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ANTIGONE OVVERO UNA STRATEGIA DEL RITO - regia Elena Bucci

Antigone Ovvero una strategia del rito Antigone Ovvero una strategia del rito regia Elena Bucci

da Sofocle, progetto ed elaborazione drammaturgica di Elena Bucci e Marco Sgrosso
regia di Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso
con Elena Bucci (Antigone), Marco Sgrosso (Creonte), Daniela Alfonso (Corifeo), Maurizio Cardillo (Tiresia/Corifeo), Nicoletta Fabbri (Ismene/Coreuta), Filippo Pagotto (Emone/Coreuta), Gabriele Paolocà (Guardia/Coreuta); disegno luci Maurizio Viani; suono e sensori Raffaele Bassetti; direzione tecnica Giovanni Macis; luci Davide Cavandoli; costumi Nomadea e Marta Benini; assistente all'allestimento Alessandro Sanmartin; organizzazione Federica Cremaschi; distribuzione Emilio Vita per Argante; ufficio stampa CTB Bianca Simoni - ufficio stampa Le belle bandiere Giulia Calligaro
a Brescia, Teatro Sociale, 13 gennaio 2012
Teatro Ariosto, Reggio Emilia, 12, e 13 febbraio 2013

www.Sipario.it, 14 febbraio 2013
www.Sipario.it, 18 gennaio 2012

Nel buio del palazzo di Tebe, lontano dalla luce del sole, dal fulgore della ragione e del vero si consuma nuovamente il rito: il sacrificio della volontà che soccombe al potere, degli affetti annientati dalla dikè, del coraggio piegato dalla legge degli uomini, dell'amore asfissiato dall'obbedienza e dal castigo. Un rito nel rito: il teatro celebra la figlia d'Edipo, metonimia essa stessa del teatro, della ricerca del giusto e del buono secondo coscienza, della purificazione collettiva dal male.
La tragedia sofoclea d'Antigone, con la regia e l'intensa interpretazione di Elena Bucci, si impregna di tenebre e si riscatta nel gioco di rifrazioni e superfici specchiate che riflettono la luce che manca nella città dalle sette porte – una tomba oscura, in cui non penetrano che ombre, la prefigurazione d'un Ade violato da luci stroboscopiche -, offuscata dalla hybris del tiranno Creonte, che ancora,dopo millenni, bestemmia la divinità e la morte, proibendo alla sorella la sepoltura di Eteocle, il traditore della patria, esposto allo sfacelo e al banchetto dei rapaci.
L'Antigone di Bucci e Sgrosso è ridotta all'essenziale, epurata dal superfluo, filologicamente precisa e calata con riferimenti minimali in un tempo indefinito, tra il medioevo e la fantascienza, universale nella sua indeterminatezza, sulla cui scena si stagliano maestose le mitiche, granitiche e fragili figure dei giganti: Antigone, la sorella Ismene, Creonte e il suo furor, il mite ribelle Emone e Tiresia. Al loro fianco, in una concatenazione gestuale centellinata, attenta, puntualissima, il corifeo e tre coreuti, la voce della città sconvolta dalla lacerante guerra fratricida tra Eteocle e Polinice e ora piegata al giogo tirannico della cieca autorità di Creonte.
Gli dei e le erinni in questa tragedia di uomini non trovano spazio.
Lo scontro tra il figlio di Meneceo-Sgrosso e la nipote è feroce e contenuto, in un equilibrio compositivo della scena di estrema pulizia e forza drammatica: la mastodontica staticità del primo incontra la fremente e tesa gestualità della seconda, immagini fisiche d' attitudini interiori.
Il coro è l'elemento di novità grande, reintrodotto e interpretato da quattro figure fantasmatiche e un po' avicunicole, quasi pirandelliane, un mascherato manipolo di saltimbanchi, artisti di strada con movenze di marionette e ballerine di carillon, seguono sul filo d'una vocalità d'insieme rarefatta e multiforme – in cui appare evidente l'eredità di Leo De Berardinis – il calvario d'Antigone, che velata di bianco, sposa vergine mai destinata al talamo, viene sepolta viva per ordine dello zio. La giovane, che ha sparso terra in suggestiva danza sul corpo del fratello, uno specchio che le riflette il volto, intona allora il suo imeneo mortale e nella luce dell'ultimo sole dei suoi giorni – che finalmente appare, riflesso, in scena - si ricongiunge agli estinti, nell'unico culto degno dello vita.
Il rito di Bucci e Sgrosso si sostanzia in un'intensa corrispondenza di sguardi e movimenti, in un commento musicale stridente e violento, contrastatissimo, e soprattutto nelle dicotomie fondamentali, fedelmente riproposte dalla presenza e assenza delle luci, le ultime elaborate dallo scomparso Maurizio Viani: la giustizia e la follia, l'interno e l'esterno, l'amore e l'ordine.
Con mano leggera e greve, solenne e consapevole del fardello della Storia e delle sue contraddizioni e della molteplicità stessa delle Antigoni che sulla scena si sono avvicendate nei secoli, la drammaturgia impernia sulla poesia della luce la vicenda, e dal sepolcro della viva Antigone nata per amare s'irradia la luce della saggezza, della sapienza del cuore, la sola in grado di fugare il male, la follia, la morte.

