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Venerdì, 05 Dicembre 2014
Pubblicato in Interviste

È con non poca preoccupazione che da Parma si guarda all'attuazione del decreto Franceschini, nella consapevolezza che buona parte di ciò che il decreto prevede già accade e che come sempre l'obiettivo sia ragionieristico, piuttosto che politico. Paola Donati, direttrice di Fondazione Teatro Due Stabile di Parma non fatica a osservare come il decreto mal si addica ad una realtà complessa come l'Emilia Romagna e come sul posizionamento geografico delle diverse categorie di stabilità: dai teatri di interesse nazionale ai centri di produzione dipenda lo smantellamento di un sistema complesso e per certi versi più avanti di quanto previsto dallo stesso decreto.
«Molte delle linee guide artistiche e organizzative incluse nel Decreto sono pilastri su cui si basa già da anni l'attività di Fondazione Teatro Due, che alla luce delle nuove regole, dal punto di vista numerico ma soprattutto dal punto di vista progettuale, avrebbe le caratteristiche per rientrare nella nuova categoria introdotta dal Decreto di Teatro Nazionale, oltre che in quella di Teatro di Rilevante Interesse Culturale – spiega Paola Donati -. La nostra Regione è l'unica ad avere sul proprio territorio una stabilità realmente diffusa: oltre a Fondazione Teatro Due, Stabile a iniziativa privata, ci sono Emilia Romagna Teatro, Teatro Stabile a iniziativa pubblica e cinque teatri stabili di innovazione, di cui uno di ricerca e sperimentazione e quattro per infanzia e gioventù, tra cui il più importante è il Teatro delle Briciole, anch'esso a Parma».
Il rischio è quello di dover far quadrare i parametri numerici con una progettualità triennale che si fa senza certezza delle risorse che verranno messe in campo. In realtà l'aspetto progettuale si pone inevitabilmente sub iudice ai parametri numerici che definiscono cosa le nuove realtà potranno fare e cosa no. Ciò viene ad inserirsi – almeno per la complessa realtà dell'Emilia Romagna – in un contesto articolato come mette in evidenza Donati: «Che la nostra regione sia capofila dal punto di vista nazionale nel settore dello spettacolo dal vivo è una realtà consolidata da anni – spiega -. Il 9,7% delle rappresentazioni di spettacolo dal vivo in Italia si tengono in Emilia-Romagna. Un dato significativo riportato nel Report 2014 dell'Osservatorio delle Spettacolo della nostra Regione, che sintetizza in modo efficace l'incidenza e il contributo che le attività di spettacolo del nostro territorio portano a livello nazionale. Un dato numerico rilevante che però da solo non dà conto dell'alta qualità dell'offerta, della diversificazione e della complessità di un sistema teatrale che nella nostra Regione è particolarmente articolato e sviluppato, grazie alle esperienze più che trentennali che qui sono state create e alle successive valorizzazioni e trasformazioni degli ultimi decenni. Nel 2012 le 112 attività dello spettacolo dal vivo finanziate dal Ministero in Emilia Romagna hanno ricevuto l'8,5% della quota nazionale del contributo».
In questo contesto l'avvio del Decreto Franceschini si offre come una grossa incognita, soprattutto nella sua fase di avvio. «Se facciamo conto che le domande dovranno essere inviate entro il gennaio 2015 al ministero, in base ai parametri numerici e all'elaborazione di un piano artistico triennale che si stila senza certezza delle risorse, il rischio è la paralisi – afferma senza mezzi termini la direttrice di Fondazione Teatro Due -. Se va bene il quadro si comporrà non prima di marzo o aprile ad essere ottimisti e nel frattempo come faremo? come agiremo? Come potremo programmare le prossime produzioni e stagioni se non sapremo cosa diverremo? Il rischio è la paralisi su un decreto che impone azioni che in realtà in molti casi già sono in essere. Da anni nell'attività di Fondazione Teatro Due ci sono attori stabili, repertorio, dialogo tra tradizione e innovazione, intensa attività di produzione, stanzialità, ospitalità e creazioni interdisciplinari, formazione degli spettatori, collaborazioni con enti e istituzioni culturali del territorio, e con università e scuole, corsi di perfezionamento professionale, coproduzioni, attività internazionali, tutoraggio di giovani compagnie, teatro nei luoghi d'arte. Insomma la rivoluzione del Decreto Franceschini è già in essere, in realtà ciò che muove la norma non è un progetto politico e poetico, ma è un mero calcolo. Sono i parametri numerici che dettano legge, in maniera inutilmente costrittiva. Ben inteso i controlli sull'utilizzo di soldi pubblici ci devono essere, ed anzi dovrebbero essere più serrati, come accade all'estero e non costruiti su meccanismi burocratici bizantini che rischiano di non ottenere il risultato voluto e inibire le attività artistico-produttive».
