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GEOMETRIE DELLA PASSIONE-CLITEMNESTRA E CASSANDRA - regia Aurelio Gatti

Geometrie della passione-Clitemnestra e Cassandra Geometrie della passione-Clitemnestra e Cassandra Regia Aurelio Gatti

ideazione e coreografia Aurelio Gatti
drammaturgia Cinzia Maccagnano, Aurelio Gatti
musiche Corelli, Grieg, Mahler, Hindemith, Zimmer, Tartini
fonti Omero, Eschilo, Yourcenar
con Cinzia Maccagnano, Luna Marongiu, Aurelio Gatti
Piccolo di Catania, 2009

www.Sipario.it, 19 aprile 2009
La Sicilia, 2 marzo 2009

È una lotta, una danza primordiale tra l’Uomo e la Donna, tra Eros e Thanatos, tra demone e ratio, tra il senso arcaico e tribale della Giustizia e la terribile vertigine della follia umana, ad essere traslato in figure geometriche, austere e calcolate come formule matematiche, telluriche e viscerali come l’istinto che le scatena.
Se in una sola frase si volesse condensare l’ultimo spettacolo del coreografo e regista Aurelio Gatti, Geometrie della passione - Clitemnestra e Cassandra, andato in scena al Piccolo di Catania, lo scorso 28 Gennaio, potremmo dire che esso rende visibile la vena sotterranea di sangue che avvinghia tra di loro Clitennestra, moglie e madre tradita, il re degli Achei, Agamennone, fulcro da cui si parte una raggiera di odi e vendette contrapposte e speculari, e Cassandra sua giovane e involontaria amante.
Sovrana su tutto la Vendetta di Clitennestra, invasata da un furor che non dimentica di punire, femmina e madre fino in fondo, fino a ricavare dal fondo scuro dell’istinto la cesoia di un delitto maturato da una ragione maschia. È un’accesa e androgina Cinzia Maccagnano, sapiente curatrice della drammaturgia tra Omero, Eschilo e Yourcenar, che, senza mai cedere ai canoni di una estetica leziosa, imprime in voci e gesti una magnitudine tuonante dell’emozione e al volto ispirate contrazioni da maschera tragica. La sua è una figura estrema e gigantesca, notturna e ossessiva, ruvida come scavata in pietra lavica, che attraversa ogni sfumatura della femminilità, con un’interpretazione che è soprattutto ferina e sanguigna, materna e lussuriosa.
Sulla scacchiera insieme a lei si muove, centripeta e centrifuga, Cassandra, entrambe pedine scosse da un unico epicentro, Agamennone, un coriaceo Aurelio Gatti, Motore Immobile, Demiurgo dei destini che gioca ad incrociare, despota ed egemone sulle traiettorie dei sentimenti. Gatti, che raramente si propone sulla scena, incede stagliandosi dal fondo come punto di fuga in cui tutto si risolve, sostenuto dal coraggio di una sagoma inconfondibile da cui emana un magnetismo di attrazione e soggezione che non lascia indifferenti.
A dispetto di un’espressività corporea che potrebbe sembrare perfino sciatta, ridotta a schema, lo spettacolo è completamente risolto nelle innumerevoli variabili delle visioni, tutte riconducibili ad un’unica figura, metafora del dramma, cioè la forma triangolare in cui da un solo vertice si avviluppano e si sciolgono due donne, una carnefice, l’altra vittima, una dominatrice del verbum, l’altra Profetessa che non pro-ferisce, a-fona, veggente di una sorte che l’altra sta per realizzare con mano sicura, una fatta di azione e pensiero, l’altra di un anti-vedere che interpreta le linee del fato.
Così Cassandra dai mobilissimi capelli, una filiforme e ossuta Luna Marongiu, vive e muore nel suo consapevole ruolo di vittima, soffocata con un mano sulla bocca da colei che quella parola gliel’ha tolta.
Lo spazio diventa allora luogo di interazione di alchimie,di tensioni liriche e muscolari, che oppongono una femminilità spietata ad una tenerezza da agnus dei, una concupiscente libido ad una tattica da strategia militare.
Alla fine lo spettacolo potrebbe essere solo e soltanto una intelaiatura di relazioni fatte di spazi e fisicità eppure esso è un vigoroso concerto per corpi e voci, un’architettura di frastagliate movenze ed erotiche pulsioni, dove la scrittura segnica è sembrata asciutta, ma non povera, e in cui la drammaturgia del corpo è sempre inevitabilmente seducente.
A consacrare il nostro Aurelio Gatti come regista immaginifico, inesauribilmente preda di una istintuale follia creativa, e la Maccagnano sua feconda e validissima collaboratrice, questa piece pone una pietra su un lungo percorso che di pietre miliari ne conta davvero tante.

