mercoledì, 23 settembre, 2020
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Festival de Cannes 2014

Festival de Cannes 2014 Festival de Cannes 2014

Cannes 2014 - Un certain regard
PARTY GIRL

Di Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis
Con Angélique Litzenburger, Joseph Bour, Mario Theis, Samuel Theis,Séverine Litzenburger, Cynthia Litzenburger

Un certain regard: Party Girl

Ritrovarsi alle soglie del declino e non essere pronti. Non accettare la conclusione e continuare fino allo stremo a ricalcare un'idea di sé congelata in un periodo in cui le possibilità esistevano ancora. Angélique è una donna davanti ad una porta, una sola: quella che si dovrebe chiudere sul suo passato. Dopo anni trascorsi ballando in un cabaret al confine franco-tedesco, Angelique è sola, appesantita dal tempo, dal sesso, dall'alcol, dal troppo trucco, dalla paccottiglia usata come ornamento, dai sogni che quando non si realizzano diventano polvere, creano solchi sul viso, patinano il corpo, quello stesso corpo che era stato capace di illuminare di desideri, di ardere sotto il calore di sguardi appassionati. Angélique è invecchiata, non si è mai allontanata da quel night club in cui è fiorita, cresciuta e appassita, insieme ai suoi clienti. Gli stessi che ora si intrattegono stancamente con quelle più giovani, tradendo anche il ricordo di una bellezza svanita. Ma Michel non ha dimenticato, i suoi occhi non hanno abbandonato la carne matura di Angelique, lui che non l'ha mai posseduta, ora forse può sperare di farla sua, per sempre e ufficialmente. Così Michel si propone, offre ad Angélique una possibilità, l'ultima papabile di una vita "normale" di coppia: il matrimonio.
Attorno a questo evento Angélique fa convogliare tutti i membri della sua famiglia dispersa, coglie l'occasione per riassemblare i pezzi, fare i bilanci, confidarsi con i suoi quattro figli e provare ad allontanarsi dal mondo effimero dei piaceri notturni, fumosi e anonimi. Ma chiudere la porta su quella parte di sé significa anche riaprirsi ai sogni che si credevano sepolti e scordati, significa lasciar riemergere le speranze annegate in ogni bicchiere, significa rendersi conto che forse è troppo tardi.
Party Girl è un film firmato da 3 registi, uno dei quali è il vero figlio della vera Angélique che qui interpreta se stessa. Un ritratto famigliare reale, interpretato per la maggiorparte da non attori (tutti i veri figli di Angélique) alle prese con parti improvvisate in cui il filo conduttore è il vero succedersi degli eventi e l'emergere di emozioni forti, vibranti di quell'estemporaneità che arriva dritta allo stomaco. Party girl è un film certo non perfetto, con momenti decisamente lenti, forse ridondanti, ma non gli si puó negare una grande delicatezza nell'indagine psicologica di una donna alle prese con il dissolversi l'unico bene che possedeva,la bellezza, un'originalità e un forte impatto nella semplice esposizione di rancori e debolezze e un amore, disarmante, che traspare in ogni inquadratura: quello di un figlio per la propria madre, sempre e comunque.

Cannes 2014 - Un Certain Regard
LOIN DE MON PÈRE
regia Keren Yedaya
con Maayan Turgerman, Grad Tzahi, Yael Abecassis

