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SENTIERO DEI PASSI PERICOLOSI (IL) - regia Tommaso Tuzzoli

Il sentiero dei passi pericolosi Il sentiero dei passi pericolosi Regia Tommaso Tuzzoli

di Michail Marc Bouchard
traduzione di Francesca Moccagatta
Regia: Tommaso Tuzzoli
Con: Andrea Capaldi, Andrea Manzalini, Silvio Laviano
Trieste, il Rossetti, 22 marzo 2009 (in tournee)

www.Sipario.it, 26 maggio 2009
www.Sipario.it, 20 maggio 2009

Nonostante il tentativo costante di fuggire, percorrendo il proprio sentiero con ostinata rettitudine,cercando di non vedere, non parlare, non sentire, tre uomini si ritrovano inesorabilmente nello stesso punto. Di partenza. Di vita. Di morte. Tra la vita e la morte, in cui non si ha più scampo. Non resta allora che affrontare la verità. Ripercorrere tutto fino ad arrivare all'origine. Per espiare la colpa e trovare finalmente una via d'uscita.

Tre fratelli,dopo un incidente automobilistico avvenuto nel tentativo di evitare di investire una pernice,per uno strano appuntamento con il destino si ritrovano nella foresta che era stato teatro della morte del padre proprio lo stesso giorno di quindici anni prima. E ora non possono far altro che affrontarsi in uno scontro verbale la cui violenza è amplificata dal corpo a corpo con cui fisicamente i tre si intrecciano, si separano, si amano e si feriscono,dipanando però per una volta le controversie e incomprensioni che li avevano separati,radicandoli ognuno nella propria cieca quotidiana solitudine: Victor -Andrea Capaldi-che si isola tra i boschi in cui ha perso il padre e dove passa il tempo ad abbattere alberi come fossero ricordi, Carl -Silvio Laviano- l'impiegato del mese che, sempre in questo giorno della resa dei conti, si sarebbe dovuto sposare e legare definitivamente ad una normalità da manuale e Ambroise -Andrea Manzalini- che vive l'ostilità di Carl, che alla stregua dell'ambrosia considerata pianta infestante,non ne tollera l'omosessualità a differenza di Victor.
E più si animano i loro urti e più ossessivamente i tre si districano in un ramificarsi di ombre fino a far emergere ciò che in realtà li ha sempre uniti : il senso di colpa per l'annegamento del padre. Un poeta, un alcolizzato, un uomo con cui non si poteva parlare,affogato sotto gli occhi della triade silente e impassibile. Ma questa immobilità,quasi per una legge del contrappasso, viene pagata con un eterno movimento,un continuo rincorrersi di parole, in un vortice di dejà-vu,in un affannarsi per ricominciare a respirare. Come se proprio in questo giorno toccasse a loro sprofondare nelle acque,annaspare tra lacrime e sudore del corpo per mondare l'anima,di cui la pernice è simbolo,appunto. L'ultimo colpo è quello inferto a noi,al pubblico che allo scadere dell'incontro,realizza insieme agli stessi protagonisti che quello a cui abbiamo assistito nell'ultima ora non è solo lo scorrere delle intere vite dei personaggi,ma esattamente l'istante di passaggio tra la vita e la morte, quando stretti in quello che ormai è diventato un abbraccio si apprestano a compiere l'unico passo a cui non possiamo presenziare,quello verso la luce.

A potenziare la resa di un testo avvincente come questo di Bouchard concorre la sentita interpretazione dei tre attori che con la generosità e l'impeto di un fiume in piena travolgono e sconvolgono il pubblico dopo averlo coinvolto fin dall'inizio quando,abbattendo la quarta parete,incrociamo il loro sguardo silenzioso e carico di intensità. Intensità acuita dalla scelta registica di Tommaso Tuzzoli di non ingombrare la scena ma di lasciare tutte le suggestioni alla parola,al gioco di luci, ombre e suoni che suggeriscono ciò che non possiamo vedere, che trasformano lo spazio in un ring e che deformano i corpi dei tre restituendoceli in tutta la loro disarmante umanità.

DG

Un testo che ti respinge, come se non dovesse mai essere ascoltato e rappresentato. Un pugno allo stomaco sferrato con violenza che ti fa male e che ti fa urlare dentro. “Il sentiero dei passi pericolosi” ha i toni dell’incubo in un’oscurità morale che tutto inghiotte. Scritto dal canadese Michail Marc Bouchard, rivela gli abissi dell’anima di tre fratelli legati da un destino apparentemente crudele (sono vittime di un incidente stradale) che gradualmente si configura sempre più come una nemesi. Imprigionati in una foresta nera di morte, camminano per ore, parlano in coro o si esprimono  con monologhi sovrapposti, ma sembrano rimanere fermi.  E poi si aggrediscono l’una l’altro senza tregua, con battute sordide e accuse che sembrano lame di coltello, con gesti violenti di sopraffazione gettando luce su verità scomode e imbarazzanti. Scopriamo così, attraverso scene sempre mosse e concitate, la ragnatela di legami affettivi e familiari che unisce i tre personaggi, Victor (Andrea Capaldi), Ambroise (Andrea Manzalini) e Carl (Silvio Laviano), pronti a vomitarsi addosso un passato che ognuno ha esorcizzato in modo diverso ma che, come una spirale nefasta, ritorna. Su di essi, infatti, aleggia la colpa infame di parricidio, sospesa tra tagedia classica e rivelazione. Nessuno in realtà passerà mai a soccorrerli, sbalzati fuori da un camion ormai in frantumi, stillanti litri di sangue, esanimi eppur lucidi e impietosi. Siamo in un antinferno visionario che il giovane regista Tommaso Tuzzoli ha montato con fisica e ritmata violenza, così come violenta, ma anche depravata, e materica è la parola di Bouchard, considerato da molti un erede della scrittura di Jean Genet. E lo spettacolo invera allora, non senza suscitare repulsione nello sconcertato spettatore “il pensiero di chi è baciato dalla morte, di chi non ha più nulla da perdere ma una cosa sola da guadagnare, la franchezza…”

Elena Pousché

Ultima modifica il Mercoledì, 02 Ottobre 2013 07:16

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