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CANDIDO - regia Emanuele Conte

Candido Candido Regia Emanuele Conte

regia: Emanuele Conte
adattamento teatrale: Tonino Conte e Emanuele Conte dal romanzo Candide o dell'ottimismo di Voltaire
scene e costumi: Paola Ratto e Bruno Cereseto tratti dai bozzetti di Emanuele Luzzati
con Alberto Bergamini, Silvia Bottini, Enrico Campanati, Bruno Cereseto, Pietro Fabbri, Luca Ferri, Lupo Misrachi, Sara Nomellini
Genova, Teatro della Tosse, dal 23 ottobre al 5 novembre 2008

Corriere della Sera, 28 dicembre 2008
Il «viaggio nel migliore dei mondi possibili»

Voltaire scrisse che Leibniz, che era certamente un profondo metafisico, rese al genere umano il servigio di mostrargli che dobbiamo essere tutti molto soddisfatti e che Dio non poteva fare per noi di più, poiché scelse necessariamente, tra tutti i mondi possibili, quello incontestabilmente migliore. E per rispondere a questo che può suonare come un tragico beffardo paradosso, Voltaire scrisse «Candido o dell' ottimismo» racconto filosofico, divertente, ironico dal ritmo pieno, pulsante di vita, immerso nel più totale disordine. E dal caos degli avvenimenti che travolgono Candido e tutti protagonisti emerge una verità: l' uomo non vive nel migliore dei mondi possibili, e si può ridere dell' ottimismo universale e della ragion sufficiente. Emanuele Conte, autore della riduzione teatrale e regista, sceglie per il suo spettacolo la bella e riuscita via di una commistione di stili e di espressività, dai burattini alle marionette, alla recitazione, tra le scene e i costumi colorati e fantasiosi realizzati dal bravo Bruno Cereseto sui bozzetti di Emanuele Luzzati. Ne è nato uno spettacolo divertente e raffinato, un irresistibile «Viaggio tragicomico nel migliore dei mondi possibili» che gli attori della compagnia compiono con eclettica bravura. Enrico Campanati è un elegante Voltaire che da «ritratto in posa commemorativa» nella sua bella cornice dorata, disturbato da una fastidiosa mosca, esce dal quadro per raccontare l' affannoso ottimismo dello spaurito e allibito Candido di Pietro Fabbri, o la sublime testardaggine del Pangloss di Bruno Cereseto o l' ostinata innocenza della svampita Cunegonda di Silvia Bottini: per raccontarci insomma come sarebbe saggio volterianamente apporre alla fine di quasi tutti i capitoli della nostra metafisica le due lettere dei giudici romani, quando non riuscivano a intendere una causa, N. L.: non liquet, la cosa non è chiara.

Magda Poli

Ultima modifica il Lunedì, 12 Agosto 2013 07:29

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