lunedì, 09 dicembre, 2019
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TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, 72° CICLO DI SPETTACOLI CLASSICI, 19 settembre - 27 ottobre 2019: "MEDEA PER STRADA", regia Gianpiero Borgia. -di Francesco Bettin

Elena Cotugno in "Medea per Strada", regia Gianpiero Borgia. Foto Norbert Elena Cotugno in "Medea per Strada", regia Gianpiero Borgia. Foto Norbert

MEDEA PER STRADA
di Fabrizio Sinisi e Elena Cotugno
con Elena Cotugno
ideazione e regia Gianpiero Borgia
allestimento scenico Filippo Sarcinelli
progetto luci Pasquale Doronzo
foto di Marcello Norberth
produzione Teatro dei Borgia
Vicenza, spettacolo itinerante a bordo di un furgoncino,
72.mo ciclo di spettacoli classici, 1-13 ottobre 2019

Via, si parte. A bordo di un furgone sette persone, destinazione chissà. Non si fa in tempo a pensarlo che una mano batte forte su carrozzeria e finestrini, vuole salire. E' una sera come tante altre, è buio, la città si confonde, diventa cento, mille altre città. Accanto ai sette (spettatori, per ogni replica) si accomoda, grazie alla cortesia dell'autista, una ragazza. Dice di essere rumena, parla un italiano in effetti mediato, e con gentilezza dapprima si scusa, poi inizia a raccontarsi. Piano piano, delicatamente, porge la sua esistenza, di chi è arrivato in un paese per lei straniero, e, detto in breve, finita sul marciapiedi inseguendo un sogno, un amore rosso di capelli, che gli darà anche due figli. La Medea moderna va così in scena, sulle strade di Vicenza in questo caso, e inizia un'altra tragedia dello straniero, una ripetizione vista e sentita molte altre volte, ma mai abbastanza e questo dobbiamo tenerlo a mente. La ragazza che non ha nome, ma non ha importanza, un nome vale l'altro, racconta di sé, del suo papà, "uomo terribile", dell'infanzia in Romania, del suo contare sempre, qualsiasi cosa, dell'amore inseguito e soprattutto della strada. Medea contemporanea si diceva, con tutta la forza che il mito si porta appresso. Salta subito all'occhio (orecchio) il tunnel nel quale la sua vita va ad incanalarsi, senza speranza, senza apparentemente un rifiuto, lasciandosi andare perché alla fine, delle nostre tragedie, "che dobbiamo fare? E' la vita che è così". La tensione sale a mano a mano che i minuti passano, nonostante il tentativo di mettersi in relazione agli altri, con tutta la buona volontà, e l'umiltà di chi, essendo straniero, è comunque un ospite in una terra non sua. Lo spettacolo itinerante segue passo passo l' esperienza che la stessa attrice ha compiuto da volontaria, collaborando a progetti mirati con assistenti sociali e associazioni, scavando direttamente sul campo e toccando con mano, in Puglia (terra di confine, da dove ad esempio si vede l'Albania) situazioni tragiche, vite comuni che si incrociano, tristezze personali desolanti. Sono minuti sempre più tristi quelli che vanno in scena perché mai come stavolta la scena è la vita, quella vita, quella che ognuno si augura di non provare mai. Proviamo a pensarlo però, se siamo fortunati e non ci sfiorano quegli accadimenti bisogna ringraziare il cielo, o il destino, ognuno creda quello che gli pare. Fatto sta che la migrante protagonista, bella, appariscente, giovane ma già avanti con l'esperienza, e viceversa, snocciola a uno a uno le sue più tremende, inenarrabili quotidianità. Le botte, i clienti che vanno e vengono, lo squallore di una vita da dimenticare, da superare. C'è una scena altamente simbolica, da brividi, quando lei ascoltando una delle sue canzoni preferite dal cellulare, si toglie simbolicamente una serie infinita di slip, mostrando il nudo baratro , l'impossibile, in teoria, da pensarsi in una società civile, negli anni Duemilaepassa. E poi altri racconti, la sosta in zona industriale, la campagna. Il sesso atteso, impavidamente, come una sfida continua. E l'epilogo, quando, come Medea, racconta dell'uccisione dei suoi figli proprio per non aver potuto e saputo perdonare il loro padre, traditore, insaziabile padrone di carne umana, di un sesso confinato, brutalizzato. E, prigioniera delle sue ultime analisi, levata la parrucca, con gli occhi sbarrati, la ragazza scende dal furgoncino, abbandona i propri compagni di viaggio: subentra il vero gelo, quello che ti annichilisce, per diversi minuti, in silenzio. Elena Cotugno è bravissima a rendere una storia da brividi come tante, che arriva al profondo del cuore, porta all'immedesimazione, soprattutto allo sconforto vero. Mai un secondo di distrazione, mai una sbavatura, da grande attrice. Il Teatro dei Borgia dà una stilettata di grande classe, che rimarrà indimenticabile, ferita sempre aperta. Intanto tutto, fuori in strada, continua come nulla fosse. Quella strada che nasconde così bene i suoi segreti, le sue tragedie. Per la cronaca, il furgoncino è guidato dall'attore Raffaele Braia.

Francesco Bettin

Ultima modifica il Domenica, 13 Ottobre 2019 19:42

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