Filippa Ilardo

Una fiaba tragica di passioni antiche risolute e irrisolte

Fiaba tragica di passioni risolute e irrisolte. Clitennestra, Agamennone, Cassandra. Un “triangolo” epico tanto ineluttabile quanto sovrastato, spesso, dall’urgenza del delitto per eccellenza compiuto sul più crudele degli Atridi, gravido di una gloria che non consumerà mai. Per questo è nuova e vincente l’idea di Aurelio Gatti - coreografo teatrale e teatrante da sempre - di chiamare alla resa dei conti proprio quella triade dolorosa in “Geometrie della passione”, ieri l’altro al Piccolo Teatro.
Tuttaltro che insensibile ai “menu” di Grecità - è di qualche anno fa il suo studio da Omero a Leonardo, “Delle donne e della rimembranza”, Odissea femminile in cui Ulisse è raccontato dalle sue donne - Gatti torna sul luogo del delitto felicemente ed in felice connubio con Cinzia Maccagnano che allora era l’epico, ruvido, magnifico aedo donna e in “Geometrie” è la regina di Micene, strepitosa mater dolorosa e rabbiosa. Di lei diremo subito che - grazie ad un’ammirevole, anacronistica coerenza d’attrice che non ha mai concesso nulla alla fiction da palcoscenico ma ha scelto la via pietrosa della della “tragodìa”- vanta un’ottima cadenza dell’epico tragico, un bene raro in un’era d’istrioni fintamente tragici e falsamente melodrammatici. Ed è ancora lei, insieme con Gatti, a farsi “drammaturgo” accorto e sensibile di un piccolo poema moderno sul sangue di Ilio, spigolando ad arte da Omero, Eschilo e Margherite Yourcenar. A completare la carnalissima “trinità”, ecco la Cassandra di Luna Marongiu, lirica danzatrice “muta”, fanciulla colpevole perché  viva, quanto basta a rievocare quell’altra “impuramente pura”, Ifigenia, immolata dal padre che qui ha la postura ferma, tetragona, grevemente carismatica di Aurelio Gatti, giacca e gilet spezzati da un lunga treccia “barbara”.
Su un tappeto sonoro usato di continuo alla maniera cinematografica (da Corelli a Hindemith passando per Grieg, Tartini, Mahler, Zimmer), sembra un’icona biblica a liberare la regina piegata dall’attesa, subito vestita d’abiti regali. Ma da lì a poco, cinta dalla lunga, “isadorable” treccia dorata, è Cassandra la nuova signora del suo padrone-amante, un re muto e onnipotente. I due si scambiano la lingua, la parola, il respiro, lui guida lei in un tango a ripetizione come i tremendi, bellissimi “refrain” di Clitennestra: “Bisogna amare per correre il rischio… Veniamo punite per non essere riuscite a rimanere sole”. Il tango è copulazione, è danza di morte, è insidia perenne di lui, prima carnefice a mani nude poi vittima della regina che, sparpagliate decine di forbici in scena, è costretta da Egisto a “finire il lavoro”, come Lady Macbeth.
“Ho ucciso”. Lo dice in un loop ossessivo. Poi, lui descrive le “geometrie” della sua morte in un rito iniziatico mentre lei ripete d’Ifigenia e intanto soffoca la rivale che si dimena come Giuda impiccato.
Successo e chiamate alla fine, dinanzi a ringraziamenti poeticamente “geometrici” in cui lui sèguita ad intrecciare le sue donne per consegnarle ad una vendetta che un calice sempre amaro. Ieri come oggi.

CARMELITA CELI

Ultima modifica il Sabato, 21 Settembre 2013 06:00

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