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CAPASCIACQUA - regia Marina Confalone

Capasciacqua Capasciacqua Regia Marina Confalone

di Luciano Saltarelli e Marina Confalone
regia: Marina Confalone
scene e costumi: Annalisa Ciaramella
con Marina Confalone e Pino Strabioli
Roma, Teatro della Cometa, dal 29 gennaio al 17 febbraio 2008

www.Sipario.it, 1 marzo 2008
Il Tempo, 31 gennaio 2008
La Stampa, 3 febbraio 2008
Il Manifesto, 10 febbraio 2008
Corriere della Sera, 2 febbraio 2008
E Strabioli si fa in sei per la Confalone

Nel bel mezzo di una fortunata tournèe, farcita di recite disseminate a tappeto su tutta la penisola (per il momento isole escluse), ritorna a Roma, questa volta in un Teatro della Cometa stracolmo, lo spettacolo scritto da Marina Confalone e Luciano Saltarelli, Capasciacqua, diretto e interpretato dalla stessa Confalone, una riflessione agrodolce sul mondo del teatro raccontato da dietro le quinte, nata nel segno di Peter Sellers, autore molto amato dall’attrice napoletana.
Il pretesto è un provino di una casalinga di mezza età, originaria di un paese non identificato della bassa Campania, Palmira Portarapillo, che ad un certo punto della sua vita decide di voler far l’attrice. A dire il vero, non è stata esattamente una sua scelta, ma c’è dietro addirittura un disegno divino. Durante un pellegrinaggio alla Madonna di Papisciano, un prete nero le predice infatti la nuova strada da seguire. Palmira, apparentemente dalla stupidità senza confini, una ‘capasciacqua’ appunto, è fortemente intenzionata a realizzare il perticolare sogno in cui è si è trovata suo malgrado catapultata.
Le fa da spalla un Pino Strabioli, che, grazie a rapidi cambi di costume e ad un abile uso di inflessioni dialettali, dà credibilmente vita a ben sei personaggi quanto mai equivoci, a partire dal regista pieno di sé, intenzionato a mettere in scena uno spettacolo lungo centoquaranta ore. Capasciacqua nella realtà dura invece settanta minuti di esilarante comicità.
In scena, una semplice sedia di legno: il palco è completamente vuoto, quasi a mettere a nudo i meccanismi del teatro, mentre i costumi di Annalisa Ciaramella disegnano la psicologia dei vari personaggi.

Palmira, matricola numero 349 in questa improbabile serie di provini, non ha nessun monologo da recitare, ma si porta appresso la sua prelibata cotognata di mele. Viene brutalmente respinta dal regista, ma lei con caparbietà, rimane in teatro, sempre per assecondare il volere divino. Qui incontra il tecnico elettricista (ancora Strabioli) che cerca di farle aprire gli occhi, ma la realtà che circonda Palmira è molto più grande di lei.
Lo spettacolo scivola con estrema facilità da un incontro a un altro: ecco apparire il critico compiacente che, in partenza verso qualche paradiso esotico, lascia sulla scrivania del regista la recensione dello spettacolo che non ha ancora debuttato. Si presenta pure al provino un’attricetta, costretta a doppiare telenovele per sopravvivere, una delle parodie meglio riuscite dell’istrionico Strabioli.
La nostra Palmira non si arrende. Vuole andare avanti. Rimasta sola, nell’attesa materializza i ricordi della sua vecchia e lucida madre e di un  giovane musicista di strada dai capelli color pannocchia che ha saputo sfiorarle il cuore. Palmira è talmente fuori dalla realtà da sfociare in una paradossale e acuta saggezza, rappresentando così la ‘capasciacquaggine’ nella sua evidenza più drammatica.
Al suo rientro in sala, il regista, sempre più spazientito, pensando di essere da solo, si lascia andare a commenti molto pesanti nei confronti di Palmira, che, rimasta dietro le quinte in cerca della sua lente a contatto, ascolta tutto. Quando il regista denigra persino la cotognata fatta in casa, Palmira, anima e vittima, senza freni inibitori e con i suoi miseri strumenti, disamina con violenza e senza volgarità una denuncia contro riconoscibili malcostumi italiani ricorrenti. Il regista, affascinato dalla inconsapevole vis espressiva della sventurata, le affida il ruolo della protagonista, momento suggellato da una breve apparizione in scena della Madonna in persona.
Sulle note di I’m just a gigolo i due attori salutano con passi di danza prestati da Pappi Corsicato il pubblico festante con in prima fila Fausto Bertinotti e signora.

