sabato, 22 luglio, 2017
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Radiocorriere, 20 settembre 1964

È curiosa e, a un tempo, significativa, la fortuna toccata negli ultimi anni ad alcune commedie del Goldoni per così dire non tradizionale, stavo per scrivere del Goldoni non goldoniano se non addirittura antigoldoniano.

Si direbbe quasi che il commediografo dei grandi esiti poetici, quello della compiuta e vittoriosa Riforma, consegnato alla novità e alla perfezione del musicale realismo strofico (non si comprende appieno il linguaggio di Goldoni se non si tiene conto di Vivaldi) e dell'aereo miracolo della sua coralità popolare, tanto più vera e viva e lieta quanto più povera e deserta di "fatti", d'una quindicina di capolavori assoluti e consacrati, abbia finito col saziare. Forse per l'idea sbagliata che, in codesta direzione, il discorso critico debba considerarsi concluso e non rimanga altro da dire (mentre è ancora tutto da approfondire il discorso sullo stile, condotto lungo un'indagine non convenzionale e non superficiale del linguaggio) si tende all'interesse e al recupero delle mezze riuscite, dei copioni minori. Naturalmente, con particolare predilezione per quello ancora compromessi con la Commedia all'Improvviso, e non sono pochi, inclini alle complicazioni romanzesche, ed elettricamente percorsi dalle maschere, che fanno tanto, specie all'estero, "teatro all'italiana": radicato equivoco e culturale snobismo d'una remota nostalgia dura a morire.

E così, abbiamo visto il rilancio all'estero del nemico della Commedia dell'Arte, in nome proprio della Commedia dell'Arte, destino inevitabile a chi, specie nei Paesi di lingua tedesca, s'è visto preferire le favole del suo antipoetico avversario Carlo Gozzi, del quale Simoni ebbe a dire che tutte le sue fiabe messe insieme non valgono una battuta delle Baruffe chiozzotte. Non cessa, insomma, di affascinare il quadretto letterario del poeta a cui "parve la vita accorrere con una marionetta in mano". Ricordate Carducci? "Al sol d'aprile/ Te fuggente la logica importuna, / Presago accolse il comico navile/ Veleggiando la tacita laguna./ E Florindi e Lindori e Pantaloni/ Fur la famiglia tua: d'entro i suoi scialli/ Rosaura ti dicea "Bon dì, putelo"./ Fumavan su la tolda i maccheroni,/ Su l'albero le scimmie e i pappagalli/ Garrian. Su l'Adria ridea grande il sole". Care rimembranze liceali. Ma, due sonetti dopo, nel carme dedicatogli, il Carducci si ricordava anche che "La Commedia dell'Arte si dormìa/ Ebra, vecchiarda; ed ei con un suo gesto/ Le spiccò su dal fianco disonesto/ La giovinetta verità giulìa". E questo è il Goldoni che oggi si tende, come si dice, a snobbare; colpa, se vogliamo, anche un po' sua, per l'ambiguo atteggiamento di una sorta di freudiano legame ambivalente d'amore e odio verso la Commedia all'Improvviso, che, con alterni ritorni, lo accompagnò tutta la vita: il cervello è un conto, il cuore è un altro. Indubbiamente lo spostamento di interesse a cui si assiste non è giusto, ed è sotto certi aspetti allarmante, ma se ciò può servire ad estendere una conoscenza, ben vengano anche codesti sondaggi.

