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ANNA KARENINA - regia Luca De Fusco

Galatea Ranzi in "Anna Karenina", regia Luca De Fusco. Foto Antonio Parrinello Galatea Ranzi in "Anna Karenina", regia Luca De Fusco. Foto Antonio Parrinello

di Lev Tolstoj
adattamento Gianni Garrera, Luca De Fusco
con Galatea Ranzi
e con Debora Bernardi, Francesco Biscione, Giovanna Mangiù, Giacinto Palmarini, 
Stefano Santospago, Paolo Serra, Mersilia Sokoli, Irene Tetto
regia Luca De Fusco
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Gigi Saccomandi
musiche Ran Bagno
coreografie Noa e Rina Wertheim
proiezioni Alessandro Papa
Teatro Stabile di Catania, Teatro Biondo Palermo
 Teatro Carignano, Torino 19 dicembre 2023

www.Sipario.it, 21 dicembre 2023

Come trasportare sulla scena uno dei maggiori capolavori di Lev Tolstoj? Ci ha provato il grande maestro lituano Eimuntas Nekrosius nel 2008 con una memorabile e stupefacente rappresentazione di oltre quattro ore, ma che in prova ne durava almeno sette. Si può dire che in un certo modo lo abbia fatto anche il regista Joe Wright scegliendo un teatro come set per la sua “Anna Karenina”, uno dei migliori adattamenti cinematografici del romanzo, se non forse ad oggi il più riuscito, grazie anche all’intensa interpretazione di Keira Knightley.

In questo caso, la scelta di Gianni Garrera e Luca De Fusco è stata di ridurre e adattare il testo articolandolo su tre piani drammaturgici (dialogo, “a parte” e narrazione in terza persona) e chiamando gli attori e le attrici a una continua e impegnativa alternanza tra immedesimazione e straniamento, con il rischio che né l’una né l’altro siano sempre efficaci. La scelta, indubbiamente funzionale alla riduzione, risulta interessante a inizio spettacolo, ma rischia poi di diventare ripetitiva e meccanica e certamente rappresenta (forse volutamente?) un ostacolo al pieno coinvolgimento emotivo nella vicenda da parte degli spettatori.

Più d’impatto è l’eleganza della messa in scena. Un’eleganza che traspare dalla scelta cromatica dei costumi e della scenografia, giocata esclusivamente sulle varie tonalità del nero-grigio e del rosso porpora, dalla ricercatezza delle stoffe con cui sono stati confezionati e rifiniti gli abiti, dall’armonia ed essenzialità delle linee che compongono lo spazio scenico che, con pochi accorgimenti, passa dall’indicare la hall di una stazione ferroviaria a un ambiente domestico e al salone da ballo, dalle cui tribune si affaccia lo sguardo giudicante dell’aristocrazia.

L’eleganza è poi nello studio meticoloso dei movimenti di scena. All’apertura del sipario, sia per la prima che per la seconda parte, si ha l’impressione di essere difronte a un dipinto; per alcuni secondi ci si chiede se quei personaggi in scena siano reali o meno, poi all’improvviso e all’unisono ognuno di loro prende vita. 

Un tulle trasparente separa per tutta la durata dello spettacolo la scena dagli spettatori, contribuendo inevitabilmente a creare un’atmosfera dalla luminosità attutita, quasi fumosa. Su quel tulle di tanto in tanto si alternano le proiezioni dei momenti in cui nasce e fiorisce la passione che lega Anna a Vronskij, con una particolare attenzione ai primi piani e ai dettagli. Una scelta stilistica, quella delle proiezioni, a cui ci ha abituato il regista Luca De Fusco nei suoi precedenti spettacoli. Quel tulle, tuttavia, rappresenta in qualche modo una barriera alla fruizione empatica.

Del grande romanzo di Tolstoj si è scelto di concentrarsi sulle tre storie d’amore, quella travolgente e bandita di Anna e Vronskij, destinata a trasformarsi in ossessione e poi in dramma, quella mediocre e ipocrita di Dolly e Oblonskij e quella tra Kitty e Levin, anch’essa in fondo dall’equilibrio fragile. Tre declinazioni infelici dell’amore, per sei personaggi, nessuno dei quali esente dall’ipocrisia, di cui ciascuno di loro è in modi diversi colpevole e vittima. Il riferimento al grande affresco storico e sociale contenuto in uno dei capolavori della letteratura russa resta purtroppo soltanto sullo sfondo, come l’accompagnamento musicale, 

Uno spettacolo, quello prodotto dal Teatro Stabile di Catania, in cui è evidente la grande professionalità di chi vi ha lavorato, maestranze e artisti tutti, che tuttavia non sorprende, non mette in discussione, non lascia dubbi. Recitazione impeccabile, al punto che si apprezzano gli sporadici ma felicemente spontanei farfugliamenti di Oblonskij (Stefano Santospago).

Francesca Maria Rizzotti

Ultima modifica il Lunedì, 08 Gennaio 2024 19:29

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