Giulia Morelli

Antigone per Elena Bucci e Marco Sgrosso non è solo mito, è teatro, meglio è di più: è rito etico, rappresenta l'urgenza di chiedersi il senso del nostro stare al mondo, del nostro agire con gli altri. C'è il Novecento scenico: da Craig a Brecht per non dimenticare I Giganti della Montagna di Pirandello o certe immagini kantoriana in questa Antigone prodotta con grande rigore estetico dal Centro teatrale bresciano e dalle Belle Bandiere, uno spettacolo ricco di fascino visivo, intenso. Non c'è bisogno di sapienza teatrale per godere di questa Antigone che dura poco più di un'ora ed ha l'intensità di un canto e l'eco di tanta cultura teatrale che fa da sostegno al confronto nel qui ed ora della scena con il grande mito dell'eroina che antepose la legge del cuore e del sangue a quella di Stato, decidendo di rendere omaggio funebre al fratello Polinice, in spregio al divieto pronunciato da Creonte. Sulla scena disegnata dalle luci di Maurizio Viani si muove il coro, un corpus unico che interroga e s'interroga, un corpus sociale che assiste alla vicenda di contrasti antitetici che oppone Antigone a Creonte, la legge dal cuore alla ragion di Stato, Emone e Creonte, ovvero padre e figlio che sceglie la morte, condividendo la condanna che Creonte ha pronunciato contro Antigone. Ma nella libera ed efficacissima rielaborazione della tragedia sofoclea c'è di più del mito, c'è una tensione etica che Elena Bucci e Marco Sgrosso portano avanti con coerenza e grande afflato: una necessità di chiedersi dove la legge debba lasciare il passo alla pietas. E se pure questo è il dilemma che sottostà alla tragedia di Sofocle, l'allestimento ne sottolinea l'urgenza in una serie di contrasti/confronti dialettici che sono di oggi come della classicità, che impongono una riflessione sullo sguardo del qui ed ora del potere o quello prospettico del cieco Tiresia, impongono una impossibile conciliazine fra sentimento e ragione, fra legame di sangue e legame sociale, oppongono la pulsione a vivere comunque di Ismene a quella di morte di Antigone. In tutto questo il coro è comunità, da esso escono i personaggi della tragedia, fatta eccezione di Antigone e Creonte che vivono di una loro sacerdotale indipendenza, due fuochi intorno a cui si muovono i coreuti mascherati, figure novecentesche che sormontano una catasta di sedie, simbolo della città caduta, del palazzo del potere crollato, un mondo che si chiede perché, in cerca di una catarsi impossibile. E allora Antigone — colei che ha scardinato la necessità per dare voce alla pietà invoca alla fine la saggezza come motivo di una rinascita dall'orrore, di una nuova etica che possa ridare compattezza e speranza al coro annichilito. Antigone di Bucci e Sgrosso è uno spettacolo prezioso che sa fare presa sul cuore come sull'intelletto. E come non considerarlo per questo coerente e fedele alla tragedia sofoclea?

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Martedì, 23 Luglio 2013 09:34

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