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CAVALLERIA RUSTICANA - regia Gianpiero Borgia

Cavalleria rusticana Cavalleria rusticana Regia Gianpiero Borgia

di Giovanni Verga
regia Gianpiero Borgia
architetture di scena Alvisi-Kirimoto
costumi Giuseppe Andolfo
panorama sonoro Papaceccio MMC & Cespo Santalucia, movimenti di scena Donatella Capraro, luci Franco Buzzanca
con David Coco, Caterina Misasi, Giovanni Guardiano, Claudia Potenza, Barbara Gallo, Nellina Laganà, Leonardo Marino, Fabio Costanzo
Produzione Teatro Stabile di Catania 2011

www.Sipario.it, 4 gennaio 2011
www.Sipario.it, 21 dicembre 2010
CInemasessanta, dicembre 2010

"Cavalleria rusticana" di Giovanni Verga, nella rilettura di Gianpiero Borgia, è il tipico esempio d'uno spettacolo le cui note di regia vanno da una parte e la messinscena dall'altra. Per grandi linee, e citando (a sproposito) recenti casi di cronaca nera- sezione televisiva di "amore criminale"- si intenderebbe "stupire" il pubblico meno avvezzo alle "contaminazioni" ribalde, alle infrazioni dell'iconografia acquisita. E, in parte, qualcosa va a segno. Poiché non v'è dubbio che, trasferita dal campestre verismo verghiano al più prossimo ghetto suburbano di un quartiere satellite (cloaca dello scempio edilizio), la cupa vicenda d'amore e di morte (messa in moto più dalla giovane Santuzza che dal fedifrago "femminaro" Turiddu) riscontra una sua rinnovata credibilità, una sua potenziale ragion d'essere. A condizione che essa venga ricontestualizzata, capillarmente collocata nell'ambito di precise dinamiche di avidità, dominio, rapacità, regolamenti (di conti) posti al vertice del degrado (passionale, pater-matriarcale) di ciò che si è stata l'involuzione antropologica dell'istituto coniugale- cellula (de)generativa d'ogni altra aggregazione socio-familistica.

Sostituita, nell'arco d'un secolo, dall'emersione del tribalismo affaristico, del clan di appartenenza e riconoscimento - il cui codice d'onore travalica il tema dell'adulterio e si afferma quale sistema di interessi criminogeni, quindi pregiudizievoli alla stessa idea di comunità solidale. In questo senso- oscillando fra docu-dramma e frullato di fiction ad alto tasso d'esagitazione (mimico-meccanica-futurista) lo spettacolo di Borgia sembra però restringersi nell'angusto spazio del "fattaccio di cronaca" (e d'appendice), privo di quella ragion d'essere che dovrebbe connotarne l' ampliamento d'orizzonte (penso ad archetipi quali "La sfida" di Francesco Rosi, "Gomorra" di Matteo Garrone) e il passionale incastro all'interno di più infernali gironi mediterranei. Dove il sole lessa le teste e coscienze fumantine. Espletandosi, in questo caso, in uno stridulo incrocio tra nobilitazione della "sceneggiata" ed accenni, peraltro disagiati, ad esperienze di teatro- danza che, giusto in Sicilia, soffrono dell'arduo paragone con i piccoli capolavori itineranti di Roberto Zappalà e company.

Ed allora? Manca un amalgama che vada oltre i "mezzi" espressivi che non siano le singole qualità degli attori-factotum: e quindi la materia coreutico-corale degna di dare a "Cavalleria rusticana" l'avvincente respiro di musical dal cuore antico (sul calco primigenio di "West side story"), potenzialmente immaginato sulle tracce del Von Trier di "Dogville" (i luoghi deputati dell'intreccio, non più minimali, sono qui ingombranti gigantografie di casermoni), ma inopinatamente ristretto ad una sorta di tarantolata con musica Rem ("Losing my religion") e recondite strizzate d'occhio a certa cinematografia partenopea (Corsicato, Ciro Ippolito) che si erge sul frastuono erotico eccitato di compulsivo folklore. Poco male, si replica ad oltranza.

