sabato, 13 aprile, 2024
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YELED, RHAPSODY IN BLUE, SECUS - Fondazione Nazionale Della Danza / Aterballetto

"Secus", coreografia Ohad Naharin. Foto Alice-Vacondio "Secus", coreografia Ohad Naharin. Foto Alice-Vacondio

Yeled
coreografia e musica di Eyal Dadon, costumi di Bregje Van Balen,
scene e luci Fabiana Piccioli,
produzione Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto, coproduzione Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, con il contributo di Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Israele in Italia. 
Rhapsody in blue
coreografia di Iratxe Ansa e Igor Bacovich,
musica di George Gershwin, Rhapsody in Blue; Bessie Jones, Beggin’ the blues,
scene e costumi Fabio Cherstich, luci Eric Soyer, produzione Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto, in coproduzione con Fondazione Teatro Regio di Parma, con il contributo di Etxepare Euskal Institutua
Secus
coreografia Ohad Naharin,
musiche di Chari Chari, Kid 606 + Rayon (Mix: Stefan Ferry), Agf, Chronomad (Wahed), Fennesz, Kaho Naa Pyar Hai, Seefeel, The Beach Boys, sound design ed editing di Ohad Fishof, costumi di Rakefet Levy, luci di Avi Yona Bueno (Bambi), assistenti Alla Coreografia Rachael Osborne, Ian Robinson, creazione per Batsheva Dance Company (All’interno Di Three, 2005), riallestimento Per Aterballetto (all’interno di Dreamers, 2019), produzione Fondazione Nazionale Della Danza / Aterballetto, coproduzione Festival Oriente Occidente, Les Halles De Schaerbeek, Malraux Scène Nationale Chambéry Savoie
visto al Teatro Regio di Parma, 17 febbraio 2024

www.Sipario.it, 19 febbraio 2024

C’è un dialogo corale che intreccia di tre pezzi: Yeled, Rhapsody in blue e Secus, tutti e tre i pezzi affidati ai 16 danzatori di Aterballetto che mettono in scena un corpo unico, vibrante di energia e pensiero. Perché è questo che fuoriesce dall’accostamento di due lavori affidati l’uno al giovane coreografo israeliano Eyal Dadon, Yeled e l’altro a una star della coreografia contemporanea come Ohad Naharin con Secus: tutto ciò nel segno di una sorta di linea di continuità e passaggio di consegne fra i due artisti israeliani. In mezzo c’è il debutto in prima assoluta di Rhapsody in blue di Gershwin, coreografato da Iratxe Ansa e Igor Bacovich. Le tre coreografie – presentate al teatro Regio di Parma – vivono, pur nella loro autonomia, di un richiamo coreutico che le rende un tutt’uno, un’unica narrazione che parte dalla ricerca dell’infanzia da rivivere come energia generante, per approdare a una giocosa fluidità corporea in Rhapsody in blue con un corpus danzante sovrastato da un sole raggelato, per approdare, infine, a Secus, ovvero la possibilità di immaginare individualità e differenze che nel loro essere fedeli a loro stesse costruiscono un coro danzante.

Yeled (bambino/fratello) è un viaggio nella possibilità o nel desiderio di poter tornare bambini, di recuperare l’immediatezza emotiva e relazionale – nel bene come nel male – dell’infanzia. Ed allora ciò che va in scena non è tanto un desiderio di regressione, ma piuttosto la voglia di ritrovare la freschezza, l’energia, l’unità di quel sentirsi fratelli di sogni e di utopie, capaci di rileggere il mondo e il proprio stare con energia e leggerezza. Ed è quanto fanno i danzatori, usando diagonalmente lo spazio, ora gruppo compatto, ora corpi che sfilano, che entrano da una piccola porta e si riflettono in una sorta di specchio, oltrepassandolo. Il ritmo e il racconto coreutico sono potenti, senza essere sfacciati, il disegno dei corpi nello spazio sa essere secco e definito, quanto incisivo.

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Rhapsody in blue di Iratxe Ansa e Igor Bacovich. Foto Christophe Bernard

È invece la fluidità a contraddistinguere Rhapsody in blue di Iratxe Ansa e Igor Bacovich, un lavoro delicato e che piega i corpi dei danzatori alla musica di Gershwin. Una grande sfera (un sole?) sovrasta il gruppo che si muove compatto e all’unisono e da cui escono i singoli per passi a due che sanno di sfida come di seducenti incontri, singoli che poi sono destinati ad essere risucchiati in quel flusso corporeo che si muove nello spazio, rincorrendo le note e il ritmo del celebre brano di Gershwin. Non c’è voglia di recuperare le atmosfere della New York jazzistica, ma in questa Rhapsody in blue sembra prevalere il desiderio di affidare al corpo e alla danza di insieme una sorta di spazio aurorale in cui nascono e si sviluppano le individualità. Al di là della possibile narrazione, il pregio del lavoro di Ansa/Bacovich sta nella freschezza del segno e nella potenza mimica della costruzione dei quadri corporei. 

In questo tentativo di intercettare una narrazione di pensiero nel trittico presentato da Aterballetto in Secus di Ohad Naharin c’è la forza dell’individualità, le differenze moltiplicate in una sorta di alfabeto coreutico in cui le minime variazioni di movimento, aprono infiniti scenari. I danzatori di Aterballetto finiscono con essere segni coreografici nello spazio, assoluti, solitari eppure in gruppo nel loro muoversi, dissonanti dal coro e a loro volta parti che costruiscono un’alternativa, chiedono al corpo di muoversi diversamente, quasi a volerne scoprire le potenzialità nascoste, svelarne il sentire più profondo. E in questo pezzo c’è forse la sintesi dell’intera serata: la forza del gruppo di ballerini che sa essere coro e da questo insieme sa trovare le potenzialità espressive diverse per ognuno, ma anche complementari. E per uno spettacolo di danza questo percorso di consapevolezza in movimento non è poca cosa. 

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Giovedì, 22 Febbraio 2024 05:29

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