venerdì, 28 aprile, 2017
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Intervista a Pippo Delbono di Francesca Camponero

Pippo Delbono Pippo Delbono

Il regista Pippo Delbono è già alla lavorazione del suo nuovo spettacolo "Orchidee" che debutterà a maggio, ma intanto prosegue la sua tournèe italiana con "Dopo la battaglia". Lo contatto a Vignola nei pressi di Modena per fargli un'intervista che desidero da tanto. Il suo spettacolo, a cui ho assistito al teatro Stabile di Genova il marzo scorso, mi ha colpito per il massiccio inserimento della danza all'interno di un argomento all'apparenza estraneo e allora chiedo al regista:
- La danza ha un ruolo predominante e determinante in "Dopo la battaglia", le chiedo perché?
La danza è predominante perché nella "cella" che descrivo è come ci fossero degli uccelli che cercano di fuggire. La ballerina è un elemento liberatorio. Le parole non servono sempre, anzi, la danza è come un volo, un impulso di libertà, che va appunto al di là del ver-bo. La danza rappresenta un bisogno di uscire fuori at-traverso il corpo, il volo dell'anima. Ecco perché in questo spettacolo mi sono assolutamente affidato alla dimensione coreografica.
- Perché la scelta dell'etoile dell'Opera di Paris Marie-Agnès Gillot?
Prima di tutto perché siamo amici. Lei veniva sempre a vedere i miei spettacoli e da questo è nata una stima reciproca e una conoscenza più profonda. Infatti la con la Gillot ho fatto il mio ultimo film "Amore- carne" che uscirà nelle sale italiane il prossimo 6 giugno. Il senso di questa scelta nasce dalla voglia di tornare al classico, di andare all'origine del rapporto vero col corpo che nessuno meglio di un ballerino ha. Il corpo come guaritore ed elemento essenziale di comunicazione. Del resto in oriente il teatro nasce proprio dal corpo, e chi sa usare bene il proprio corpo ha una verità che mostra una forza diversa sulla scena. Guardiamo Bobò ad esempio, è straordinario, il suo essere è costantemente danzato, anche adesso che ha 76 anni sembra ringiovanire giorno per giorno grazie alla danza che ha innata dentro di sé.
- Da cosa è nata la scena della ballerina alla sbarra con Bobò nelle vesti del Maestro Cecchetti?
Da un'improvvisazione di Bobò e Marie Agnes. Mi è piaciuta e l'ho tenuta. Inizia con un fuori scena in cui la ballerina mi dice:" Cos'è questa cosa che non si fa più il balletto? Ma l'hai detto a questi signori che c'è l'etoile dell'Opera di Parigi?" La mia risposta fa uscire la danzatrice dalle quinte, un invito ad entrare in palco che esorta comunque la ballerina a scaldarsi alla sbarra e da qui la scena con Bobò "maestro".
- Com'è stato il lavoro con la Gillot? Avete collaborato in armonia?
Assolutamente sì. Io le ho fornito delle immagini a cui far riferimento, l'idea di una sequenza che voleva significare l'uscire da una gabbia. Lei ha capito perfettamente, c'è stato un grande affiatamento e una coincidenza poetica.
- Qual è invece il ruolo dell'altra ballerina, totalmente diversa, Marigia Maggipinto?
Il mio incontro con Marigia risale a tanti anni fa, quando Pina Bausch la teneva con sé in casa. Marigia rappresenta Pina, la sua danza è quella di Pina. Il suo corpo rotondo così diverso da quello di Pina è però totalmente nella poetica di Pina. L'ho incrociata recentemente a Bari e così l'ho invitata a prendere parte allo spettacolo. Il suo è proprio un omaggio alla coreografa scomparsa.
- Due ballerine così diverse per raccontare la stessa cosa o altro?
In un certo senso sì, anche se in modo diverso. Due ballerine par raccontare il volo come impulso di libertà, bisogno di uscire fuori attraverso il corpo. In Agnes c'è più inquietudine, in Marigia c'è la calma doverosa ad un omaggio verso qualcuno che non c'è più. In Agnes si riscontra una danza di lotta e rabbia, in Marigia si legge la pace dopo la morte.
- Un'ultima domanda più generale: qual è secondo lei lo stato di salute del Teatro in Italia in questi tempi?
Il teatro italiano di oggi ha tante energie e tante po-tenzialità, ma vi sono realtà che non emergono. Spesso teatranti cadono nella trappola di voler sorprendere rifacendosi ad una vecchia estetica. E' vero che l'arte è rivoluzione, ma non è sempre quella là. Oggi purtroppo c'è la mancanza di "maestri". Il maestro è necessario all'artista per crescere, perché deve trasmettere una necessità primaria: la sincerità con sé stessi. Oggi si continua a voler fare rivoluzione, ma si è perso il punto di vista della cultura come punto di partenza. La cultura come fatto primordiale. La sincerità è il primo passo. E ci vuole un maestro per insegnare questo. Essere allievi serve, come essere ancorato al passato insegna all'umiltà. Bisogna imparare per rinnovare, altrimenti non si va da nessuna parte. Ed è quello che sta succedendo adesso.

Ultima modifica il Lunedì, 22 Aprile 2013 16:55
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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