Angelo Pizzuto

La "Cavalleria Rusticana" di Giovanni Verga, capolavoro verista, al Teatro Verga di Catania, diventa la "Cavalleria" di Gianpiero Borgia.

Come in un film, della durata di un'ora e dieci minuti, senza intervallo, si sviluppa il dramma di Turiddu, Santuzza e Lola, atto unico, rivisitato dal regista Gianpiero Borgia, come in un reality teatrale innovativo, una danza continua di intrecci e di ruoli che concentra il tempo del dramma, quasi un mese chiuso dal giorno di Pasqua, quando Turiddu viene ucciso.

Lo spettacolo si apre e si chiude, appunto, con le immagini, in diretta, dell'uccisione di Compare Turiddu, col sottofondo musicale di una canzone famosissima dei R.E.M., "Loosing my religion", che accompagna l'intera messa in scena. Le emozioni, i sentimenti scaturiscono da questo sconvolgente atto di violenza, dal perdere il senno dei protagonisti rinforzati e supportati dalla musica ossessiva e frastornante, a volte, fino alla follia, trasformata in danza (la sfida finale). La messa in scena richiama alla mente i fatti cruenti dei nostri giorni e le ricostruzioni delle scene dei crimini nei processi mediatici di tv e stampa, dando corpo e modernità a questa rappresentazione, anche attraverso i vortici delle danze, appunto, che fanno riaffiorare tutte le sfumature dei sentimenti.

La trama è quella di "Cavalleria Rusticana" novella del Verga appartenente alla prima raccolta di novelle intitolata "Vita nei campi", pubblicata nel 1880. Ambientata in un paese siciliano, Vizzini, nel secondo Ottocento. E' uno dei testi più noti di questo scrittore : infatti la trama venne utilizzata per il libretto dell'omonima opera di Pietro Mascagni.

E' una storia d'amore, di gelosia, di tradimento, che posson muovere gli uomini a fare le cose più impensabili, ma anche una critica a quelle "regole" di una assurda cavalleria, come il morso all'orecchio che indica la sfida: regole passate, vecchie, ma che sono radicate nella gente, non insite nei luoghi.

Lo spettacolo risulta interessante, attuale ed innovativo sia nella trasposizione registica, recitativa, che in quella delle immagini, date dalla scenografia essenziale dello studio Alvisi-Kirimoto, in contrasto con il "rosso" dei costumi di Giuseppe Andolfo. Interessante anche per la resa degli attori, protagonisti della scena televisiva, delle fiction, e cinematografica: David Coco (Turiddu Macca), Caterina Misasi (Santuzza), Giovanni Guardiano (Compar Alfio di Licodia), Claudia Potenza (la gnà Lola, sua moglie), Barbara Gallo (Comare Camilla, moglie dello zio Brasi), Nellina Laganà (la gnà Nunzia, madre di Turiddu), Leonardo Marino (lo zio Brasi), Fabio Costanzo (Pippuzzo).

Ne risulta una rappresentazione di rottura con il passato e di denuncia. Il tema della gelosia è il leitmotiv anche di questa versione, ma in chiave moderna o meglio odierna, quella della nostra società, del vivere di ogni giorno, delle scelte politiche, culturali, televisive che ci vengono imposte subdolamente (dai tagli economici dovuti alla crisi mondiale, compresi quelli alla cultura, alle fiction, i reality, le trasmissioni televisive, e tutto quello che contribuisce al degrado della società, della vita, dei valori eccetera). Tutto è sempre sopra le righe: parole e comportamenti, urlati, concitati a sottolineare la frenesia ed il tormento del vivere di oggi. I rumori della città sono sempre presenti nello spettacolo, a volte prorompenti sulla rappresentazione e sulla recitazione come è nella realtà. La musica ossessiva, vari i brani e su tutti la canzone dei R.E.M. sottolinea l'"essere allo stremo delle forze" ed anche il "non farcela più" come i protagonisti stessi. La recitazione e i movimenti degli attori sul palcoscenico e nella scena rivela figure inquietanti, senza pace, incoscienti, a volte, di quello che fanno e che gli accade intorno, che si rifugiano nei loro vizi quotidiani, il fumo, il bere, la libertà ad ogni costo, enunciata a gran voce, attraverso un megafono, da Turiddu.

