venerdì, 25 maggio, 2018
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DANZA MACABRA - regia Luca Ronconi

"Danza macabra", regia Luca Ronconi "Danza macabra", regia Luca Ronconi

di August Strindberg
con Adriana Asti, Giorgio Ferrara, Giovanni Crippa

traduzione e adattamento Roberto Alonge

scenografia Marco Rossi

costumi Maurizio Galante

luci A. J. Weissbard

suono Hubert Westkemper

regia Luca Ronconi

Teatro Metastasio Stabile della Toscana / Spoleto57 Festival dei 2Mondi

in collaborazione con Mittelfest 2014

Roma, Teatro Quirino, 10-15 maggio 2016

www.Sipario.it, 11 maggio 2016

ROMA - La meschina quotidianità di due coniugi, che non si nascondono una reciproca mancanza di stima dopo venticinque anni di noioso matrimonio, è scelta da August Strindberg per analizzare - con un tocco di paradosso e nella delicata forma del racconto teatrale -, la crisi di valori della borghesia a cavallo fra Ottocento e Novecento, quando si scoprì che il Positivismo non portava con sé tutte le soluzioni, e si profilava all'orizzonte la "scoperta" della "morte di Dio".
Al Quirino va in scena Danza macabra, un testo del 1900, con l'ultimo allestimento firmato da Luca Ronconi, che riprese la grottesca vicenda di una coppia, Edgar e Alice (Giorgio Ferrara e Adriana Asti), da venticinque anni su una sperduta isola del Nord, dove lui è Capitano di guarnigione; un uomo austero, dai rigidi principi, salvo poi indulgere al fumo e all'alcool, nonché afflitto da un'inguaribile avarizia. Attrice mancata lei, che il matrimonio ha allontanata da una forse promettente carriera teatrale. Per un quarto di secolo hanno convissuto, sopportandosi con ipocrisia, discutendo anche animatamente, ma senza trovare il coraggio di arrivare al punto di rottura. Niente di nuovo, la quotidianità matrimoniale è ancora oggi fonte di frustrazione, e qui sta la pungente attualità di un testo che risale a oltre un secolo fa. A turbare una noiosa routine di nostalgie e piccoli litigi, arriva Kurt (Giovanni Crippa), cugino di Alice e che a suo tempo organizzò l'incontro di lei con Edgar, sfociato poi nel matrimonio. La presenza dell'uomo porta alla superficie tutte le frustrazioni di questi anni, e con forza quasi diabolica le personalità di Edgar e Alice assumono tinte particolarmente fosche.
Ferrara dà vita a un uomo malato, di cuore, ma probabilmente anche di nervi (un omaggio benevolmente satirico alle nuove teorie freudiane e junghiane), presuntuoso e deluso per la mancata promozione a Maggiore, e per questo sempre più chiuso in quel pessimo carattere che lo porta a disprezzare gli altri. Kurt compreso, cui attribuisce la responsabilità del suo disastroso matrimonio. Un uomo ormai vecchio e malato, che Ferrara interpreta però con forzata solennità, enfatizzandone la mimica, e conferendo credibilità al personaggio soltanto con il recitativo; ora misurato, ora affannoso, a ricordare la natura instabile di un uomo abbrutito dall'alcool, e nascostamente misogino (come del resto lo stesso Strindberg).
Anche Adriana Asti, nelle vesti della moglie, convince a metà: buona la prova attoriale, con la quale dà voce a una donna sofferente, in buona parte anche a causa delle sue stesse ipocrisie, che si è piegata alle convenienze della morale borghese.
Se la prima parte della pièce serve a narrare la storia di ordinaria quotidianità di questa coppia mal assortita, nella seconda, grazie alla presenza di Kurt, si svolge una grottesca resa dei conti, fatta di menzogne, atteggiamenti fanfaroneschi, vendette postume, quasi che stavolta ci fosse l'intenzione di compiere l'unico gesto coerente dopo anni d'ipocrisia: divorziare. Per un attimo, la personalità dei due coniugi muta radicalmente, portando allo scoperto la malvagità a lungo repressa, e utilizzando la presenza di Kurt (morbosamente legato alla cugina), come un pubblico ideale sulla base della cui reazione provare a sé stessi di essere vivi. Danza macabra, quindi, di una vita che già è morte.
Ma lo "spettacolo" che va in scena per Kurt, non sortisce nessun effetto, se non quello di lasciare tutto immutato, con una coppia ormai troppo assuefatta alla reciproca presenza, per interrompere la convivenza con il divorzio. Da parte sua, Crippa non brilla particolarmente nelle vesti del cugino di Alice, troppo impacciato sulla scena, e quindi attenuando la negatività di un personaggio che dovrebbe simboleggiare la morale borghese.
Lo spettacolo è caratterizzato da atmosfere vampiresche e gotiche - cui sottende una velata sardonicità -, mutuate dalla lezione romantica di E.T.A. Hoffmann, e tradotte sul palco in una scenografia dominata dal nero, appena venato di blu; un Romanticismo appena suggerito, di cui però Strindberg individua tutti i limiti.
Come detto di sopra, lo spettacolo convince a metà; suggestiva l'atmosfera scenica, buona la prova attoriale recitativa, mentre invece delude l'impronta registica, che non riesce a imprimere personalità a una vicenda che si sviluppa sempre con lo stesso ritmo, affatto dinamico; una piattezza che non giova alla godibilità dello spettacolo, e all'estrinsecazione delle amare considerazioni sociologiche di Strindberg. Inoltre, la trovata scenica dei morsi vampireschi con cui i personaggi talvolta si aggrediscono, lascia freddo il pubblico e non arricchisce la concettualità del testo, perché eseguiti con fredda meccanicità, un po' come tutta la parte gestuale dello spettacolo.
Al di là di una regia non perfettamente riuscita, lo spettacolo presenta diversi punti d'interesse: la danza del titolo, infatti, è anche l'elegia per una società ormai al tramonto, e che la Prima Guerra Mondiale cancellerà definitivamente di lì a poco. Danza macabra è un testo valido ancora oggi, dove una società nuovamente in crisi, sta sperimentando un continuo deteriorarsi delle relazioni sociali, anche coniugali. Una società sempre più massificala e alienata dalla propria dimensione spirituale,vive alla giornata, senza rendersi conto della portata delle sue decisioni. Si vive, quasi, perché è "di moda", perché "lo fanno tutti", così come ci si sposa - riecheggiando Antonio Manganelli -, con persone anche meschine e intellettualmente carenti, soltanto perché, ancora una volta, "lo fanno tutti".
La crisi attuale non è soltanto una crisi economica; è anche e soprattutto una crisi della coscienza individuale.

Niccolò Lucarelli

Ultima modifica il Mercoledì, 11 Maggio 2016 10:02

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