mercoledì, 12 agosto, 2020
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TROTE - regia Paolo Triestino e Nicola Pistoia

Trote Trote Regia Paolo Triestino e Nicola Pistoia

di Edoardo Erba
Interpretato e diretto da Paolo Triestino e Nicola Pistoia
Con Elisabetta De Vito
Scena di Elisabetta Ricci
Costumi di Isabella Rizza
Nuova Compagnia di Prosa
Alla Sala Umberto di Roma, dal 10 al 29 maggio 2011

www.Sipario.it, 12 giugno 2011

A cosa fa pensare un pescatore notturno, guardingo e silenzioso, che attende il pesce abboccare all'amo? Per me è la traslazione di un Achab stanco, impigrito, senza più balene da inseguire, ma indissolubilmente legato ad un sfida d'acqua, fluida e furtiva, non più eroica.

E un meccanico d'auto? Ad una sottospecie di Archimede (pitagorico), frenetico e arruffone, anch'egli predatorio, ma di essere umani cui riparare l' auto e salassare il portafogli. Una creatura tendenzialmente volgare, traffichina, un pò ladra.

E' quasi certo che dal contatto, dal fortuito - "teatralmente" indispensabile- incontro fra i due, scaturisca una farsa o una tragedia, oppure un misto di tali elementi, qui in forma di paradosso, di comicità stralunata e minacciosa. Tanto più se "appoggiata" ad una lingua romanesca che, nella stesura di Edoardo Erba, non ha i connotati del Belli, di Pasolini, ma quelli più sbrigativi fescennini della commedia di costume che (sin dai tempi di Plauto) si trasforma in apologo esistenziale, in incubo fra immaginazione e realtà allo sfascio (dell'umana carrozza?)

Maurizio e Luigi (il meccanico e il pescatore) si incrociano in una notte di nebbia e di freddo, riottosi l'uno all'altro, sconosciuti come due personaggi di Koltés, su un pontile del fiume Aniene, stanzialmente occupato dal pescatore Luigi. Che è brusco, sarcastico, stralunato come certe creature "a parte" invise alla passività di ciò che a Roma si dice "abbozzare al destino".

Maurizio, il meccanico compulsivo e profondamente vile (nella sua apparente simpatia, voglia di contatto umano) ha raggiunto Luigi non per imparare a pescare,ma per recapitargli, esitante messaggero di sventura, una cartella medica che per errore (d'una infermiera) era finita tra le sue mani. Pessime notizie: il referto è un tumore al polmone e un'aspettativa di vita ridotta a pochi mesi. Ma è notizia senza rivelazione, dacchè Maurizio avrà timore (pietà) di sconquassare la vita di un uomo così solingo e bislacco, persino trepidante all'idea andare a nozze con la badante rumena della madre. Errore. La verità, come le trote, verrà a galla, non come un pesce qualsiasi ma come un "pesce perfetto". Ed in circostanze che travolgeranno la vita di entrambi gli sconosciuti.

L'allestimento di Triestino e Pistoia, che sono anche gli interpreti (eccellenti) dello spettacolo, ha un andamento buio, surreale, a tratti solenne (come nel precedente "Muratori", sempre di Edoardo Erba). In una sorta di incontro suppletivo fra il suddetto Koltés e certi "equivoci", ambiguità, slittamenti di significato (e di comprendonio) tipici del teatro di Pinter. Lo scenario sociale degli accadimenti- la vita cupa ed anonima di due inoperosi-operai, l'uno distrutto dalla diossina, l'altro dal terrore di "dire" la verità, trafugando alla routine qualche boccone di sessuali sveltine, per poi sentirsene in colpa rispetto alla moglie- coincide in fondo con quel che, scenicamente, li ingloba e li risucchia, sino alla morte (Luigi) e alla patologia mentale (Maurizio). Che qui è graticcio di praticabili, passerelle, tubi innocenti, scaraventati con funzionalità dal fondo scena in poi come a rappresentare una specie di acquatica cantina (della memoria) che si allaga di (precoce) demenza senile, di smemoratezza quasi da ridere. Per reiterazioni parossistiche, come in certi film di Sergio Citti.

Angelo Pizzuto

Ultima modifica il Lunedì, 23 Settembre 2013 07:00

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