venerdì, 28 aprile, 2017
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I miraggi teatrali di Anagoor. Conversazione a cura di Nicola Arrigoni

Anagoor Anagoor

Immagini, un certo estetismo, un uso del corpo come materiale pittorico, le seduzioni di un sapere/cultura che sono legate ai luoghi d'origine il Castelfranco Veneto, in primis, la voglia di fare esplodere quell'essere in quel luogo con visoni di luoghi incantati, città che appaiono all'orizzonte e sanno di miraggio, di sogno. E dopotutto l'io narrante del racconto di Buzzati Le mura di Anagoor fin dall'inizio commenta: «Le carte- io insistetti -non registrano nessuna città di nome Anagoor, ciò fa supporre che sia una delle tante leggende di questo paese; tutto dipende probabilmente dai miraggi che il riverbero del deserto crea, nulla di più». Anagoor – la compagnia e non la città – vive di una costante tensione al miraggio, cerca l'immagine e la parola che disgelino un altrove che nasce in un contesto geografico ben definito. Alle radici culturali del luogo Castelfranco Veneto fa riferimento con forza propositiva ma poi viaggia verso un altrove, verso una formula di teatro che si fa ora installazione, immagine ripresa o messinscena poco importa, icona di un elegante sentire che si nutre di estetica, di frammenti, di parole sussurrate e colori forti, di oro e rosso, di sangue e petali di rosa, di un cavallo al giogo che corre intorno e instaura un legame simbiotico con la sua amazzone, per rifarsi ad uno dei primi lavori del gruppo nato a Castelfranco Veneto nel 2000 raccogliendo, attorno alle figure di Simone Derai e Paola Dallan, la precedente esperienza di un gruppo di artisti del teatro. Al primo nucleo si aggiungono Anna Bragagnolo, Marco Menegoni, Moreno Callegari, Eloisa Bressan e Pierantonio Bragagnolo, contribuendo alla definizione del gruppo e alla sua direzione.

Come nasce Anagoor?
«Anagoor nasce principalmente dall'incontro tra le persone – spiega Simone Derai -. Inizialmente eravamo io e Paola Dallan. Ci siamo conosciuti – io appena iscritto all'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, lei musicista e insegnante delle scuole primarie - prendendo parte attiva ad un progetto di sensibilizzazione culturale».

Anagoor

Che tipo di progetto?
«Al centro di Castelfranco è situato un'enorme complesso architettonico della metà del XIX secolo con annesso uno strabiliante giardino all'inglese. Quest'area è abbandonato – e a rischio di crollo - da decenni a causa di una inconciliabilità storica tra gli interessi degli attuali proprietari - l'Università di Padova - e l'amministrazione della città. Ultima tra le grandi ville venete, le vicende di Villa Bolasco rappresentano un exemplum perfetto della storia delle ville e dei giardini e della storia urbanistica della regione: dalla gestione e sfruttamento del territorio da parte del patriziato veneziano, alla devastazione dello stesso territorio in pochi decenni nella seconda metà del secolo scorso. All'inizio ci occupavamo, insieme ad un gruppo di giovani nostri coetanei, dell'apertura e della fruizione del giardino da parte della cittadinanza. Questo impegno, insieme a pulsioni artistiche e a pratiche teatrali precedenti, portò parte del gruppo alla realizzazione di una performance che voleva essere insieme un canto d'amore per la città e un grido d'allarme. Occupammo il teatro settecentesco della città, svuotammo la platea delle sue sedie, la riempimmo di sale... valanghe di sale... Come a Cartagine dopo la distruzione: dove si sparge il sale, non cresce più l'erba... Da qui è nato il primo nucleo di quello che poi sarà Anagoor»

Perché avete scelto il riferimento a Le mura di Anagoor?
«Il racconto di Buzzati, faceva parte di uno dei tanti brani letterari utilizzati nel corso di quella performance. In origine il gruppo si era chiamato diversamente: Hortus simplicium, come i paradisi conclusi medievali, in nome dell'origine stessa dei giardini. Anagoor però - città murata immaginata da Buzzati in un deserto orientale poco rassicurante, come di consueto nella sua scrittura, città in cui si vive felici ma che non è segnata nelle mappe, che è indipendente e fa da sé, chiusa alle carovane di principi e potenti accampate fuori dalle sue mura, ma che apre le porte al primo viandante - aveva tutta la nostra simpatia».

