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PUEBLO - regia Ascanio Celestini

"Pueblo", regia Ascanio Celestini "Pueblo", regia Ascanio Celestini

di Ascanio Celestini
Regia: Ascanio Celestini
Interprete: Ascanio Celestini e Gianluca Casadei
Musiche: Gianluca Casadei
Voce: Ettore Celestini
Luci: Danilo Facco
Produzione: Fabbrica, RomaEuropa Festival 2017, Teatro Stabile dell'Umbria
Genova, Teatro dell'Archivolto, dal 22 al 24 marzo 2018

www.Sipario.it, 27 marzo 2018

L'attore e autore Ascanio Celestini ha saputo, nel corso degli anni, mantenere viva un'arte che vive di un continuo e originale laboratorio antropologico e artistico. Pueblo, seconda parte di una trilogia iniziata con lo spettacolo Laika, conferma la sempre più grandiosa forma di teatro che sfugge ad ogni facile categorizzazione. Il teatro dell'autore romano continua a perfezionare una drammaturgia ed un'umanità che ha del sorprendente. Pueblo riprende, nei toni, nella musica e nella scenografia l'ambiente già conosciuti in Laika e in alcuni dei suoi spettacoli più recenti. Celestini rovescia la storia e le frammenta in storie solitamente fuori dal cono d'ombra nel quale sono relegate, intrecciando vicende umili ma orgogliose. Così come l'artista romano ci aveva abituato nelle narrazioni precedenti, Pueblo è una vera e propria epica del comune e di ciò che è spesso disumanizzato dall'indifferenza, ma che trova la propria eroicità proprio nella resilienza e nella solidarietà. Ancora una volta la scenografia evoca un mondo simbolico e surreale, dove Celestini e il fisarmonicista Gianluca Casadei, il Pietro che parla con la voce registrata del piccolo Ettore Celestini, inscenano un testo sospeso tra prosa e poesia. A questo punto della sua carriera Celestini sembra appunto l'autore di una poesia che, pur ricordando gli elementi pasoliniani a lui cari, ha tratti di una originalità riferibile solo alla propria scrittura drammaturgica. Questa poesia permea tutta la drammaturgia di Celestini e ha una capacità di empatia e coinvolgimento non comune. Da quella finestra il protagonista e Pietro guardano verso il pubblico e la parola riesce a dare profili e fisicità a storie con le quali è facile misurarsi o anche immedesimarsi. Gli occhi del poeta non solo vedono, ma osservano e penetrano la profonda sensibilità delle vite che animano gli angoli bui della società e della coscienza. Se questo è un dato già presente in spettacoli precedenti, nel caso di Pueblo si assiste ad uno spettacolo in cui l'oppresso e la vittima non solo non si sentono tali, ma anzi sublimano i loro gesti quotidiani in rituali che hanno tratti di quotidiana regalità. Il ritmo della narrazione è rapido, denso ma perfettamente fruibile grazie a una presenza scenica sapiente e oramai di certo valore. Voce e musica si accompagnano sottolineandosi l'un l'altra quasi che facciano parte dello stesso suono e spesso le parole – o i versi – di Celestini quasi sono sospese su queste note. Pueblo, inteso come testo e come spettacolo in scena, immerge le vicende che lo compongono in uno stato quasi onirico, quasi che i personaggi che si alternano nella narrazione realmente facciano parte di un pantheon appartenente ad una realtà altra rispetto alle vicende che sembrano destinati a sconfiggerli. Lo sguardo sugli ultimi diventa così, più che una civile presa di coscienza, il racconto di una visione di una profonda e quasi perduta umanità.

Gabriele Benelli

Ultima modifica il Mercoledì, 28 Marzo 2018 08:41

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