Il grigiore e le brutture delle città sono sottolineati dall'allestimento scenografico, dalle abitazioni che ci conducono ad una ipotetica Vizzini, "Librino", alla strada, la caserma dei Carabinieri, alla casa della gnà Nunzia, al palazzo di cemento simbolo delle illegalità, del degrado, ad anonimi edifici del quartiere più popoloso e malfamato di Catania, ma non solo di questa, della Sicilia, dell'Italia e perché no? del mondo intero, che, però, celano al loro interno mondi vitali, anche passionali che si intravedono in trasparenza dietro le facciate delle case. E ancora la scena ci conduce alla consapevole trasposizione dei fatti di cronaca realmente accaduti in fiction e processi mediatici odierni. Immagini realizzate in bianco e nero, fotograficamente, esplicite e crude del suddetto quartiere, su grandi pannelli in PVC microforato, creano un'inquietante, moderna e similare ambientazione originaria dell'opera. E infine la piazza in cui si svolge e si svela l'intreccio delle gelosie tra e dei protagonisti, a cui solo la tragedia finale può dare rimedio, liberarli.

Gli unici elementi a colori della scena, oltre i costumi, sono l'insegna dei Carabinieri, protagonisti dell'indagine sulla scena del crimine e la pianta di fico d'india, dove i frutti simboleggiano la "roba", che ci riconduce ancora al Verga ed alle sue opere, all'attaccamento ed alla materialità.

È appunto attraverso i contrasti del bianco e del nero, del rosso dei costumi e del sangue, delle immagini, le trasparenze e le ombre proiettate, ingigantite che avviene l'omicidio di Turiddu, ad aprire e chiudere lo spettacolo, a dare drammaticità alla scena, alla vista non vista del pubblico in sala, con un riferimento preciso alla cronaca nera, sempre presente nei telegiornali ed in talune trasmissioni trasformate in aule di processi mediatici, ai reality passati sul piccolo schermo, a soddisfare la voglia di voyeurismo che incombe a dismisura, purtroppo, ed in modo esasperato nella nostra società cosiddetta "moderna". I sentimenti, la passione, i tradimenti, il desiderio, la religione, la violenza, rappresentati, anche, attraverso l'unico colore dei costumi, il "rosso", più o meno intenso, contraddistinguono questa rappresentazione moderna, contemporanea ma allo stesso tempo fedele al grande scrittore verista . Il "rosso" del sangue, della rabbia, della gelosia accecante della vicenda, dei tramonti siciliani, la passionalità, che ci riporta, appunto, al testo del Verga, al sacrificio di Gesù, al suo sangue versato per la salvezza dell'umanità, nella totale indifferenza, come avviene ora per i crimini. Il clima ci riporta alle processioni, alle feste, al giorno della Pasqua, in cui avviene il tragico epilogo di quest'opera: l'omicidio di Turiddu, che ci riconsegna alla nostra realtà. Alla resurrezione della vita, in contrapposizione alla morte dei valori della vita, dell'amore, dell'amicizia, alla morte delle città come aggregazioni delle genti, delle persone stesse, nella loro solitudine.

A dar valore a tutto questo l'immagini bellissima del "clochard" Pippuzzo, un ragazzo semplice e puro, che vaga attraverso la scena con il suo carrello della spesa di un supermercato: la sua "casa", piena di oggetti, di ricordi, di musica (la musica della vita) ascoltata attraverso le cuffiette, che lo isolano dalla città e dai rapporti umani.

La società moderna, divoratrice di sentimenti e valori, non lo riconosce più come elemento produttivo utile e quindi lo circonda di silenzi che esprimono disagio, povertà, incomprensione nei confronti della sua scelta di vita.