Azione sulla città, suggestioni narrative, ma come arrivate a intraprendere la via del teatro, se così si può dire o definire il vostro lavoro?
«All'inizio noi ci abbiamo messo un'esuberanza fuori dal comune, testarda e talvolta, devo confessare, platealmente inopportuna. Abbiamo dovuto imparare molte cose. La prima guida è stata Mirko Artuso, allora attore del Teatro Settimo. Attraverso di lui abbiamo ereditato un sistema di allenamento alla scena che per quanto ci riguarda non ha trovato pari. Il lavoro sul ritmo, la musicalità e il canto, l'equilibrio, la profonda necessità del narrare, la visionarietà. Quando Operaestate cominciò ad affidargli percorsi di formazione, a cui noi prendemmo parte a metà degli anni Novanta, Mirko convocò altre figure come Enzo Toma, Francesco Niccolini e altri che furono fondamentali per la nostra crescita. Io, Anna Bragagnolo e Paola abbiamo lavorato a lungo con loro come assistenti, scenografi e attori. Ancora Mirko ci ha avvicinati al teatro praticato con persone diversamente abili, una meravigliosa avventura. E la collaborazione continua», specifica Simone Derai.
«Io invece mi sono diplomato come attore alla Scuola di Teatro Giovanni Poli a l'Avogaria a Venezia – racconta Marco Menegoni - . E poi ho preso parte ad alcune produzioni teatrali della Piccionaia e del Teatro Stabile del Veneto e Arteven. E tanta commedia dell'arte, è così che ho conosciuto Paola che poi mi avrebbe coinvolto nel progetto Anagoor. Contemporaneamente ciascuno di noi nutriva i propri personali percorsi di formazione. Anche quando si sono unite a noi nuove e più giovani leve come Moreno Callegari, abbiamo insistito perché coltivassero esperienze esterne: nel suo caso il percorso all'interno della formidabile Stoa guidata da Claudia Castellucci».
«L'incontro con Laura Curino arriva tardi rispetto all'origine della trasmissione di un insegnamento proveniente dal Teatro Settimo: ma oltre ad avere avuto il sapore di una chiusura del cerchio, è arrivato in un momento di fondamentale importanza nella maturazione di un'idea di noi come compagnia e della nostra idea di teatro, e il confronto con la sua lunga esperienza in un progetto collettivo è stata preziosissima», specifica Simone Derai.

Come e perché avete deciso di costituirvi come compagnia? Pur tenendo salve le possibilità di occasioni formative differenti... Perché come per molti gruppi vostri coetanei, emerge il collettivo più che i singoli?
«Abbiamo cominciato a pensarci in termini reali di compagnia nel momento in cui io e Paola abbiamo assunto, nel 2000, la guida di un laboratorio teatrale al Liceo Giorgione di Castelfranco. L'insegnamento ti obbliga a prendere coscienza di ciò che si è sedimentato dentro di te e contemporaneamente a trovare un sistema di comunicazione valido per proiettarlo al di fuori. In quel momento di confronto è nata la condivisa progettualità della compagnia. Virgilio Sieni un giorno ci ha detto: 'Sapete che essere un collettivo oggi è un'affermazione e una presa di posizione politica?' – risponde Simone Derai -. Il nostro teatro, fatto da una collettività allargata, intessuto di relazioni intense e articolate, ma che non conosce confini, oltre ad essere una sfida contro ogni buon senso economico e una reazione, forse, alla tendenza solistica di un certo teatro degli ultimi anni, si dà in primo luogo una legge: la cospirazione, che è il respirare insieme, il noi prima dell'io, il coro prima del protagonista. Questa norma è la cellula fondamentale della nostra propedeutica. Su questa base poi ogni eccezione creativa – da nutrire e proteggere - può svilupparsi col sostegno di tutti».
Quanto pesa – lo è sembrato negli allestimenti dedicati a Giorgione- la vostra appartenenza geografica?
Simone Derai: «Molto e niente. Nel senso che non è l'appartenenza geografica o l'adesione a qualsivoglia gruppo a orientare il nostro lavoro. Quanto piuttosto l'essere cresciuti in una regione nel momento esatto in cui il suo territorio veniva definitivamente devastato di fronte ai nostri occhi di ragazzi. L'essere divenuti adulti in un periodo storico in cui l'orizzonte politico mutava di colpo, e non per il meglio, e quello culturale si restringeva pericolosamente».