Cosimo Manicone

«Capasciaqua», un'ora e dieci tutta da ridere

Una storia fuori dall'ordinario in cui la protagonista, con la sua inadeguatezza, scatena situazioni comiche e dona a un personaggio così alieno dalla realà una paradossale e acuta saggezza. Debutto favorevole e scontato al Teatro «La Cometa» per «Capasciacqua» atto unico scritto, diretto e interpretato da Marina Confalone, Pino Strabioli e Luigi Cricelli.
Una commedia originale incentrata sul mondo del teatro raccontato con gli occhi di una donna ingenua e stupida decisa a realizzare un sogno: diventare attrice. Capasciacqua in napoletano vuol dire «testa vuota» e la stupidità della protagonista, alle prese con un provino, rappresenta una vera e propria forma di disadattamento e stupore verso le persone e le cose. In «Capasciaqua» l'interpretazione di Marina Confalone prevale sul testo che tuttavia risulta leggero e divertente.
Molti i colleghi presenti alla prima di «Capasciacqua» in cartellone fino al 17 febbraio: Lina Sastri, Urbano Barberini, Pino Ammendola, Maria Letizia Gorga, Erminia Manfredi, Paola Saluzzi, Max Gigliucci, Fiordaliso, Giulio Farnese. In prima fila anche Fausto e Lella Bertinotti.

Cin.Tra.

Dialogo ascoltato all’uscita del teatro della Cometa, a Roma. Primo spettatore (alla sua compagna): “Ma in fondo, che abbiamo visto? Solo una cosetta divertente”. Secondo spettatore (intromettendosi): “Permette una domanda?” “Prego”. “Lei va spesso a teatro?” “Veramente, no. Anzi , quasi mai. Perché me lo chiede?” “Beh, se ci andasse più spesso, il fatto di essersi divertito non le sembrerebbe tanto normale”.
Ecco tutto quello che c’è da dire su Capasciacqua, piccolo intrattenimento di 70 minuti scritto da Luciano Saltarelli e Marina Gonfalone, e poi diretto e interpretato da quest’ultima accompagnata nella seconda capacità da Pino Strabioli. Sono gag divertenti – davvero divertenti, anche se divertenti e basta, senza secondi e senza la minima volgarità – imperniate su un unico personaggio, una casalinga piuttosto sprovveduta. Il pretesto è che costei è calata da un qualche paesetto campano per sostenere un provino per uno spettacolo teatrale, a quanto pare piuttosto impegnato. Le ragioni per cui a una donna così, oltretutto del tutto digiuna di esperienza nel campo, sia saltato il ticchio di cimentarsi in una prova del genere non vengono mai spiegate: a chi ogni tanto gliele domanda, ella risponde con divagazioni che si interrompono sempre prima della conclusioni. Gli interlocutori contro cui la sua tenacia successivamente si scontra sono un regista spazientito, una doppiatrice sua rivale nell’aspirare alla parte, una vecchia madre non poi così rimbambita, un “busker” o barbone musicista di strada, un critico. Forse ne ho dimenticato qualcuno, sono comunque tutte figurette sveltamente interpretate da Strabioli sotto vari travestimenti.
“Capasciacqua” a Napoli vuol dire testa vuota, la comicità nasce dunque dalla indistruttibile tontaggine della protagonista, per la quale la Gonfalone dichiara di essersi ispirata a Peter Sellers nei suoi deliri di idiozia. Naturalmente perché il minorato mentale faccia ridere bisogna che la sua inferiorità si accoppi con un difetto meno innato, come l’arroganza o la sicumera; e questa Capasciacqua appare adeguatamente ancorché infondatamente sicura di sé. Inoltre la rotazione dei suoi antagonisti fornisce una certa varietà. Strabioli è molto gradevole nella leggerezza con cui cambia parrucche, abiti, voci e accenti, senza eccessivi sforzi di virtuosismo ma contentandosi di accennare sorridendo. La sua corporatura chapliniana forma uno spassoso contrasto con la torreggiante Gonfalone, faccia rotonda e gambe lunghe alla Mary Poppins, dando vita a una serie di moscerini che le ronzano intorno senza mai forare la sua epidermide coriacea.
Le riserve che tutti esprimono sulla sua incapacità di aspirante attrice non scalfiscono mai la nostra, finché non fa traboccare il vaso un commento sprezzante sulla qualità della cotognata che ha fatto con le sue mani e ha portato in omaggio al regista. Il suo sfogo appassionato in questa occasione esibisce un temperamento che convince il regista a scritturarla, miracolo sottolineato nientemeno che dall’apparizione di una madonnina. Come avrete capito, la serata non rimarrà memorabile, ma nessuno dei convenuti rimpiange di esserci capitato.

