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Giovanni GIRAUD - Il galantuomo per transazione

Corriere Lombardo, 25 novembre 1964

Che tenerezza questi mezzi classici, arbusti stenti riparati all’ombra delle gravi querce, petulanti epigoni dal fiato corto che saltellano dietro ai superbi padreterni che procedono trionfalmente nella gloriosa luce della accecante poesia. Mi fanno venire in mente i bastardi delle grandi famiglie, sacrificati al primogenito che si prende tutto, costretti ad accontentarsi delle briciole. Vite oscure, ma, tuttavia, non prive di qualche riverbero di nobiltà e se, il caso non voglia, soccorsi da un’impennata da cavalli di razza, una volta tanto, capaci galleggiando, a rimorchio altrui, sul flusso del tempo, di approdare ai lidi della posterità pur che qualche paziente o benevolo raccolgitore di relitti si chini a raccattarli e a ripulirli dalla muffa del tempo.

L’impennata di Giovanni Giraud, conte romano (1776-1834), di origini francesi, è stata una commedia e la sua fortuna quella di imbattersi nella simpatia di un raccoglitore dell’acume e dell’autorità di Silvio D’Amico che, eccezionalmente sprecandosi, gli dedicò pagine criticamente dense di generoso amore, tali da farlo accettare, legittimamente, a ragion veduta del resto, come il maggiore e più originale dei nostri, a vero dire assai modesti, commediografi postgoldoniani, osando la rischiosa esagerazione di mettere a confronto il suo copione superstite, nientedimeno che col Tartufo di Molière. E non peritandosi di sostenere che, come intuizione e coerenza di carattere, se non come riuscita di linguaggio e di conseguenza risultato poetico, dei due ipocriti protagonisti d’entrambe le commedie quello del teatrante romano avrebbe le carte più in regola di quello del poeta francese. Ma non sarebbe leale nascondere che contro il Tartufo, D’Amico, suo malgrado e in perfetta buonafede, da coerente cattolico e da buon clericale, ebbe sempre un fatto personale e non cessò mai di considerarla una commedia mancata, il grosso scoglio di un genio, opinione nella quale, del resto non è il solo. Con tutto il rispetto, personalmente noi preferiamo lo scoglio dello scostante Tartufo alla riuscita dell’accattivante Galantuomo per transizione ( scritta nel 1833, rappresentata nel 1841), giunto, ieri sera alla ribalta del Manzoni ottimamente interpretato da Mario Scaccia, ormai prim’attore di diritto a fianco di Laura Adani, attrice comica di razza.

La commedia è magra e meccanica, ma svelta, serrata, sciolta e divertente; generica e impersonale, per non dir approssimativa nel linguaggio, eppure dialogicamente serrata e spiritosa ancora, dal principio alla fine, una piccola cosa perfetta; dove, a una certa rozzezza e convenzionalità dei personaggi di contorno e a una certa romanzesca melodrammaticità dell’antefatto, fa riscontro la geniale finezza psicologica del protagonista, manifestata di un umorismo di primissima lega.

Don Giusto Pencola è un fanatico della giustizia, universalmente riconosciuto rettissimo uomo, di obbiettività e specchiatezza a tutta prova, tanto da ricorrere a lui come arbitro indiscusso nelle più complesse controversie, una sorta di perito dell’onestà. Senonché, sembra una fatalità, la sua giustizia finisce sempre per coincidere col suo utile personale, sia che si tratti di rendere una testimonianza, sia che si tratti – è la vicenda centrale del copione – di decidere chi ha ragione in una contesa di interesse fra due gentiluomini, quando uno di essi si pone come candidato sposo di sua figlia, salvo capovolgere la sentenza dell’arbitrato quando l’altro, come preso il gioco, fa altrettanto e risulta preferibile al rivale; che avrà partita vinta solo in virtù della lealtà e dell’affetto sincero suo e della fanciulla. E quando, alla fine, il genero gli spiffera quello che pensa di lui, il primo ad essere sinceramente …….ito nel sentirsi definire un galantuomo per transazione, è proprio lui.

La collocazione critica di Giraud come autore di derivazione goldoniana e molieriana trasferita a livello medio-borghese è sostanzialmente giusta ma, a mio avviso, anche incompleta. Nessuno finora, che mi risulti, ha notato la singolare e inequivocabile parentela della sua produzione in genere – vogliamo rammentare almeno un paio di titoli rimasti a lungo in repertorio: L’Aio nell’imbarazzo da cui Donizetti trasse una fortunata opera buffa il Don Desiderio disperato per eccesso di buon cuore – e del suo capolavoro in particolare, con Labiche, che gli è contemporaneo di vita - quando Giraud morì.

Dimodoché, forse sarebbe criticamente più giusto e certo gli si renderebbe un miglior servizio, cessare di classificarlo, un epigono della commedia classica e cominciare a considerarlo un precoce e non trascurabile cultore del moderno vaudeville.

E del vaudeville ottocentesco, intorno al carattere – quello sì, classico – che le sta piantato al centro come una colonna, questa commedia ha già quasi tutto: il tono di dichiarato gioco teatrale, il contenuto borghese, il meccanismo complicato e agile ad un tempo.

Collocandolo nell’eleganza delle scene e nella colorata fantasia dei costumi di Ludovico Muratori, Daniele D’Anza, responsabile anche di una cauta ed opportuna revisione della scrittura, ha disciplinato uno spettacolo sciolto, arguto e vivace, equilibrando gioco scenico e ironica verità intorno all’applauditissimo Mario Scaccia che dà al protagonista una perentorietà risoluta, una sorta di esaltata inesorabilità, una maniaca solennità da innocente masclazone perbene, sprizzante succosi umori comici. Pochi interventi ma un’esplosione di spirito malizioso e di popolaresca concretezza, ha la servetta deliziosamente schizzata di Laura Adani: di una tortuosità controllata il Bonagura, d’un patetico tutto garbo ma da non fidarsene troppo quanto a ingenuità: la Sassoli e la Quattrini. Sicuri e precisi: il Fattorini, il Reder e il Marchi. E naturalmente applausi convinti a tutti.

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 22 Dicembre 2014 15:25
La Redazione

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