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TRE SORELLE - regia Leander Haußmann

"Tre sorelle", regia Leander Haußmann. Foto Lucie Jansch "Tre sorelle", regia Leander Haußmann. Foto Lucie Jansch

di Anton Čechov
Traduzione tedesca di Thomas Brasch
Regia: Leander Haußmann
Con: Antonia Bill, Anna Graenzer, Gudrun Ritter, Karla Sengteller, Laura Tratnik, Uwe Bohm/Alexander Scheer, Raphael Dwinger, Boris Jacoby, Peter Miklusz, Matthias Mosbach, Luca Schaub, Martin Seifert, Georgios Tsivanoglou, Axel Werner und Atanas Georgiev (fisarmonica)
Scena: Lothar Holler
Costumi: Janina Brinkmann
Drammaturgia: Steffen Sünkel
Luci: Ulrich Eh
Berliner Ensemble, dal 18 dicembre 2015

www.Sipario.it, 23 febbraio 2016

Varcata la soglia della sala grande del Berliner Ensemble, l'occhio dello spettatore viene immediatamente rapito dal palcoscenico ospitante un aristocratico salottino russo di inizio Novecento. Tutto è al suo posto: una tavola da pranzo apparecchiata a festa, un pianoforte aperto con tanto di spartito in attesa di essere suonato, candelabri, dipinti ad olio alle pareti. Il quadro viene completato dall'entrata in scena di Anfisa (Gudrun Ritter), la balia, che ancor prima dell'inizio ufficiale dello spettacolo irrompe nel salotto con passo affaticato, data l'età avanzata, intenta ad accendere le candele e spolverare gli ultimi soprammobili per il ricevimento imminente. Si tratta delle festa organizzata per l'onomastico di Irina (Karla Sengteller), la più giovane delle tre sorelle. Ciò che sembra a un primo sguardo stonare con questo quadro d'opulenza sono le pareti scrostate della sala, sintomo che a tanto sfarzo non corrisponde stabilità, che nel benessere delle classi sociali più alte si può trovare qualcosa di marcio, corrotto, imperfetto.

Nel dramma Tre sorelle Anton Čechov ritrae con estrema ironia (a tratti addirittura ira, dei cui frequenti accessi l'autore era vittima) l'imborghesimento e la decadenza della classe aristocratica in provincia. Adottando un punto di vista femminile, quello delle tre sorelle, Čechov narra delle illusioni in cui i suoi personaggi rimangono intrappolati, incapaci di reagire e di prender parte alla vita reale: l'illusione del barone Tuzenbach (Matthias Mosbach), che da ufficiale vuole diventare borghese, quella del colonnello Veršinin (Alexander Scheer), che sogna un meraviglioso futuro, quella delle tre sorelle, che vivono nel desiderio di tornare a Mosca, la loro città natale. Vittime di pigrizia, inerzia e immobilità, nessuno dei personaggi riesce a realizzare il proprio sogno, finendo così col precludersi di vivere pienamente anche il presente: tutto quello che avviene rimane lontano, chiuso fuori da casa Prozorov. Anche il colpo di pistola che uccide Tuzenbach in duello ci arriva dal bosco. Il tempo scorre, la vita va avanti, Andrej (Peter Miklusz) e Nataša (Anna Graenzer) si sposano, hanno figli, Olga (Laura Tratnik) diventa direttrice d'istituto, Irina comincia a lavorare, ma nessuno di loro è felice. I personaggi continuano a rifugiarsi nei propri sogni che rimangono irrealizzati e irrealizzabili. Mosca per le tre sorelle, così come le illusioni degli altri personaggi, sono simbolo di un malessere spirituale, del desiderio di una vita migliore, di un paradiso lontano e inaccessibile.

Nella messa in scena di Leander Haußmann, lo scherzo, l'ironia e la satira la fanno da padroni. E in questo il regista rispetta fedelmente l'intento čechoviano di utilizzare il vaudeville come mezzo per esaltare la ridicolaggine di una situazione, per metterla in risalto tramite contrasto. Nella prefazione alle Tre sorelle firmata da Gerardo Guerrieri si parla proprio di "azioni illuminanti", indicando questo tipo di ironia čechoviana, intrinseca all'azione stessa e non esterna a essa: un'azione (e non la parola) commenta, critica, mette in ridicolo un'altra azione. Haußmann tende all'iperbole attraverso l'uso frequente di slapstick e gag dall'effetto esilarante: da ricordare la scena in cui il barone Tuzenbach, seduto accanto a Irina su un divanetto del soggiorno, la corteggia e probabilmente a causa di un certo nervosismo, nel gesto di accavallare le gambe urta il candelabro poggiato su un tavolino; oppure il momento in cui il colonnello Veršinin e Maša (Antonia Bill) si abbandonano a baci appassionati e nell'abbracciarsi staccano dalla parete il ritratto del defunto padre delle tre sorelle; o ancora la scena in cui un Veršinin assai nervoso e tremolante, nel tentativo di accendersi una sigaretta disperde sul pavimento un'intera confezione di fiammiferi.

Le scelte audaci di Haußmann non stonano affatto. Al contrario riescono pienamente nell'intento di mettere in luce la sofferenza e la disperazione dei personaggi attraverso l'ironia e il ridicolo. La scena finale è un esempio di questo mix di pena e comicità: Maša e il colonnello Veršinin non riescono a separarsi e quest'ultimo finisce per trascinarsi dietro l'amante attaccata alle caviglie finché Olga e Kulygin (Boris Jacoby), marito di Maša, intervengono con la forza per separarli. Con i suoi stratagemmi tragicomici, che fanno sfumare il sentimento in imbarazzo e ridicolaggine, Haußmann riesce a rendere egregiamente lo spirito critico čechoviano.

Gloria Reményi

Ultima modifica il Domenica, 28 Febbraio 2016 05:18

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