"Loin de mon père" regia Keren Yedaya

Moshe e Tami. Un uomo adulto, più che cinquantenne e una ragazza appena ventenne. Un 'amore' sbagliato, soffocante, paralizzante, un 'orrore' non tanto dettato dall'enorme differenza di età ma dall' imprescindibile somiglianza genetica. Moshe e Tami infatti sono padre e figlia.
Vivono nella stessa casa, un antro oscuro, un ventre materno da cui Tami non riesce ad uscire, schiava di tutti i più turpi istinti dell'uomo che l'ha vista nascere. Tami passa le sue giornate a farsi consumare dalle voglie del padre, a cucinare per lui, a lucidare la prigione domestica in cui l'ha segregata, ad aspettarlo corrosa dall'ansia di non vederlo più tornare. Tami non ha amici, non ha nessuna via di fuga, cerca di alleviare il dolore procurandosi tagli sulle braccia e di riempire lo spazio vuoto nel suo presente stipando il suo corpo, contenitore senza più forma, con ogni genere di cibo, in quella fame di amore che non viene mai soddisfatta né come figlia, né come "moglie" incestuosa.
Seguiamo il precipitare degli eventi osservando Tami come se fosse in un acquario, giorno dopo giorno, taglio dopo taglio, attacco bulimico dopo attacco bulimico, violenza dopo violenza, convinti che nulla potrà mai strapparla da quel girone infernale. Ma un'apertura c'è, una crisi che segna una possibilità nella vita di Tami avviene: la distrazione del padre occupato a manifestare il suo 'essere uomo' con la sua ultima amante porta la ragazza a scappare e a provare 'il mondo'. Almeno per un giorno.
Ma la co-dipendenza non si supera con la distanza, forse neanche con il tempo, e Tami non è comunque libera, non riesce a relazionarsi con altri uomini se non che facendosi usare per quei pochi secondi di piacere che rovinano vite intere, e anche quando una figura femminile si affaccia sul suo percorso offrendole un rifugio salvifico, Tami non può che ritornare indietro, al suo nido mortuario, incapace di volare.
'Loin de mon père' è un film senza dubbio coraggioso, diretto con ardore dall'israeliana Karen Yedaya, che ci cala in una di quei drammi famigliari di cui non vorremmo mai sentir parlare, ma non riesce totalmente nel suo intento. Purtroppo dopo poco crea una distanza insormontabile che ci fa vivere tutta la vicenda con distacco, risultando a volte perfino noioso. Il personaggio di Tami viene presentato incastrato in una routine quotidiana che invece di diventare una ripetizione volta a scavarne sempre più la psicologia, porta chi guarda ad una sorta di anestesia emotiva.
La figura del padre è talmente intrappolato nel cliché dell'orco, del mostro abominevole da essere quasi bidimensionale, totalmente privo di una profondità che lo renda credibile.
Un'occasione decisamente mancata.

Cannes 2014 - Competition
SAINT LAURENT
regia Bertrand Bonello
con Gaspard Ulliel, Jérémie Renier, Léa Seydoux, Louis Garrel, Amira Casar, Aymeline Valade

Saint Laurent regia Bertrand Bonello

Dieci anni. Un segmento nella vita di un uomo. Saint Laurent. Non per intero. Solo una parte, un frammento, lasciando il nome completo solo a rievocare il marchio.
1967/1976 Yves ha già raggiunto il successo, ha già creato un impero, allora cosa resta da conquistare? Come si può sopravvivere alla condanna di dover superare se stessi, anno dopo anno lottando contro la noia, contro la pressione delle aspettative, delle scadenze, dei ritmi che poco hanno a che fare con i tempi della creatività?
Un'introspezione, un tentativo di mostrare ciò che la realizzazione professionale ha comportato come perdita personale: Yves Saint Laurent raccontato partendo dall'apice del suo essere stilista, per poi scendere nell'abisso del suo essere uomo, solo, sempre più confinato in un'immagine di sé che invecchia senza passare di moda.
Lento ma inesorabile, il tempo di "Saint Laurent" si muove tra il ritmo vorticoso della preparazione delle sfilate e il progressivo perdersi nella dissoluzione di feste private scandite da abusi di alcol e droga. Questo forse l'aspetto più interessante: il tempo. Il consumarsi di un uomo (poco importa chi sia) incastrato nell'ingranaggio del suo 'essere pubblico', in un orologio le cui lancette non trovano requie e in cui l'uomo reagisce con il dilatarsi di pupille accecate dallo 'stupefacente'. Non solo sostanza, ma soprattutto apparenza: stupire ad ogni costo. E il prezzo da pagare è alto.
Molto ben interpretato, girato elegantemente e in modo affascinante, "Saint Laurent", non lascia però un segno incisivo, certo un lieve malessere, una qualche sensazione di empatia, ma non essendo un biopic a tutti gli effetti, rimane un po' ibridamente a metà, solleva la sabbia del fondo di un mare che tutti possiamo conoscere, ma fa presto a sedimentare di nuovo, senza che nulla sia realmente cambiato.

Cannes 2014 - Competition
THE HOMESMAN
regia Tommy Lee Jones
con Tommy Lee Jones, Hilary Swank, Hailee Steinfeld, Meryl Streep, James Spader, John Lithgow,
Tim Blake Nelson, Jesse Piemons, William Fichtner, Grace Gummer, Miranda Otto, Sonja Richter, David Dencik