La produzine goldoniana è un mare talmente vasto che la pesca al largo può riserbare ancora più di una sorpresa. E una sorpresa, in un certo senso, è L'adulatore (1750) in programma alla radio questa settimana dove, sì, le maschere ci sono ma di Commedia dell'Arte neanche più l'ombra. La parola riesumazione è una parola equivoca e sospetta, sempre più o meno maleodorante di muffa erudita. Ma questa volta, buon per noi, non è il caso. Scontato, quello sì, non si può negare, il suo mezzo fallimento poetico, la commedia rivela, poi, motivi e modi talmente inconsueti alla tematica e alla poetica goldoniana più conosciute, da valere abbondantemente la spesa di richiamarla dall'oblio. Chi ha l'idea di un Goldoni dalla mano leggera, qui si deve disilludere. È una delle rare volte che, in lui, risuona la nota del sarcasmo e si rende abbastanza ben percettibile quella vena "nera", sotterraneamente, anche se blandamente, affiorante dalla comicità del suo teatro minore, specie quello romanzesco e avventuroso, altro argomento, finora, che mi risulti, mai affrontato se non addirittura mai sospettato dalla critica tradizionale e che potrebbe costituire eccellente tema per una tesi di laurea. Più che nell'ultima edizione della commedia, era evidente nella prima dove, anziché scomparire e venir consegnato, di punto in bianco, al bargello per la punizione – soluzione legale e morale ineccepibile –, in maniera fantasticamente più coerente, il protagonista finiva col morire in scena, spietatamente avvelenato dal cuoco di casa, in seguito a una vera e propria sentenza capitale, pronunciata da una sorta di tribunale del popolo, composto dai servi che aveva maltrattati e frodati. L'edizione radiofonica dell'Adulatore ripresenterà, a più di due secoli di distanza, questa prima versione, portata in pubblico solo nel 1750, e poi modificata dall'autore. E qui sarà per l'appunto uno dei più vivi motivi d'interesse della trasmissione. Codesto rivolo nero di comicità macabra non era nuovo in Goldoni. Lo si è potuto constatare anche recentemente nell'edizione dei Due gemelli veneziani del Teatro Stabile di Genova, dove con una crudeltà soprendente che tocca quel fondo di cattiveria che sta sempre, più o mneo, dietro al riso, il malvagio di turno strappa le più matte risate, avvelenato, lui pure, nel torcibudello di un'atroce agonia coram populo e buonanotte alla retorica puritana del "buon papà Goldoni". Eccettuato il Brighella, promosso, per l'occasione, specchio d'onestà e fedeltà (ed è tutto dire, lui, il servo birbante per eccellenza, e il capovolgimento, questa volta, non mi sa privo di intenzionale sarcasmo) il copione è una accolta di esseri destituiti del minimo senso morale. Chi non è canaglia è sciocco e chi sciocco o canaglia non è, disonesto è perché non ne ha il tempo, nel groviglio di malefatte, interessi sordidi, furti, appropriazioni indebite, contrabbandi, calunnie, tentativi di seduzione, truffe e ricatti di cui la trama si compone.

La commedia, benché ambientata, per comprensibile prudenza, in una stinta Gaeta di comodo nel Regno delle due Sicilie (siamo sempre a quella: quando l'ambiente non lo sostiene e lo ispira, il poeta fa cilecca) offre il quadro d'una burocrazia avida, amorale e corrotta di stupefacente attualità, segno che certi mali sono cronici. Cos'è di meschinità, nella sua grassa inerzia, stupida e golosa, quel Don Sancio, spagnolesco governatore della città, degno consorte della balorda donna Luigia, matta, invidiosa, immorale al punto da contendere il fidanzato alla figlia, per conto suo, stupidetta la sua parte! E non parliamo della corte di profittatori e sollecitatori di favori circolante per la commedia. Ogni mezzo è buono al fin del proprio interesse! Vien da domandarsi se, più o meno, non accadrebbe lo stesso quel che accade, anche se don Sigismondo non mettesse in atto le sue smaccate adulazioni, piuttosto stracche e banali, a vero dire, neanche da paragonare agli estri maldicenti di Don Marzio e al volo delle "spiritose invenzioni" di Lelio. Il suo compito di corruttore è talmente facile e naturale, vorrei dire inevitabile, da precludergli la definizione e la manifestazione di un gran carattere come era stato pensato. Egli, fu giustamente notato, è un fior di malvivente ai cui fini l'adulazione non è determinante, ma solo vezzo non necessario. Probabilmente, la verità è che, più che ispirato dall'adulatore della commedia omonima di Jean-Baptiste Rousseau (da non confondersi con Jean-Jacques), questa volta Goldoni è stato frenato e bloccato dal Tartufo di Molière. In sostanza, il suo Don Sigismondo è un ipocrita senza grandezza, degradato ad adulatore senza fantasia; che, dal modello molieriano, non riesce né ad allontanarsi né ad avvicinarsi; ne replica l'avidità, la sensualità, la tortuosità intrigante, senza poterne cogliere la buia e demoniaca negatività, per la semplice ragione che una commedia moralistica priva di una sincera e autentica indignazione morale – sempre così tragicamente pressante in Molière – non gli po' offrire il necessario e degno piedistallo. E come lui non riesce ad essere un carattere, così ogni altro personaggio non va più su della caricatura mentre tutti insieme testimoniano l'occasione perduta di una grande commedia di costume. C'è abilità, chiarezza, proporzione, scioltezza, vivacità, leggerezza e divertimento, la mano espertissima del sicuro uomo di teatro; non mancano le inedite note acri, ma la fantasia è priva d'ala e deve cedere il passo alla lirica capricciosa del Bugiardo che la precede e all'ironica frenesia del Poeta fanatico che si verseggia addosso, e la segue.

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 08 Dicembre 2014 13:55
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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