Ma la sua poesia, la delicatezza dei suoi sentimenti esplodono "a bassa voce" quando dà l'annuncio della morte del figlio alla gnà Nunzia, nel clima di festa della Pasqua, rompendo l'indifferenza della gente presa nel vortice del "niente". Bellissima la citazione della "Madonna scarlatta", che ricorda la Madonna di Antonello da Messina, sullo sfondo, illuminata in trasparenza dietro un pannello della scena, disperata, angosciata, piangente per la perdita del suo amore, della sua stessa vita.

Da ricordare, primo fra tutti il regista Gianpiero Borgia, gli interpreti tutti, Giuseppe Andolfo per i costumi, Alvisi-Kirimoto per la scenografia, Papaceccio MMC & Cespo Santalucia per le musiche, Donatella Capraro per i movimenti, Franco Buzzanca per le luci, tutti i tecnici e le maestranze.

G.G.

"Cavalleria rusticana" di Giovanni Verga, nella rilettura di Giampiero Borgia intende spiazzare il pubblico meno avvezzo alle riletture ribalde, alle infrazioni dell'iconografia acquisita. E, in parte, vi riesce. Poichè non v' è dubbio che, trasferita dal campestre verismo verghiano al più propinquo, caotico ghetto suburnano di un quartiere satellite (cloaca dello scempio edilizio), la cupa vicenda d'amore e di morte (messa in moto più dalla giovane Santuzza che dal fedigrafo,"femminaro" Turiddu) riscontra una sua rinnovata credibilità, una sua potenziale ragion d'essere. A condizione che essa venga ri-contestualizzata, capillarmente collocata nell'ambito di precise dinamiche di avidità, dominio, rapacità, regolamenti (di conti) posti al vertice del degrado (passionale, pater-matriarcale) di ciò che si è stata l'involuzione antropologica dell'istituto coniugale- cellula (de)generativa d'ogni altra aggregazione socio-familistica. Sostituita, nell'arco d'un secolo, dall'emersione del nucleo affaristico, del clan di appartenenza e riconoscimento- il cui intimo codice d'onore travalica il tema dell'adulterio e si afferma quale sistema di interessi criminogeni, quindi pregiudizievoli alla stessa idea di comunità solidale. In questo senso- oscillando fra docu-dramma e frullato di fiction ad alto tasso d'esagitazione- lo spettacolo di Borgia sembra restringersi nell'angusto spazio di un "fattaccio di cronaca" (e d'appendice) privo di quella ragion d'essere che dovrebbe connotarne ampliamento d'orizzonte (penso ad esempi quali "La sfida" di Francesco Rosi, "Gomorra" di Matteo Garrone) e passionale incastro all'interno di più infernali gironi mediterranei. Dove il solo cuoce le teste e le coscienze all'ammasso. Espletandosi, in questo caso, in uno strambo connubio tra nobilitazione della "sceneggiata" ed accenni, peraltro disagiati, ad esperienze di teatro- danza che, giusto in Sicilia, soffrono dell'arduo paragone con i piccoli capolavori itineranti di Roberto Zappalà e company. Come dire? Mancano sia i "mezzi" espressivi (che non siano le singole qualità di mimesi recitante), sia la materia coreutica per dare a "Cavalleria rusticana" l'avvincente respiro di musical dal cuore antico (sul calco primigenio di "West side story"), potenzialmente immaginato sulle tracce del Von Trier di "Dogville" (i luoghi deputati dell'intreccio, non più minimali, sono qui ingombranti gigantografie di casermoni), ma inopinatamente ristretto ad una sorta di tarantolata con musica Rem ("Losing my religion") e minime strizzate d'occhio a certa cinematografia partenopea (Corsicato, Ciro Ippolito) che si erge sul frastuono erotico e si eccita di neo-folklore compulsivo.

Angelo Pizzuto

 

Ultima modifica il Lunedì, 12 Agosto 2013 11:15

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