THE HOMESMAN regia Tommy Lee Jones

Nebraska. Tre donne contemporaneamente e senza ragione apparente perdono il senno, regrediscono ad uno stato pre umano, animalesco, si chiudono nel mutismo più completo, gli occhi iniettati di rabbia, i corpi privi di ogni controllo. Si annullano, abiurano al loro essere mogli, madri, donne di casa, e si confinano in un luogo altro, in cui nessuno può penetrare. Solo una donna (Mary Bee Cuddy, la strepitosa Hilary Swank) può farsene carico e affrontare il viaggio verso l'Iowa dove, la morale comune, crede che le donne potranno rinsavire grazie alle cure del reverendo. Una donna e un uomo (George Briggs interpretato dal superbo Tommy Lee Jones) un vagabondo, un alcolizzato senza fissa dimora, incontrato per caso da Mary Bee e liberato dal cappio che lo costringeva ai piedi di un albero.
Un viaggio (caro a Tommy Lee Jones regista) in cui il tema centrale è la casa, intesa come prigione,come rifugio solitario, come base da cui ripartire: le tre donne,le tre 'tarantolate' sono espressione di un'inadeguatezza domestica protratta per anni: il dover calarsi nel ruolo che la società imponeva, talmente a fondo da perdersi, non trovare più la via di uscita e rimanere intrappolate in se stesse, in quel pozzo di doveri, di obblighi in quanto involucri-donna-madri-mogli. Le tre prigioniere. Libere solo nella follia.
Mary Bee invece è una vedova bella, apparentemente indipendente, ma nell'intimo spaventata a morte dalla solitudine, dalla paura di invecchiare senza aver messo al mondo dei figli, talmente desiderosa di riempire la sua casa di amore da svendersi a chiunque e collezionare solo rifiuti. La negazione del suo essere che arriva ad ucciderla.
George Briggs è un uomo che ha fatto 'casa' dentro di sé:nonostante lo sbandamento e la precarietà, George ha costruito nel suo 'io' un centro solido da cui prendere il volo, una base in cui non essere mai ancorato, legato, costretto.
A tratti esilarante 'The Homesman' è un film sapientemente calibrato, ironico e devastante, interpretato in modo sublime (si avvale anche della partecipazione straordinaria di Meryl Streep).
Forte di un'ambientazione splendida, di una sceneggiatura originale e connotata in un preciso momento storico, 'The Homesman' è uno di quei piccoli gioielli in cui alla vastità dei paesaggi corrisponde una dettagliata rappresentazione delle strettoie psicologiche, umane e universali che lo rendono attuale e vicino al viaggio di ognuno di noi.

Cannes 2014 - Hors Competition
THE SALVATION
regia Kristian Levring
con Mads Mikkelsen, Eva Green, Eric Cantona, Jeffrey Dean Morgan, Mikael Persbrandt, Jonathan Pryce, Douglas Henshall, Michael Raymond-James, Nanna Oland Fabricius

The Salvation

1870. John (Mads Mikkelsen), danese trapiantato in America attende l'arrivo della sua famiglia con cui presumibilmente spera di costruire un futuro migliore. Ma le sue speranze muoiono precocemente, su una diligenza, tra le urla del figlio e della moglie, vittime di due briganti. John si fa giustizia da solo, uccide i carnefici e si ritrova a dover fare i conti con l'ira della banda di Delarue, fratello di uno dei due. Schema classico da western in cui l'eroe solitario si confronta con omertà e violenza, espiando tutte le sue colpe tra atroci sofferenze, duelli senza esclusioni di colpi e happy ending suggerito con la bella e dannata di turno ( Eva Green).
Fotografia ed atmosfere impeccabili, autenticità dell'ambientazione; sicuramente gli amanti del genere l'avranno trovato godibile e indubbiamente ben costruito: tutti gli stilemi del western vengono rispettati, i presupposti sono seri ma si passa gradualmente ad un ironizzare con i cliché, non mancano figure archetipiche come sceriffo e reverendo e ciò che solitamente viene dato per scontato ( ossia l'ingiusta morte di qualcuno vicino all'eroe) qui funge da prologo,ma ciò non toglie che l'elemento scatenante dello stupro e morte della moglie e del figlio di John si consuma in modo talmente rapido e pretestuoso da renderci incredibilmente indifferenti e considerato che la storia si regge su vendette incrociate di uomini feriti dalla perdita di un familiare amato, questa impermeabilità che la vicenda ci suscita non gioca a favore del resto del film. La freddezza e la mancanza di spessore con cui i personaggi ci vengono presentati rendono The Salvation un "fumettone" sicuramente piacevole ma di cui non sentivamo l'esigenza, un esercizio di stile che avrebbe potuto essere davvero interessante considerata l'originalità dell'incontro tra protagonista nord europeo e macrocosmo west americano.

