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NIENTE PIÙ NIENTE AL MONDO - regia Nicola Pistoia

Crescenza Guarnieri In "Niente più niente al mondo", regia Nicola Pistoia Crescenza Guarnieri In "Niente più niente al mondo", regia Nicola Pistoia

di Massimo Carlotto
adattamento teatrale di Nicola Pistoia
con Crescenza Guarnieri
scena Francesco Montanaro
costumi Sandra Cardini
luci Marco Laudando
regia Nicola Pistoia
aiuto regia Cristina Baldassarri
datore luci Francesco Barbera
Roma, Teatro Piccolo Eliseo dal 2 al 13 Dicembre 2015

www.Sipario.it, 4 dicembre 2015

Un tris d'assi al Piccolo Eliseo 
Dal romanzo di Massimo Carlotto, autore pluripremiato e pluritradotto, Niente più niente al mondo offre un'interessante opportunità sia a una signora della scena, Crescenza Guarnieri - testimone di quel metodo Costa-Giovangigli tutto italiano e non meno prezioso del Method - sia ad un pubblico assuefatto troppo facilmente a quella linea di mezzo non difficile da dimenticare. Nicola Pistoia, dal suo canto, asciuga appena un testo già a pieno titolo nei panni di uno script teatrale che si rispetti. E la triade, testo-interprete-regia, non fa una grinza.
Un dramma feroce, mai patetico, attanaglia la magra esistenza della protagonista che annega i suoi dolori nella bottiglia di vermouth, tradita dalla vita, in una Torino anonima, emblema a sua volta di una realtà industriale fredda e universale. La legge della produttività, con conseguente alienazione e velocità di ricambio senza attenzione per l'individuo, getta nel baratro del dramma una famiglia proletaria, fino a trivellare la mente e la psiche della donna, incapace di sopravvivere alle sciagure sempre più soffocanti e dolorose di un destino crudele, già segnato... per dirla con Verga.
La temperatura scenica calibrata da quel pugliese, mai macchiettistico, usato da Guarnieri per il personaggio, smorza i toni senza annacquarli e cattura il pubblico nella rete del dramma step by step con stile drammaturgico e classe scenica, fino ad infliggergli l'ineluttabile scacco matto finale.
Il verso de Il cielo in una stanza, leitmotiv dell'andamento del logos e unica consolazione per una donna tradita dalla vita senza alcuna possibilità di riscatto, segna le tappe via via più drammatiche dello spettacolo. E si rivela fatale l'attrazione di un mondo lontanissimo, proiettato sulla sua "bambina" – benché ogni madre desideri il meglio per i figli - senza avere fra le mani quegli strumenti culturali necessari a una presa di posizione concreta e a un confronto realistico. Un episodio di cronaca nera non diverso da quelli che riempiono i nostri giornali e telegiornali si trasfigura in un'elegia teatrale che fronteggia le ragioni del carnefice, al tempo stesso colpevole e parte lesa.
Come la sorte possa essere responsabile di una conversione noir dell'amore più grande, quello tra una madre e la propria creatura, fino a distruggere in un raptus di follia sia la connessione tra le due sia la vita stessa di entrambe, dall'epilogo opposto ma terribilmente coincidente sul piano sostanziale. Eppure la protagonista man mano che la scena va avanti ci rende testimoni di un ragionamento lucido, incredibilmente pratico, nonostante l'alterazione dei fumi dell'alcool, connotato ad ogni passaggio da un significativo cambio di luci, frutto di una regia intelligente e mai prevaricante.
Nel suo dialogo con la figlia (una ragazza di vent'anni) e il marito frustrato, stressato e poco risoluto, l'attrice ci regala un'interpretazione che innalza l'atroce tematica a una sorta di sublimazione scenica, gelando il pubblico, inchiodato alla poltrona, per imporgli una serissima riflessione sul dove siamo giunti e dove andremo a finire.

Margherita Lamesta

Ultima modifica il Venerdì, 04 Dicembre 2015 11:43

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