Anagoor

Cos'è per voi il teatro?
Marco Menegoni «È uno strumento di politica attiva. Sappiamo perfettamente che talvolta il nostro approccio estetico è incompreso e scambiato per evasione decadente. Ma noi abbiamo sempre inteso il nostro gesto come resistenza. È il nostro personale modo di resistere. Un baluardo».
Moreno Callegari: «Il teatro, come l'arte in genere, deve poter aprire uno squarcio su di un altro mondo, e questo costituisce forse una delle sue maggiori potenzialità politiche».

La vostra formazione è diversificata, mi riferisco a percorsi di studio diversi in cui la filologia classica convive con l'architettura o la storia dell'arte. Perché poi siete giunti al teatro?
Simone Derai: «Perché fin dalla scuola siamo cresciuti praticandolo. Perché non c'è alcuno di quei percorsi di studio che non lo tocchi. Perché è una grande fucina dove tutte le arti hanno pari dignità e concorrono ad un'unica creazione viva, pulsante, effimera come l'uomo».
Quali sono i punti di riferimento estetici di Anagoor? Cosa per certo non appartiene alla vostra esperienza estetica e teatrale?
Simone Derai: «Sono domande alle quali non sappiamo rispondere. Personalmente so solo che ho avuto la fortuna di avere due genitori che mi hanno fatto visitare l'Italia in lungo e in largo e ogni chiesa, ogni dipinto, ogni costa, ogni montagna, ogni gregge mi si è inciso nella testa».
Marco Menegoni: «È inutile negarlo, siamo una generazione cresciuta a pane e televisione e questo ci accomuna. Ma all'interno del gruppo non abbiamo necessariamente gli stessi gusti. Ci uniscono invece gli stessi incubi, le stesse paure. Quanto a ciò che non appartiene alla nostra esperienza teatrale, questo diviene più chiaro nella pratica. Tuttavia spesso ci piacciono maggiormente i lavori di artisti che sono distanti da noi».
Moreno Callegari: «Il confronto con i modelli del passato è momento imprescindibile per ogni nuova creazione, sia per un approccio ai temi, sia per uno alle forme. Non si tratta di una mera aspirazione citazionistica, bensì di un reale desiderio di comprendere l'essere umano. Una costante esigenza di ri-collocarsi nel presente a partire da ciò che ci ha preceduto»

Cos'è un testo per gli Anagoor?
Simone Derai: «Per noi la letteratura in teatro non detiene un primato sopra le altre arti nel senso tradizionale. Tuttavia non c'è spettacolo che non abbia un testo letterario o più testi letterari come riferimento imprescindibile. Spesso si tratta di una geografia di testi che entrano a far parte di un progetto di opera più complesso».

Cos'è la drammaturgia?
Simone Derai: «È esattamente questo orizzonte progettuale e la sua declinazione scenica».
Che ruolo ha l'attore nel vostro fare teatro? E' solo un tassello, è un segno come lo può essere una luce, una musica, o la messinscena stessa?
Simone Derai: «Raramente riusciamo a pensare la composizione scenica in termini che non siano figurativi. Pertanto l'attore anche quando la sua presenza pare solamente virtuale è e rimane centrale. Non potrebbe essere diversamente dal momento che centro di ogni nostra speculazione rimane l'uomo e la sofferenza. Ma per tornare al discorso di prima, quello della cospirazione collettiva, l'attore è chiamato a compartecipare all'opera in posizione paritaria a qualsiasi altro elemento sia esso un cavallo, un compagno o una macchina. L'attore non è un tassello passivo, è un creatore attivo ma non solitario di un opera complessa».

Da Jeug a Tempesta fino agli ultimi esiti in L.I. quale è la parabola degli Anagoor, quanto possono le suggestioni di installazioni d'arte e quanto la voglia di un teatro che mostra e narra?
Simone Derai: «Più fili conduttori legano le opere performative di Anagoor. La memoria innanzitutto indispensabile per leggere il presente, il linguaggio, il dolore e lo spazio del sacro: tutte fondamentali della cultura umana. Non ci interessano i riferimenti accademici all'arte visiva di per sé, quanto piuttosto la capacità delle arti plastiche e visive di raccontare le vite degli uomini e i loro patimenti, dove gesti particolari si traducono in movimenti universali. Ogni forma teatrale affrontata è valida, la forma variabile è la nostra via di sperimentazione: non ci spaventa abbandonare territori consolidati per metterci alla prova. E l'errore è contemplato come un passo necessario».