Cannes 2014 - Un certain regard
LA CHAMBRE BLEUE
regia Mathieu Amalric
con Mathieu Amalric, Lée Drucker, Stéphanie Cléau, Laurent Poitrenaux, Serge Bozon, Blutch

LA CHAMBRE BLEUE regia Mathieu Amalric

Adattamento del romanzo del 1964 di George Simenon "La chambre bleue" appunto, è la storia di un uomo, Julien (Mathieu Amalric) che accusato di omicidio si trova costretto a ripercorre dettagliatamente la genesi di una relazione extra-coniugale con una vecchia amica di infanzia, Esther ( la reale compagna di Amalric Stéphanie Cléau) incontrata di nuovo per caso a distanza di anni. Quella che avrebbe potuto essere una lieve trasgressione si trasforma nella peggiore delle trappole: la passione che si consuma tra le pareti tappezzate di blu nell' Hotel des Voyageurs acquisisce valenze diverse, pesi e misure in cui le parole giocano un ruolo fondamentale: "amore" e "vivere insieme" per Esther diventano una promessa, un patto indissolubile da attuare a qualsiasi costo, per Julien un modo come un altro per definire un rapporto da stanza d'albergo, travolgente e estremo certo, ma confinato ad essere una parentesi nella vita di tutti i giorni, un piccolo segno da nascondere con una bugia, come il morso lasciato da Esther sul suo labbro durante l'ultimo amplesso.
Il film si costruisce su ricordi, le parole, le omissioni, le visioni confuse di Julien, intrecciate a quelle di Esther, in un procedere inesorabile verso il vero, il plausibile, il reale. Amalric coglie l'occasione per dimostrare ancora una volta una grande maestria, sia interpretativa che registica. Tutto è ammantato di eleganza, di rigore e di grande raffinatezza. Il romanzo di Simenon prende vita e conserva il fascino delle pagine. Nulla si può dire contro questo film, salvo una personale sensazione di intrattenimento..niente viene divelto, approfondito, scandagliato con più fame. Si ha la sensazione di un procedere lineare, nonostante il montaggio, i flash back, l'accavallarsi di testimonianze..è come se si restasse in superficie, non si aggiungesse nulla di più di quanto scritto e questo a discapito di un segno indelebile che si sarebbe potuto ottenere in immagini.

Cannes 2014 - Competition premio miglior regia 2014 a Bennet Miller
FOXCATCHER
regia Bennett Miller
con Channing Tatum, Mark Ruffalo, Steve Carell

FOXCATCHER regia Bennett Miller

Mark (Channing Tatum) e David Shultz (Mark Ruffalo), due fratelli uniti dalla stessa passione, passione che li lega profondamente nella vita, separandoli, poi, tragicamente nella morte.
Il film è l'adattamento dell'autobiografia di Mark, lottatore campione olimpico 1984: la sua scalata al successo, l'assassinio di David, anche lui campione olimpico nel 1984, per mano dell'allenatore John Du Pont (Steve Carrel) e la conseguente discesa all'inferno in terra di Mark.
Quindi una storia vera. Una storia che, però, già dai primi istanti del film trascende il racconto di un susseguirsi di appuntamenti nella vita di un uomo realmente esistito e scava più a fondo, in un' intimità commovente che di minuto in minuto arriva a toccare corde che tutti possediamo. Vibrano certo a velocità differenti ma appartengono a qualsiasi essere umano. Foxcatcher è la disarmante e sconvolgente messa in scena di due "bambini" che lottano disperatamente per essere adulti: Mark per esternare la rabbia di un abbandono genitoriale mai superato, Du Pont per conquistare l'amore e il rispetto di una madre tirannica (Vanessa Redgrave). E il fallimento ha conseguenze irreversibili, perché questa è la vita e non un gioco tra pre-adolescenti: chi viene ucciso è il "padre" perfetto, quello che tutti avremmo sognato di avere, David appunto, freddato da Du Pont davanti agli occhi di moglie e figli.
E poi non resta più nulla da conquistare, annegano i sogni, si spengono le ambizioni, si lotta solo per farsi del male e sentirsi forse ancora un po' vivi.
Strabiliante il lavoro degli attori, connessi ad un mondo privato talmente potente da rendere memorabile ogni scena del film (come non citare una delle scene iniziali in cui Mark e David si allenano insieme: due leoni che trovano nella lotta l'unico mezzo per abbracciarsi e far emergere un amore fraterno di raro valore, o il momento in cui Du Pont cerca di impressionare la madre nella sua ultima apparizione esibendosi in una ridicola dimostrazione di 'prese' e difesa o ancora il momento privato di Mark che cerca di colmare la sua delusione ingoiando cibo fino allo sfinimento in una stanza d'albergo: devastante cogliere lo sguardo di quel bambino perduto e spaurito incastonato in una corazza di muscoli...)
Bennet Miller riesce ad costruire un film a cui il titolo "perfetto" si addice senza possibilità di dubbio e non a caso si aggiudica il premio per la regia in questa edizione di Cannes: raffinato, attento, sensibile, mai retorico o ridondante Foxcatcher è una lama tagliente che arriva dritta nel cuore... impossibile rimanere impassibili.
Un film che con grande entusiasmo ci sentiamo di consigliare a chiunque.

D.G.

Ultima modifica il Lunedì, 23 Giugno 2014 16:09

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