Masolino D’Amico

La «divina» innocenza che salva dalle brutture del mondo

Sarà vero che l'innocenza rappresenta l'unico antidoto di lunga vita, contro l'ipocrisia e le bassezze del mondo? Non solo lo spiega ma ne ha assoluta certezza Marina Confalone che ancora fino al 17 febbraio propone sul palcoscenico del Teatro della Cometa a Roma Capasciacqua, settanta minuti di garbato intrattenimento scritto a quattro mani dalla stessa attrice napoletana con Luciano Saltarelli, e interpretato insieme a Pino Strabioli che si divide in numerosi personaggi. Capasciacqua nasce in realtà Palmira Portapirillo, donna stupida ma sarebbe più giusto definire ingenua, dotata però di una caparbietà tale da portarla a realizzare ogni suo proposito, che nella fattispecie è quello di recitare. Desiderio nato da un clamoroso equivoco che la donna spiega con innocenza all'insofferente quanto tronfio regista, davanti al quale si presenta nel corso di un improbabile serie di provini (è la «numero trecentocinquanta»): lei deve recitare per «volere divino». Inizia l'inevitabile gioco comico e delle parti che si sostiene soprattutto sulla prorompente abilità della Confalone di muoversi su più registri, sul canovaccio del misundestanding.
Palmira entra in contatto con una realtà che non capisce o percepisce solo in maniera superficiale, un sottobosco umano dove trovano posto il tecnico delle luci che le svela le bassezze del regista, l'attrice di teatro che per mantenersi fa la doppiatrice in una telenovela, il critico «amico» che ha scritto una recensione positiva a scatola chiusa.
Il mondo di Capasciacqua è manicheo, si divide in «buoni e cattivi»; nella prima categoria c'è la madre - in uno spassoso flashback la vediamo fuggire in un ospizio per sottrarsi alle soffocanti attenzioni della figlia- nella seconda il padre che le ha affibbiato sin dalla tenera età il soprannome per alludere alla sua sua mancanza di perpicacia. Donna «dai nobili sentimenti» capace perfino di giustificare il vagabondo che le ha spezzato il cuore ma non di perdonare il regista destinatario dell'unico momento d'ira della sventurata Palmira, per aver osato dubitare sulla bontà della sua «cotognata di mele». Scena che le garantirà, estremo paradosso, la parte da protagonista.

Stefano Crippa

Confalone e Strabioli, satirico duo

Palmira si presenta al provino del Grande Regista (che sta preparando un allestimento da 144 ore) senza uno straccio di monologo, ma con una cotognata di mele fatta con le sue mani. Era in chiesa quando il prete nero ha notato che non pregava e le ha chiesto: «Ma lei, perché non recita?». Palmira ha creduto che le stesse indicando la strada. E' la numero 349 per un ruolo che è già stato assegnato, e lo scopre trovando l'articolo di un critico consegnato al regista ancor prima di vedere lo spettacolo. Piccola satira su chi il Teatro lo fa e su chi lo osserva ("'O teatro. M'aspettavo gente avanti e indietro che sorrideva... Che solitudine!"), ma soprattutto bellissimo e realistico ritratto di donna svampita, Capasciacqua (testa vuota) è alla Cometa (fino al 17) con un'intensa Marina Confalone (sua anche la regia) e un comico Pino Strabioli, che di personaggi ne interpreta cinque, divertendo il pubblico con scialli e parrucche. Il testo, scritto dalla regista e da Luciano Saltarelli, racconta di una donna che con la sua non retorica ingenuità sbaraglia le regole del prevedibile. Senza accorgersi che anche lei, scelta come star dello show, deve tutto alla moda del momento: il recupero di certo folklore che forse garantisce la veracità.

Paola Polidoro

Ultima modifica il Lunedì, 12 Agosto 2013 07:31

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