Perché da Giorgione siete arrivati a Lingua Imperi? Ci sono connessioni? Se si quali?
Simone Derai: «Certo, ed è ancora una volta la memoria. Una memoria capace di esplodere nel presente. Giorgione, oltre che un genio artistico assoluto dalla sensibilità ineguagliata a cui guardare, ha rappresentato per noi, la possibilità di raccontare il passato in modo più complesso di quanto le propagande semplifichino per proprio tornaconto. La sua voce politica d'artista, attraverso tavole pur enigmatiche, racconta già di un Potere autoproclamatosi Serenissimo ma tutt'altro che limpido, di un impero al collasso, di tradizioni culturali ciecamente interrotte, di violenza, ingiustizia e volgarità dilaganti, di individui precari e di comunità spezzate, di giovani spaventati dal futuro e di una natura pronta a riprendersi lo spazio sottrattole. Nel 1492 gli ebrei Sefarditi furono cacciati sanguinosamente dalla Spagna. Molti di questi trovarono rifugio a Venezia. Il mio stesso cognome a Venezia serba la memoria di questa migrazione forzata, e delle successive innumerevoli conversioni obbligate. Il Ghetto di Venezia, il primo d'Europa, è del 1516. Anche qualora non volessimo accreditare le teorie di un Giorgione di ascendenza ebraica, una sua vicinanza ad esponenti della comunità ebraica in Veneto è innegabile e tali sconvolgimenti non poterono lasciarlo indifferente: l'insistente ritorno a temi figurativi dell'epica religiosa ebraica, in particolare i vendicatori Davide e Giuditta, i cui tratti distintivi sono usati anche per autoritrarsi, dicono di un forte desiderio di giustizia e l'aspirazione ad una memoria vindice. Per questo Giorgione non fu mai apprezzato molto, se non da una cerchia di committenti privati. Il suo ostinato e cupo giudizio della cultura dell'epoca ricorda, per certi versi, il lutto ostinato di Amleto.
'Non cercar più a ciglia basse, nella polvere,
il tuo nobile padre. È una legge comune:
chi vive deve morire, deve attraversar la natura
per giungere all'eternità'.
Le parole diplomatiche della regina nella tragedia di Shakespeare nascondono contemporaneamente la preoccupazione per il figlio e quella di essere scoperta, e sono seguite dall'avvertimento molto più esplicito del re secondo cui un lutto continuo rappresenta un' "empia ostinazione", dal quale deduciamo – usando le parole di Sebald - che, in una comunità politica che porta il pesante fardello della colpa, desiderare ricordare le vittime che hanno preceduto la sua fondazione equivale a esprimere dubbi sulla legittimità del nuovo ordine, il quale deve ignorare il passato per identificarsi con i vincitori».
Marco Menegoni: «In questo senso in Lingua Imperii assumiamo una precisa presa di posizione: 'stare con i morti', questo viene esplicitamente enunciato in scena. Quello che doveva essere un lavoro sul potere cinegetico, attorno alla figura del cacciatore d'uomini, è diventato, nel suo esito finale, un canto alle vittime del secolo scorso e di ogni tempo, per mezzo del quale il cacciatore è scovato e braccato da una muta di erinni della memoria».

Anagoor

Come nascono i vostri spettacoli, quali gli spunti, quali le urgenze?
Simone Derai: «Talvolta le urgenze sono impellenti. È come se si affacciassero nelle nostre vite fantasmi in cerca di pace, e non ne ottenessero fintanto che non ci prendiamo cura di loro. I lavori nascono così, per insistenza di questi fantasmi che non ci lasciano stare. Non so spiegarmi meglio».

