschino, provocata dal comprensivo buon senso dello zio, attento a cogliere e ad approfittare del punto di maggior esasperazione della crisi del nipote.

A proposito dell’ardito copione ho sentito parlare di mistificazione. E che vuol dire? In un certo senso, proprio in sé stesso, con le convenzioni che comporta, si può dire che il teatro comporti sempre, più o meno, della mistificazione. Ciò che importa è che tale processo di mistificazione – se proprio così si vuol chiamare – segua le regole di un gioco originale, intelligente e obbediente a una propria coerenza persuasiva, capace di irradiare da un singolo caso, non dico tante significazioni, ma almeno suggestioni generali. Ed è piuttosto su questo punto che la commedia non persuade del tutto. Essa rimane limitata a un caso d’eccezione che sente di voluto e di sforzato per esasperazione di calcolo e di abilità. In un certo senso, l’autore dimostra la medesima pericolosa disinvoltura ed eccessiva abilità del suo protagonista nel cambiare le carte in tavola volgendo tutto a proprio profitto e un po’ fraudolentemente. In altre parole, la commedia mette in sospetto non perché sia malsana – circostanza dal punto di vista artistico assolutamente insignificante – ma perché, troppo preoccupata di tutto giustificare, la sua malsanità finisce col risultare romanzesca.

Il vivissimo successo della serata è andato meritatamente in parti eguali alla commedia e all’esecuzione. La compagnia così fusa, agile e bene amalgamata che riunisce Carlo Ninchi, Olga Villi e Aroldo Tieri non poteva debuttare in modo migliore. Le sorprese ieri sera sono state due. Prima: la geniale interpretazione che il Tieri ha fatto del difficile complesso, contraddittorio e non certo simpatico protagonista, reso in una gamma fitta e continua di nevrotiche sfumature, insinuanti, tortuose, perverse e dietro alle quali non ha mai cessato di trasparire una semplice, umana e sincera sofferenza. Seconda: la inaspettata maturità con la quale si è ripresentata al pubblico Olga Villi in una parte seria, sofferta e vissuta con rara verità come nessuno avrebbe sospettato nelle sue corde. Quanto a Carlo Ninchi esso è apparso quello di sempre, con la sua simpatia, la sua immediatezza e la sua cordialità. E ciò è più che sufficiente. Ma nessuno degli altri è stato al disotto del proprio compito, la Galletti, la Ramazzini, la Benvenuti, tutti degni di una bella e moderna compagnia.

Carlo Terron

Ultima modifica il Venerdì, 26 Dicembre 2014 10:03
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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