La lettura che Paola Donati di Fondazione Teatro Due di Parma fornisce dell'impianto del Decreto Franceschini è quella di una mancata rivoluzione, le innovazioni contenute nel decreto rischiano – in alcuni casi – di essere una fotografia di ciò che già accade, dando l'idea di come l'amministrazione centrale sia alla fin fine lontana dalla realtà che dovrebbe amministrare. «Se guardo a cosa da qualche anno Fondazione Teatro Due sta facendo trovo né più né meno le richieste del decreto, anzi forse siamo più avanti – spiega Donati -. E' da anni che noi costruiamo un repertorio, riproponendo le nostre produzioni, una ventina per arrivare a un totale di 250 recite. Non meno importanti sono le occasioni di incontro e laboratori, la scuola per spettatori che unisce pratica e teoria, portando in scena i nostri spettatori. Si tratta di un modo per fare esperire direttamente il linguaggio del teatro, non perché chi sta in platea poi diventi attore, ma perché abbia consapevolezza diretta di cosa vuol dire recitare, fare uno spettacolo e sappia approcciarsi allo spettacolo dal vivo con competenze acquisite e consapevoli. Ci sono poi i laboratori condotti nelle scuole superiori e quelli realizzati in collaborazione con l'Università». Insomma l'aspetto educational va di pari passo con quello produttivo e di proposta teatrale. «Fra le novità c'è la residenza offerta ad un gruppo di studenti dello Iuav di Venezia che presso di noi fanno una sorta di scuola alternanza lavoro – continua Donati -. I ragazzi esperiscono i vari aspetti della vita di un teatro, seguono le produzioni, si occupano della comunicazione, curano le presentazione dei vari spettacoli per le superiori. Insomma cerchiamo di formare professionalmente i ragazzi nell'arco del loro percorso di studi universitari, li immettiamo nella realtà».
In tutto ciò l'aspetto produttivo rappresenta comunque il core business del Teatro Due, «La produzione Quarta Dimensione di Ghiannis Ritsos per la regia di Walter Le Moli con il coinvolgimento dell'artista Luca Pignatelli, piuttosto che la messinscena di Hikikomori, affidata al giovane regista Vincenzo Picone, la ripresa delle Rane e l'attenzione al mito come parola segreta che ci definisce sono aspetti portanti della nostra politica produttiva in cui linguaggi e competenze diverse si intrecciano come sempre deve essere in teatro – spiega -. Non da ultimo abbiamo deciso – sempre sulla scia del mito – di dare carta bianca a Elisabetta Pozzi che realizzerà per noi tre figure della classicità Clitennestra, Medea e Cassandra in piena e assoluta libertà creativa. A tutto ciò si affianca l'attenzione alla musica con la residenza di Europa Galante, l'apertura ai vari linguaggi dello spettacolo dal vivo, come è stata l'esperienza con Balletto Civile di Michela Lucenti. Sono questi alcuni degli aspetti produttivi di Teatro Due, in cui la ricerca artistica si intreccia con l'attenzione al pubblico e alla comunità all'interno della quale il teatro vive e si muove».
Tutto ciò porta Teatro Due ad avere un bilancio che oscilla fra i 2milioni e settecentomila euro e i tre milioni di euro, «di questi il cinquanta per cento delle risorse viene dagli incassi, dalla vendita degli spettacoli, dagli sponsor, dai progetti e dalle coproduzioni – spiega Paola Donati -. Il ministero stanzia per noi circa un milione di euro, cui si aggiungono i 250mila euro del Comune e i 400mila della Regione, almeno fino all'anno in corso. Sul futuro non c'è certezza, così come non sappiamo in quale delle categorie ministeriali saremo posizionati o sarà meglio essere inclusi. Noi andiamo avanti, malgrado tutto, malgrado le annunciate rivoluzioni».

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