Che ruolo ha avuto far parte della Factory di Dro?
Marco Menegoni «Il sostegno di Fies Factory è giunto in un momento cruciale, quando dovevamo imparare a darci una struttura adeguata da un punto di vista organizzativo ed amministrativo. Ma l'appoggio di Fies non si esaurisce in un affiancamento tecnico, per quanto prezioso. L'idea stessa della Factory è quella di un alveo dentro il quale crescere creativamente spesso anche venendo spronati ed incoraggiati laddove tenderemo a ritrarci. In un confronto continuo per quanto non assiduo con gli altri artisti che vi prendono parte. Fies ha fatto seguito ad un altro sostegno fondamentale, quello formativo e poi produttivo di Operaestate con la cui struttura la progettualità, anche sul territorio, non è mai interrotta. Ed ora, grazie alla partecipazione di Centrale Fies ad APAP, un progetto di network europeo, siamo supportati su un orizzonte internazionale che ci consente periodi di residenza all'estero e possibilità di entrare in contatto maggiormente con interlocutori (artisti e strutture teatrali) stranieri».
Cos'è la Conigliera e quanto è importante avere un radicamento sul territorio che agite e abitate?
Marco Menegoni: «Talvolta è duro lavorare su due fronti, quello della compagnia che esporta le proprie creazioni e quello del promotore culturale sul territorio. Entrambi i lavori richiedono dedizione costante e un impegno a lungo termine. Ma il progetto nasce proprio come forma di resistenza culturale locale e insieme come fucina teatrale e perderebbe una parte della propria natura se scegliesse uno dei due fronti. La Conigliera è arrivata relativamente tardi. Prima si erano invasi altri luoghi della città; i cortili della villa, il teatro, il chiostro nell'ambito delle attività annuali del festival estivo; il locale liceo per i progetti laboratoriali; l'auditorium e altri spazi per le prove della compagnia (spesso abusivamente). Quando si trattò di dare il giusto spazio alle creazioni della compagnia, l'esigenza di una sede divenne impellente. Ma l'opinione generale è che l'attività teatrale non necessiti di spazi specifici e che non abbia pari dignità delle attività sportive. Pertanto l'amministrazione è rimasta sorda a qualsiasi appello, nonostante la presenza in città di innumerevoli locali utilizzabili e vuoti. Così ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo preso la strada della campagna e abbiamo affittato lo stabile di un ex allevamento di conigli. La Conigliera è uno spazio privato trasformato in atelier teatrale, che sporadicamente si apre per la visione di spettacoli nostri o di ospiti in residenza, per la gestione del quale non riceviamo alcun contributo. La Conigliera ha svolto una funzione molto importante nello sviluppo di un rapporto molto ricco e dinamico con il pubblico locale. Accorrono persone di ogni età e tipologia, molto curiosi, molto critici e affamati di offerte stimolanti».

Che rapporto crediate instauri il vostro teatro con lo spettatore?
E' possibile un dialogo palco o platea oppure bisogna accontentarci di essere spettatori?
Simone Derai: «Credo che il giudizio sotteso a queste domande sia viziato dalla natura di spettacoli come Tempesta e Fortuny, opere che non abbiamo mai nascosto essere improntate ad un certo ermetismo: l'enigma era in fin dei conti la natura fondamentale delle opere degli artisti che li avevano ispirati, Giorgione e Mariano Fortuny. Inoltre il tempo drammaturgico scelto per questi lavori, richiede una disposizione contemplativa da parte dello spettatore. In ogni caso proprio l'enigma invita lo spettatore alla partecipazione attiva. Si badi non stiamo affatto affermando, né l'abbiamo mai fatto, che ciascuno può trovare o creare il significato che desidera come ci hanno accusato di fare. Un rebus non si crea, si risolve. Il significato è preciso e univoco, è solo nascosto sotto una coltre di segni».

Il futuro di Anagoor?
Marco Menegoni: «Crescere e conoscere».
Simone Derai: Siamo reduci da un anno impegnativo. La prima di Lingua Imperii ha avuto luogo in aprile al Festival del Cinema di Trento e immediatamente dopo ci siamo tuffati in un secondo lavoro che ci ha assorbito per mesi: Et manchi pietà è un progetto musicale e visivo insieme, che ha debuttato lo scorso settembre al MiTo ed è stato sviluppato in totale sinergia con la Fondazione Arcadia. Su invito della fondazione abbiamo creato una partitura di immagini, attorno alla figura emblematica di Artemisia Gentileschi e alla sua opera, perché fungesse da colonna visiva ad un concerto di musiche di Monteverdi, Rossi, Landi, Castello, Strozzi e altri, tutti coevi della pittrice romana. Grazie alla totale interazione tra le due parti coinvolte nel processo creativo ne è scaturita un'opera dalla natura originale: non è il concerto di un ensemble barocco con immagini proiettate alle spalle e non è un film con colonna sonora suonata dal vivo. È uno strano mix di cinema e musica il cui esito ci incuriosisce molto. Nel 2013 forse svilupperemo ulteriormente la nostra ricerca in campo musicale.
Marco Menegoni: «Significativo che nell'ultimo anno, sia noi dal MiTo, sia i Santasangre dalla Sagra Malatestiana, che i Teatro Sotterraneo dal Rossini Operafestival, si sia stati tutti chiamati a partecipare a progetti di messa in scena di repertori musicali. Le strutture deputate alla produzione musicale sembrano in questo caso aver avuto più lungimiranza degli Stabili stessi ancora troppo spesso restii ad entrare in un dialogo con un certo teatro»

Ultima modifica il Giovedì, 21 Marzo 2013 09:04
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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