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RHEINGOLD (DAS) - regia Carlos Padrissa

Das Rheingold Das Rheingold Regia Carlos Padrissa

Prologo della sagra scenica "L'anello del Nibelungo" di Richard Wagner
musica: Richard Wagner, direttore: Zubin Mehta
regia: LA FURA DELS BAUS Carlos Padrissa
scene: Roland Olbeter, costumi : Chu Uroz, luci: Peter van Praet
con Juha Usitalo, John Daszak, Franz-Joseph Kapellmann, Matti Salminen, Anna Larsson
Firenze, Teatro Comunale, dal 14 al 26 giugno 2007

Il Giornale, 16 giugno 2007
Avvenire, 16 giugno 2007
Il Kolossal «La Fura dels Baus» è un Wagner moderno ma noioso da Firenze

Solo un secolo e mezzo fa Wagner componeva la sua Tetralogia; due secoli meno di Shakespeare e uno di Mozart; ma questi grandi sembrano avere scritto ieri, Wagner invece sta arroccato, con la stupenda saga della fine degli dèi, nel lontano Ottocento tedesco. Quattro giornate mitiche, da ascoltare in un lungo respiro senza un sorriso. A cominciare dall'opera data giovedì al Maggio Musicale Fiorentino, come un prologo: Das Rheingold, dove le ondine guizzano nel Reno, il nano ruba l'oro che vi è contenuto, avanzi di divinità e giganti si sfidano per prenderne il possesso, le donne sono trascurate o profetesse di sventura, sull'anello forgiato con quell'oro grava una maledizione...
Nelle quattro opere e nella prima in particolare, che dura due ore e mezzo e si dà senza intervallo, non succedono molte cose; ma il racconto musicale si snoda così solenne che l'immagine complessiva è quella di rappresentazioni imponenti, anche se si tratta di vicende con pochi personaggi. Da noi, la tradizione le metteva in scena tradotte in italiano, creando una specie di linguaggio impreciso ma sontuoso che i nostri nonni avevano miticamente caro; adesso, con la proiezione sincrona del libretto tradotto, anche se in modo antiquato come nella versione scelta questa volta a Firenze, è possibile ristabilire il rapporto parola-suono originario e affidarsi a specialisti della scuola di canto tedesca.
Eccoci dunque tutti dentro ai meandri della leggenda e alle memorie d'una cultura europea a cercare verità universali e ragioni che ancora ci tocchino direttamente. Quindi, fioriscono le interpretazioni sceniche che si staccano dall'immaginario del passato, suggerito dalle didascalie, ma, partendo di lì, facciano vivere e crescere la storia nell'incontro con noi e il nostro tempo. E così, nelle ultime settimane abbiamo avuto per esempio la nuda impressionante verità della Walkiria senza scene, a pianta centrale, del regista Graham Vick a Lisbona e a Venezia il Siegfried contemporaneo e toccante di Carsen; e a Valencia poi qui l'azzardo della messinscena affidata alla provocatoria astrattezza violenta de La Fura dels Baus. E il pubblico, che non riempiva il Teatro Comunale (ahi), salvo qualche poco diffuso bùu, ha approvato con calore ed entusiasmo.

Lorenzo Arruga

Trionfo al Maggio musicale

L’Oro di Wagner torna a splendere con le follie della Fura dels Baus

Da Firenze

C'è sempre qualcuno che ha da ridire su espressioni tipo «la Traviata di Visconti», «la Bohème di Zeffirelli», il Flauto magico di Pizzi» o «il Barbiere di Siviglia di Ponnelle». Vengono considerate, se non proprio irriguardose, almeno poco eleganti dimenticanze nei confronti di Verdi, Puccini, Mozart o Rossini. Forse chi se ne lamenta ha ragione, ma non riuscirà a evitare che l'Oro del Reno proposto l'altra sera al Comunale di Firenze (e in seguito l'intera Tetralogia wagneriana: già stasera la Walchiria) passi alla storia degli allestimenti operistici sì per la splendida direzione di Zubin Mehta, ma soprattutto come «l'Oro del Reno de La Fura dels Baus». Nella celebre compagnia catalana non c'è un regista (Carlus Pedrissa è solo un leader, il fondatore), ma un'intera squadra. Così sbizzarrirsi è d'obbligo, anche se si può andare incontro a errori e piccole cadute di tono. Pochi e veniali, in ogni caso.
Le scene, apparentemente scarne, si riempiono di oggetti e di idee, squarci da osservatorio astronomico e macchine infernali, sciabolate di luce e mille trovate: è inevitabile che qualcuna lasci un po' perplessi. Ad esempio l'acqua virtuale è spettacolare e straripante, pare uno tsunami; ma c'è anche l'acqua vera in cui sono immerse le tre figlie del Reno, straordinarie negli sfoggi vocali come nelle capriole da virate in piscina. Poi dall'alto si tirano su altrettanti contenitori quadrati appena sufficienti a consentire quei movimenti, e allora si scopre che lì sono immerse le tre ondine. E Loge, lo scaltro consigliere di Wotan, sfreccia per più di due ore, senza nulla togliere alla precisione del canto, su un monopattino a batteria, sia che si trovi sui monti ai piedi del Valhalla o nelle viscere della terra, nell'officina dei Nibelunghi, tra le incudini che lo stesso Wagner aveva indicato e messo in partitura. Efficace la rappresentazione degli dèi che sembrano extraterrestri e osservano il mondo spaziando dentro strutture metalliche; mentre fa riflettere la giusta e continua stroncatura dell'oro, inteso come strumento di potere, causa di corruzione e perenne condanna dell'uomo. Anzi, l'oro è rappresentato proprio da corpi umani, tutti gialli, accatastati o appesi come gli animali in un mattatoio. Suggestivi anche i giganti, coi due personaggi incastonati in enormi strutture per metà robot e per metà armatura d'acciaio.
Il punto è se un simile allestimento sarebbe piaciuto a Wagner. Probabilmente sì, se non altro perché l'evoluzione era anche una sua caratteristica, specialmente nella Tetralogia. Di certo l'ha giudicato positivamente Zubin Mehta, almeno stando al calore con cui si è complimentato con quelli della Fura, oltre che con i cantanti, assai bravi (Juha Usitalo, John Daszak, Franz-Joseph Kapellmann, Matti Salminen, Anna Larsson su tutti). E soprattutto dev'essere stato lui, Mehta, ad esigere, sempre alla fine, che sul palcoscenico si schierasse per intero l'orchestra: da promuovere a pieni voti. Come ha fatto anche il pubblico.

Virgilio Celletti

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 08:52
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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