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GIARDINO PER OFELIA (UN). TIERGARTENSTRASSE 4 - regia Pietro Floridia

Un giardino per Ofelia. Tiergartenstrasse 4 Un giardino per Ofelia. Tiergartenstrasse 4 Regia Pietro Floridia

Con Micaela Casaboni e Paola Roscioli
Testo e regia di Pietro Floridia
Produzione Teatro dell'Argine - Bologna
14-15 febbraio 2009 Piccolo Teatro di Catania

La Sicilia, 14 febbraio 2009
Omelia von Plish i sogni degli innocenti e la Shoah dei disabili

Prosegue la stagione del Piccolo con “Un giardino per Ofelia” produzione del Teatro dell'Argine, una delle compagini più attive nella ricerca della drammaturgia contemporanea. Fondata negli anni Novanta, ha subito imposto la propria linea progettuale con produzioni legate a tematiche civili e storiche, realizzando collaborazioni con i più prestigiosi teatri europei, da Berlino a Bruxelles, da Liegi a Zurigo. “Un giardino per Ofelia”, scritto e diretto da Pietro Floridia, apre uno squarcio su uno degli aspetti meno conosciuti dell’Olocausto, il cosiddetto Aktion T4, delirante progetto con cui i nazisti tra il ’40 e il ’45 soppressero 200.000 disabili. Nella pièce, Ofelia von Plish è una giovane disabile mentale che vive coltivando fiori, mentre Gertrud è l’infermiera nazista, inviata a verificare le condizioni di Ofelia prima di sottoporla alla soluzione finale. L’incontro tra le due donne innesca, però, una imprevedibile evoluzione e Gertrud scopre che il proprio riscatto passa per l’innocenza di Ofelia.
Floridia, da cosa è nata questa scrittura?
“Le sollecitazioni sono state molteplici. Mi stavo occupando della Shoah per un precedente spettacolo e a Berlino avevo avuto accesso agli atti del processo di Norimberga. Scoprii una realtà che non conoscevo, i provvedimenti di sterilizzazione ed eliminazione dei disabili. L’obiettivo di questo progetto, la selezione di una razza pura, mi richiama sinistramente certi orientamenti attuali e
più complessivi con cui il mondo occidentale tenta di omologare e di imporre dall’alto modelli culturali e pseudovalori, come il profitto economico che tagliano fuori chi non riesce a stare al passo.”
Il suo testo oppone due mondi, quello della violenza ideologica e quello della libertà dell’innocenza, ma lascia spazio alla salvezza morale degli aguzzini.
“Una grande lezione, in tal senso, ci viene dal concetto della “banalità del male” di Anna Harendt. Il male sta in agguato dietro la persona normale e ordinaria, si insinua nella sua coscienza, instillato da forme retoriche, fino a diventare abitudine e assuefazione.”
Il dramma della Shoah continua ad essere prepotentemente rappresentato al cinema e a teatro. Perché si parla poco di altri genocidi della storia?
“Solo una questione di prospettiva. La nostra è una storia europeocentrica nella quale lo sterminio degli ebrei occupa un posto centrale e fa sentire ancora oggi le sue conseguenze. Genocidi come quello degli armeni o di certi popoli africani, in questa prospettiva, inevitabilmente diventano marginali. E inoltre, noi europei continuiamo a misurarci con il senso di colpa per quanto è accaduto agli ebrei. Cosa che ha comportato anche una certa tolleranza verso posizioni discutibili assunte dallo Stato di Israele, a cominciare dall’occupazione della Palestina”.

Giovanna Caggegi

Ultima modifica il Sabato, 21 Settembre 2013 06:01

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