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SENZA PATRICIO - regia Federico Magnano San Lio

Senza Patricio Senza Patricio Regia Federico Magnano San Lio

di Walter Veltroni, nell’adattamento teatrale di Elisa Di Dio
con: Giovanni Carta, Rosario Petix, Elisa Di Dio, Egle Doria,
musiche: Marcello Fiorini e Marcello Lenza
produzione: COMPAGNIA DELL’ARPA
regia: Federico Magnano San Lio

www.Sipario.it, 11 febbraio 2009

Di per sé una scritta su un muro, non desta granché l’interesse di chi la guarda, ma quella dedicata da un padre ad un figlio, si. Se poi quella scritta si vede su un muro di Buenos Aires, dove ancora vive sono le ferite lasciate dalla recente dittatura, allora si capisce perché Walter Veltroni, nel suo romanzo “Senza Patricio”, edito da Rizzoli nel 2006, ha immaginato cinque diverse storie o ipotesi di soluzioni per quell’enigma che ha condotto un padre a fare una dichiarazione d’amore pubblica al proprio figlio.
Da questi cinque racconti, prende forma lo spettacolo prodotto dalla Compagnia dell’Arpa che ha debuttato nel 2005 presso il Teatro Ellenistico di Morgantina ed è stato replicato lo scorso 18 Dicembre presso il teatro Garibaldi di Piazza Armerina.
Voci e suoni, visioni e passi di tango, per raccontare cinque storie dipanate, immaginate e costruite intorno ad una scritta vista dal suo autore su un muro di Buenos Aires: “Patricio, te amo. Papà”.
Chi è Patricio? Quale storia si nasconde dietro un graffito inusuale e lacerante per la forza emotiva che avrà spinto chi lo ha fatto.
Cinque possibili risposte: forse un aviatore perduto nel cielo, forse un giovane calciatore che gioca tutta la propria vita in un unico e assoluto tiro, forse un figlio rubato ad una donna torturata negli anni bui della dittatura militare, o un bambino alla ricerca del padre mai conosciuto. Tutte storie legate tra di loro dal filo della distanza o del legame indissolubile, ma spesso controverso e poco definibile, che lega un padre e un figlio.
Relazioni specularmente rovesciate sembrano ruotare attorno ad unico fulcro, da un lato un padre che sente la mancanza del figlio, portatogli via durante la dittatura, dall’altro un figlio oppresso dall’indicibile vuoto per l’assenza di un padre che lo ha abbandonato senza spiegazioni, una paternità negata prima ed una figliolanza negata poi, ora l’impossibilità di abbracciare il figlio, ora l’impossibilità di essere abbracciato dal padre.
Dentro una scenografia emaciata e scarna, ideata da Michele Modafferi, gli attori più che incarnare, hanno dato voce parole, parole che, nell’espandersi dell’affabulazione narrativa, conferiscono spessore e materia ai personaggi attraverso un sottile gioco di straniamento e immedesimazione.
O almeno questa è stata l’intuizione del regista, Federico Magnano San Lio, che ha de-codificato il testo narrativo imprimendo all’azione un movimento fluido tra dentro e fuori il tempo, dentro e fuori i personaggi, dentro e fuori il racconto e le sensazioni che da esso emanano, tra l’intimità e il dramma della storia, tra mimesi e diegesi.
I personaggi si raccontano, ma a tratti “si agiscono”, parlano in terza persona, ma sono poi capaci, in un andirivieni di rimandi e identificazioni, di materializzarsi in corpo per tornare a vedersi vivere.
Il fluire della vita è osservato al rallentatore, dilatato in istanti, in fotogrammi:  solo spezzettando il tempo per riassaporarlo, è possibile ri-semantizzare le molteplici sensazioni del dolore, della distanza, della mancanza, del rapporto primitivo e simbolico padre-figlio.
Le parole aprono una ferita profonda nel tempo, lo ricostruiscono dandogli un senso, accendono una multisensorialità che sfugge ad una percezione immediata dell’attimo, scavano nella memoria. I fatti allora vengono allontanati in una dimensione altra, in cui gesti ed eventi si proiettano come simboli assoluti ed epici dell’esistenza.
Teatro delle storie è l’Argentina, paese di miti assoluti, di contraddizioni profonde, di tango, passi di una sensualità struggente in cui si racchiude l’identità di un popolo, terra di calcio, di grandi speranze, ma anche di dittature feroci, di torture e silenzi, ribellioni e connivenze.
A ricostruire quell’atmosfera, diversi linguaggi si amalgamano in un’unica visione di insieme: il cinema, con le immagini curate dal critico cinematografico Sebastiano Gesù, la danza attraverso le coreografie di Angelo Grasso e Antonella Milone, la musica del duo Marcello Fiorini e Marcello Leanza.
Nel cast un bravissimo Rosario Petix i cui toni quasi dimessi e dall’aria rassegnata hanno tracciato una padre disperato e immalinconito nell’attesa, fissato in un tempo che non evolve, e poi Egle Doria, che ha dato le forme di una sensualità leggermente accennata e dolente a Laura Estrela, donna torturata a cui è stato strappato il bambino appena partorito prima di essere uccisa, Elisa Di Dio che ha curato anche un efficace adattamento teatrale, equidistante tra rispetto del testo e reinvenzione in funzione espressiva, infine, Giovanni Carta, arioso adolescente alla ricerca della propria identità attraverso un estenuante confronto con le foto di un padre che non ha mai conosciuto.

“Senza Patricio è un’inchiesta dal finale aperto” dichiara Angelo Di Dio, direttore artistico della Compagnia dell’Arpa “un intreccio di vite e di destini, che indaga sul rapporto padre-figlio, ma allarga l’obiettivo verso i conflitti della terra argentina, terra di  miti popolari, ma anche di violenze sanguinose e oppressione, la nostra messa in scena vuole saldare questa relazione tra storie private e senso della storia, tra un’intimità privata e il senso di una tragedia vissuta da un intero popolo”.

Filippa Ilardo

Ultima modifica il Mercoledì, 02 Ottobre 2013 07:18

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